Reggio Calabria, l'ombra dei clan dietro l'intimidazione al forzista Cannizzaro
di Alessia Candito , di Alessia CanditoSantini elettorali che iniziano a tornare nei bar, manifesti che strombazzano l'imminente calata dei big in città. Anche a Reggio Calabria la campagna elettorale è ufficialmente cominciata, ma più degli slogan gridati su muri e social, si fanno sentire i sussurri. Perché prima dei discorsi da comizio, è arrivata l'eco degli spari. E la puzza dei clan.
Ventiquattro ore dopo il deposito delle liste, attorno alle dieci di sera tre colpi di pistola calibro 38 hanno colpito l'ingresso della segreteria politica di Francesco Cannizzaro, deputato uscente di Forza Italia in corsa per un bis che i più dànno per scontato. Dopo la condanna a 5 anni e 4 mesi per scambio elettorale - politico mafioso dell'ex senatore azzurro Marco Siclari, per Forza Italia e in Forza Italia Cannizzaro è rimasto l'unico a dare le carte in tutta la provincia di Reggio Calabria. Quarant'anni tondi, è uno dei signori delle pref…
Santini elettorali che iniziano a tornare nei bar, manifesti che strombazzano l'imminente calata dei big in città. Anche a Reggio Calabria la campagna elettorale è ufficialmente cominciata, ma più degli slogan gridati su muri e social, si fanno sentire i sussurri. Perché prima dei discorsi da comizio, è arrivata l'eco degli spari. E la puzza dei clan.
Ventiquattro ore dopo il deposito delle liste, attorno alle dieci di sera tre colpi di pistola calibro 38 hanno colpito l'ingresso della segreteria politica di Francesco Cannizzaro, deputato uscente di Forza Italia in corsa per un bis che i più dànno per scontato. Dopo la condanna a 5 anni e 4 mesi per scambio elettorale - politico mafioso dell'ex senatore azzurro Marco Siclari, per Forza Italia e in Forza Italia Cannizzaro è rimasto l'unico a dare le carte in tutta la provincia di Reggio Calabria. Quarant'anni tondi, è uno dei signori delle preferenze.
Originario di Santo Stefano, è lì che un giovanissimo Cannizzaro inizia la sua carriera politica. Ma ci mette poco ad allargare il proprio feudo, con ascesa che neanche l'inciampo giudiziario riesce a frenare. Nel 2016 era finito fra gli indagati dell'inchiesta antimafia Ecosistema sul clan Paviglianiti, cui avrebbe mendicato voti in cambio di future disponibilità, ma il processo in abbreviato si è chiuso con un'assoluzione. In poco tempo, l'allora enfant prodige di Forza Italia si fa eleggere alla Camera nel collegio di Gioia Tauro e riesce a "conquistare" anche Reggio città, a dispetto della storica diffidenza della sua classe politica nei confronti di chi arriva dalla provincia. Alle ultime comunali, il candidato a cui ha fatto da chioccia, Federico Milia, a stento ventenne e alla prima esperienza politica, è il più votato degli azzurri.
Sua parente e creatura politica, anche Giusy Princi, passata dalla presidenza del liceo scientifico di Reggio Calabria alla vicepresidenza della Regione, con deleghe a Bilancio, Istruzione, Lavoro e Città Metropolitana di Reggio Calabria. Insomma, Cannizzaro è un uomo di potere. E il suo endorsement pesa. Ecco perché quei tre spari nella notte alimentano sussurri che fanno rumore.
"Strana, questa cosa è strana". Masticati ai tavolini dei bar, confusi nel chiacchiericcio, nascosti dal diluvio di comunicati di solidarietà, tutti i commenti iniziano così. Perché quell'intimidazione è una sgrammaticatura. Per le modalità. Per la tempistica. Per la congiuntura.
Chi ha agito, lo ha fatto da solo. E non ha esitato ad entrare in azione presto, poco dopo le dieci di sera. Le telecamere di videosorveglianza non lasciano dubbi e nella zona sono tante. La segreteria politica di Cannizzaro è a pochi passi dal Consiglio regionale della Calabria, area sorvegliatissima nei pressi del centro città. Le immagini mostrano un uomo che percorre la via a bordo di un monopattino, all'altezza della segreteria politica del deputato azzurro estrae la pistola e spara tre colpi senza mirare, poi riparte subito.
All'interno le luci erano accese, nella grande sala che solo una vetrata protegge dalla strada c'erano i collaboratori di Cannizzaro, lui era nella sala attigua. Ma chi ha sparato non si è posto problema alcuno e ha colpito ad altezza uomo. Due dei proiettili sono stati bloccati dalla vetrata, uno è riuscito a bucarla ma l'impatto gli ha fatto perdere forza ed è solo rotolato fra i piedi di chi era nella stanza.
Lo hanno raccontato Cannizzaro e i suoi agli uomini della Digos e della Mobile che per ore quella stessa notte li hanno ascoltati. Nessuno - stando a quanto filtra - ha saputo dare indicazioni utili. E anche nei giorni successivi, il deputato ha evitato di tornare sul tema. Chi lo conosce, lo racconta spaventato.
Dopo ventiquattro ore di silenzio si è solo affidato a lungo, generico post, con cui ringrazia per la solidarietà ricevuta, auspica rapida luce sull'episodio, promette nessun passo indietro. La parola 'Ndrangheta in quel lungo messaggio non c'è.
Ufficialmente, al momento si battono tutte le piste. L'assegnazione del fascicolo è doppia, il procuratore capo Giovanni Bombardieri lo ha lasciato in mano a chi era di turno quella sera, il pm dell'ordinaria Marco De Pasquale, e a Walter Ignazzitto, magistrato esperto della distrettuale antimafia. "Non si può escludere nessuna ipotesi", è la linea ufficiale. Ma secondo indiscrezioni, è su quello che è successo prima e dopo la formazione delle liste che ci si starebbe concentrando.
Eppure anche questa, se non soprattutto questa, è una sgrammaticatura. A Reggio Calabria non si spara in campagna elettorale da decenni. Nei decenni i politici più e più volte sono stati colpiti. Nel 1989 il chiacchieratissimo democristiano Lodovico Ligato, ex presidente delle Ferrovie considerato in quota clan De Stefano, ha pagato con la vita la decisione di tornare in pista a Reggio Calabria. La seconda guerra di 'Ndrangheta era in corso e il cartello condelliano, che da quattro anni con i De Stefano era in conflitto, non avrebbe potuto concedere ai nemici dell'epoca il ritorno di un referente tanto potente.
Nel corso dei decenni poi sono stati gambizzati assessori, colpite case e macchine di consiglieri comunali. Contro l'allora sindaco Scopelliti, nell'ottobre 2004 è stato anche inscenato un finto attentato. Ma lì - è emerso di recente - oltre alla 'Ndrangheta, che quella finta bomba voleva rilanciare l'immagine del "suo" sindaco trasformandolo in un eroe antimafia, ci sarebbe stata anche la manina dei servizi e dell'ex capo della prima divisione del Sismi, Marco Mancini.
Ma nulla di tutto questo, vera o finta che fosse l'intimidazione, è mai successo in campagna elettorale. Sarebbe bestemmia del comandamento numero uno dei clan: non attirare l'attenzione. Valido da sempre, fondamentale oggi.
Da mesi, tanto la procura nazionale antimafia, come le distrettuali calabresi lanciano l'allarme: le mafie puntano al rubinetto di miliardi del Pnrr. E le elezioni - recita l'ultimo alert - rischiano di forgiare la classe politica utile a governarlo. Ecco perché anche in Calabria, soprattutto in Calabria, l'attenzione sulla campagna elettorale è massima.
Come e se l'intimidazione subita da Cannizzaro si inquadri in questo contesto, non è dato sapere. Ma di certo, filtra da ambienti investigativi, potrebbe essere tessera di un mosaico molto più complesso e preoccupante. Per tutti l'ordine è uno solo: ricostruirlo in fretta.