A destra Salvini sfida Meloni sulla premiership. E "avvisa" i pm: "Non cambino l'esito del voto"
dal nostro inviato Emanuele Lauria , dal nostro inviato Emanuele LauriaCEGLIE MESSAPICA - Si affida alla Costituzione, Matteo Salvini. E in un derby che si rinnova in Puglia, frena Giorgia Meloni che ha già “prenotato” Palazzo Chigi: «Io aspetto il voto degli italiani prima di fare qualsiasi commento, poi il Presidente della Repubblica sceglierà come è giusto che sia», sibila il segretario della Lega a Bari. Uno stop netto, seppur segnato da scaramanzia e richiami al diritto.
Ed è una risposta a quanto la presidente di Fdi aveva detto la sera prima, a Ceglie Messapica, esprimendo la convinzione che, ove mai dovesse vincere le elezioni, il Capo dello Stato non potrebbe far altro che chiamarla per formare il nuovo governo. Salvini finisce per tutelare implicitamente le prerogative costituzionali e l’autonomia del Colle. Sottolineando che lui non impone «nomi e ruoli a nessuno e men che meno al presidente della Repubblica». E alimentando un dibattito politico-giuridico: la storia d…
CEGLIE MESSAPICA - Si affida alla Costituzione, Matteo Salvini. E in un derby che si rinnova in Puglia, frena Giorgia Meloni che ha già “prenotato” Palazzo Chigi: «Io aspetto il voto degli italiani prima di fare qualsiasi commento, poi il Presidente della Repubblica sceglierà come è giusto che sia», sibila il segretario della Lega a Bari. Uno stop netto, seppur segnato da scaramanzia e richiami al diritto.
Ed è una risposta a quanto la presidente di Fdi aveva detto la sera prima, a Ceglie Messapica, esprimendo la convinzione che, ove mai dovesse vincere le elezioni, il Capo dello Stato non potrebbe far altro che chiamarla per formare il nuovo governo. Salvini finisce per tutelare implicitamente le prerogative costituzionali e l’autonomia del Colle. Sottolineando che lui non impone «nomi e ruoli a nessuno e men che meno al presidente della Repubblica». E alimentando un dibattito politico-giuridico: la storia dice che non necessariamente il leader del partito di maggioranza relativa debba essere indicato come premier. Se così non fosse, negli anni ‘80 né Craxi né Spadolini — esponenti del Pentapartito con la Dc partito di maggioranza relativa sarebbero mai andati a Palazzo Chigi. Da più parti, ufficialmente o meno, arriva l’invito a non tirare Mattarella per la giacchetta: «Il Presidente della Repubblica sa fare il suo mestiere e non ha bisogno di suggerimenti da parte di nessuno», dice il vicepresidente della Camera Ettore Rosato.
Ora, Salvini usa lo spunto giuridico per un motivo tattico. Lui per primo infatti difende la regola che si è dato il centrodestra — chi ha più voti indica il premier — ma rinuncia a concedere qualsiasi vantaggio all’alleata-avversaria. «Sono un inguaribile ottimista — affermerà in serata a Ceglie, durante la kermesse organizzata da Affaritaliani — e penso che la Lega prenderà un voto in più degli alleati. Sono felice di concorrere al mestiere più bello del mondo, quello di presidente del Consiglio».
Insomma, Meloni e Salvini continuano a essere lontani. Pur frequentando gli stessi luoghi, in questo sabato di campagna elettorale: il leader della Lega viaggia da Barletta a Bari, da Carovigno a Ceglie Messapica, esorcizzando le previsioni non lusinghiere per la Lega («Qui possiamo triplicare i nostri voti») e incontrando pure alcuni imprenditori dell’indotto dell’ex Ilva. Giorgia Meloni si concede qualche ora di vacanza in una masseria a pochi chilometri da Ceglie, dove si esibisce anche in un karaoke sulle note di “Vagabondo” postato dalla sorella Arianna. Ma i due non si incontrano. Ognuno per la propria strada.
Salvini, nella piazza di Ceglie, in serata insiste su alcuni temi-chiave della sua corsa elettorale. Come la necessità, finora non ravvisata dagli alleati, di indicare ministri prima del voto. «Io un paio di nomi, come i titolari di Giustizia ed Economia, li renderei noti». Per via Arenula la soluzione che ha in mente si chiama Giulia Bongiorno. Ma è proprio sulla giustizia che il numero uno di via Bellerio lancia il sospetto più pesante: «L’unica variabile non dipendente da noi, in questa campagna elettorale, è il tema della giustizia che va riformata: non vorrei che da qui al 25 settembre qualcuno si svegliasse male e pensasse di cambiare in un Tribunale il risultato della cabina elettorale».
Un’ombra che invece non solleva Silvio Berlusconi, che nel suo intervento telefonico con la piazza di Ceglie preferisce punzecchiare Calenda («Stravagante la sua proposta di fermare la campagna elettorale per affrontare il caro-bollette»), accusare gli avversari di copiare il metodo comunicativo delle “pillole” quotidiane, annunciare che sbarca su Tik Tok, e infine rivendicare quella che ritiene la sua peculiarità: «Nessun leader della politica ha mai lavorato tranne me».