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Parte il gran valzer del voto all'estero. E in Sudamerica c'è già un sospetto di brogli

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Urne aperte per sei milioni di italiani residenti fuori dai confini nazionali. Si eleggono dodici parlamentari. Da Razzi a Pallaro, un'elezione spesso controversa ma decisiva per le sorti dei governi
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Al voto! Al voto! Oggi per gli italiani all'estero è già 25 settembre. Quattro milioni e 800mila connazionali iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti nelle quattro ripartizioni - Europa, America del Nord, America del Sud, Asia Africa e Oceania - possono votare per i candidati della circoscrizione Estero. Per loro la campagna elettorale è finita. Hanno ricevuto il plico elettorale a casa. La scheda, una volta compilata, dovranno inviarla per posta in una busta preaffrancata al consolato più vicino. Qui deve giungere entro le ore 16 del 22 settembre: tre giorni prima della domenica del voto in Italia.

I seggi in palio, complice il taglio dei parlamentari, sono appena otto alla Camera  - tre in Europa, due in America del Nord, due in Sudamerica, uno in Africa, Asia, Oceania, Antartide -  e quattro al Senato, uno per ogni circoscrizione. Si vota con le preferenze, come nella prima Repubblica. Sistema proporzionale puro. L&#…

Al voto! Al voto! Oggi per gli italiani all'estero è già 25 settembre. Quattro milioni e 800mila connazionali iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti nelle quattro ripartizioni - Europa, America del Nord, America del Sud, Asia Africa e Oceania - possono votare per i candidati della circoscrizione Estero. Per loro la campagna elettorale è finita. Hanno ricevuto il plico elettorale a casa. La scheda, una volta compilata, dovranno inviarla per posta in una busta preaffrancata al consolato più vicino. Qui deve giungere entro le ore 16 del 22 settembre: tre giorni prima della domenica del voto in Italia.

I seggi in palio, complice il taglio dei parlamentari, sono appena otto alla Camera  - tre in Europa, due in America del Nord, due in Sudamerica, uno in Africa, Asia, Oceania, Antartide -  e quattro al Senato, uno per ogni circoscrizione. Si vota con le preferenze, come nella prima Repubblica. Sistema proporzionale puro. L'elezione all'estero, introdotta nel 2006 da una legge dell'ex missino Mirko Tremaglia, ha spesso fatto discutere anche per i personaggi talvolta clowneschi che ha partorito e i non pochi casi da codice penale. Scandali che hanno interessato le Procure della Repubblica. E anche quest'anno c'è già una denuncia di brogli, in Sudamerica.

Prendiamo la ripartizione Europa, un collegio che va da Mosca a Lisbona, da Helsinki a Malta. Ci vive più della metà degli italiani all'estero: due milioni e mezzo di aventi diritto. In cinquantaquattro concorrono per quattro posti: tre a Montecitorio, uno a palazzo Madama. Favoriti Pd e il centrodestra, il terzo seggio della Camera se lo contendono l'M5S e Italia viva-Azione. Il capolista della lista Pd alla Camera, Toni Ricciardi, 44 anni, è storico delle migrazioni e delle catastrofi, materia che insegna all'università di Ginevra. Capeggia una formazione di altri cinque candidati: Salvatore Mineo, Marzia Antonietta Giuditta Bafile, Nadia Buttini, Caterina di Fazio, Federico Quadrelli. Al Senato, i democratici schierano il virologo Andrea Crisanti e Michele Schiavone, il segretario generale del Consiglio generale degli italiani all'estero, da sempre impegnato nel mondo dell'emigrazione in Svizzera.

Toni Ricciardi 

Ricciardi, quando lo chiamiamo, si trova a Bruxelles, dove sta volantinando in un mercato. "Alle 15 prendo il volo per Ginevra, alla sette ho un'iniziativa a Losanna". Cosa l'ha colpito finora nel suo tour europeo? "In tanti sono ancora indispettiti per la caduta di Draghi, reputano inspiegabile che il nostro italiano più illustre sia stato mandato a casa per una congiura di palazzo". Ricciardi conosce l'emigrazione per ragioni di studio - è autore di molti libri sull'argomento - ma anche per fatto personale. È figlio di un muratore di Castelfranci e di un'operaia di Sant'Angelo dei Lombardi, uno degli epicentri del sisma del 1980 in Irpinia. I suoi emigrarono a Baar, vicino a Zugo, in Svizzera, oggi uno dei cantoni offshore, dove furono assunti come stagionali. Il piccolo Toni venne nascosto per quattro anni in una soffitta perché la legislatura elvetica non consentiva ricongiungimenti familiari a chi non aveva un permesso di soggiorno definitivo. Quando aveva dodici anni i genitori tornarono in Italia e alla fine degli studi Ricciardi si laureò a Napoli. "Sono il primo laureato della famiglia", dice.

Ricciardi gira senza sosta.  È stato a Marcinelle, andrà a Madrid, ad Amsterdam, Parigi, Londra, e in Svizzera ovunque, da Lenzburg a Muttenz, nei circoli Acli, nei patronati, nelle tanti sede dell'associazionismo. Qual è l'ambizione che lo muove?  "Faccio un lavoro che mi piace molto, ma allo stesso tempo svolgo attività politica dall'età di sedici anni, me la sento addosso, sono tra i fondatori del Pd in provincia di Avellino, a venticinque anni ero consigliere comunale, ora sono il segretario del partito in Svizzera, quella con più iscritti nel mondo". Chi ha in mano le chiavi del voto svizzero, dove si mescolano vecchia e nuova emigrazione, ha buone chance di farcela. Una consacrazione doppia per un emigrato. Nel 2008 la candidatura fece la fortuna di un vecchio operaio abruzzese a Lucerna, che nel frattempo è diventato una stella dell'avanspettacolo: Antonio Razzi.  

Antonio Razzi a Venezia 

Il renziano Massimo Ungaro, 35 anni, il candidato di Italia viva-Azione, è all'undicesima tappa di un tour europeo iniziato il 24 agosto in una biblioteca di Eindhoven e che lo porterà ovunque: da Berlino a Stoccolma, da Manchester ("lì ho fatto riaprire il consolato") a Grenoble, passando Winterthur, Ginevra, Berna in Svizzera. Andrà pure a San Marino, "perché in questa partita ogni voto conta". Quattro anni fa, quando si candidò per il Pd, fu il primo degli eletti, con quindicimila voti. E' quindi un parlamentare uscente che ci riprova. Stavolta se la gioca con il M5S, che schiera nei primi tre posti Marcello Pilato, Diego Renzi e Piergiuseppe Pusceddu. I cinquestelle alle ultime politiche presero il 24 per cento all'estero. "Faccio appello al voto utile", dice infatti Ungaro. Romano, è giunto a Londra a diciotto anni. Prima di diventare deputato era analista di mercato, il più giovane della lista di Calenda e Renzi. "Confermo che c'è molta delusione per la fine dell'esperienza Draghi", ribadisce l'impressione di Ricciardi. Cosa gli chiedono gli elettori? "La rete dei consolati è al collasso, per rinnovare un passaporto servono sette otto mesi a Londra o Barcellona. Bisognerebbe metterci mano". L'altra candidata di spicco di Italia viva-Azione è Laura Garavini, modenese di Vignola, eletta in Germania, dove ha promosso, dopo l'attentato della 'ndrangheta a Duisburg nel 2007, l'associazione "Mafia? Nein Danke". Mafia, no grazie. "Quindici anni fa non era scontato parlare di antimafia all'estero, oggi è diventato normale: un traguardo importante". Si candida alla Camera. Per lei sarebbe la terza legislatura.

Massimo Ungaro con Maria Elena Boschi 

Ma che senso ha far eleggere dei candidati di origine italiana che, come accade sovente in Sudamerica, risiedono all'estero da moltissimi anni e a malapena parlano ancora la nostra lingua?

E perché far esprimere chi vive lontano da noi magari da più di sessant'anni?

Dei sei milioni di italiani all'estero soltanto la metà è nata in Italia.

"La comunità italiana all'estero è la ventunesima regione d'Italia, e l'unica in crescita", si accalora Ricciardi. "Negli ultimi sedici anni c'è stato un raddoppio delle partenze. Sono centoventimila ogni anno. Un'ondata paragonabile a quella del primo Dopoguerra. E vi trovi un senso della nazione più forte che è in Italia, con un grado di informazione spesso superiore grazie a tv e internet. In più è un mondo che fornisce ancora risorse al Paese. "Nei canali Inps entrano ogni anno dieci miliardi di euro di versamenti di italiani all'estero, solo dalla Svizzera sono sei: pensioni maturate all'estero ma pagate in Italia da gente che poi è rientrata. Un rimborso postumo per i territori della partenza. La migrazione con le rimesse ha portato la modernità, oggi con le pensioni mantiene in vita i piccoli paesi".

Col voto estero il rischio macchietta però è sempre in agguato. Non solo Antonio Razzi ha fatto parlare di sé nel recente passato. Chi segue un po' la cronaca politica ha memoria di Luigi Pallaro, "el senador dei due mondi", imprenditore col mito di Berlusconi in Argentina: quando fu eletto, nel 2006, promise di entrare nel gruppo di Forza Italia, poi invece sostenne il governo Prodi, a cui infine tolse il sostegno, contribuendo così ad affossarlo. Ci sono poi stati casi di cronaca nera. Nel 2008 fece scalpore la vicenda di Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl, la cui elezione a Stoccarda venne favorita da un imbroglio elettorale della 'ndrangheta. Finì sotto processo e venne dichiarato decaduto. E un broglio smascherato è stata la ragione della destituzione, l'anno scorso, del senatore Adriano Cario, eletto con ventimila voti in Argentina nelle fila dell'Unione sudamericana emigrati italiani, Usei. Una perizia calligrafica dimostrò che molte schede erano state compilate dalle stessa mano. Il suo caso venne denunciato dal pd Fabio Porta, che dopo una battaglia di tre anni, gli subentrò a palazzo Madama.

Porta, ora candidato alla Camera in Sudamerica, ha sollevato un altro presunto scandalo a Buenos Aires. Dice: "E' stata intercettata al consolato una mail con la quale un'esponente dell'Usei, sostenitrice del deputato uscente Eugenio Sangregorio, chiede agli elettori di consegnare le buste prima che siano votate alla loro organizzazione, che si incaricherà poi di votare al posto loro: "Vi aiuteremo a preparare il voto, lo porteremo alle Poste per voi". L'Usei è ancora oggi al centro di due inchieste, una in Italia e l'altra in Argentina, a seguito dei brogli elettorali del 2018". Anche per quest'ultimo caso, racconta Porta, c'è già una doppia denuncia: al consolato di Buenos Aires e alla polizia federale argentina.

Nelle dinamiche del voto in Sudamerica è sempre stato centrale il Maie, il Movimento associativo italiani all'estero. È una specie di Dc sudamericana, d'impronta conservatrice, il cui fondatore, Riccardo Merlo, è l'attuale sottosegretario agli Esteri, che stavolta ha deciso di non candidarsi. Il Maie agli italiani non dice nulla, ma nella battaglia parlamentare poi svolge sempre un suo ruolo. Il capriccio di un Merlo, o di un Pallaro, di qua o di là negli schieramenti al Senato, può decidere le sorti dei governi. Giorgia Meloni in Sudamerica schiera al Senato l'ex campione di Formula Uno, Emerson Fittipaldi, filo Bolsonaro, e alla Camera il giornalista italo-argentino Vito de Palma, commentatore della serie A per il canale ESPN. La Lega candida invece nel collegio Camera in Sudamerica un'imprenditrice con un passato di miss Italia: Francesca De Natale Sifola Galiani. Qual è il suo concetto di cittadinanza?, le ha chiesto l'Adn Kronos.  "Sono cittadina italiana così come i miei avi e i miei figli. Credo che sia così anche per tutti coloro che sono espatriati. Per questo è importante che ci sia un accesso più ampio e senza limiti generazionali a tutti coloro che vogliono acquisire la cittadinanza di uno Stato. Oggi nel parlamento italiano esistono delle proposte che limitano la cittadinanza ius sanguinis ai discendenti di prima o seconda generazione, con il risultato che i diritti di centinaia di migliaia di figli e nipoti italiani vengono ridotti". La battaglia per la cittadinanza ai figli e nipoti degli emigrati è un grande cavallo di battaglia dei candidati in Sudamerica.

Emerson Fittipaldi 

Veronica Olivetto, 34 anni, da otto emigrata in Australia, lavora a Sidney come consulente informatico per una start up con sessanta dipendenti nell'ambito della distribuzione alimentare, si trovava in ferie a casa sua, a Bassano del Grappa, quando a luglio è caduto il governo. L'M5S le ha chiesto di candidarsi nella circoscrizione Oceania, "ed io, per senso di responsabilità, ho detto sì.  "Sono cresciuta in un ambiente di destra, ma ho sempre avuto a cuore i temi sociali. Mi sono diplomata in servizi sociali, ero senza una casa politica, quando ho incontrato i banchetti del Movimento. La mia militanza quindi è di lungo corso. La campagna la sto facendo da qui, interviste, dirette social. Tornerò in Australia soltanto in ottobre, perché il biglietto andata e ritorno, 5 luglio-5 ottobre, l'avevo acquistato prima dello scioglimento delle Camere. E pertanto non riuscirò a votarmi".

Veronica Olivetto si batte per il voto digitale, affinché venga affiancato al voto per corrispondenza per chi vive all'estero. Dice: "La scintilla politica è sorta durante la pandemia, quando mi sono resa conto di quanti ragazzi erano rimasti bloccati in Australia e in Asia, ho provato a organizzarli, facendo rete. Riuscire nell'intento mi ha dato una grande soddisfazione.  E' un'emigrata di ultima generazione. Andarsene fu però anche una scelta di avventura. Mi sentivo soffocata dalla burocrazia italiana. Volevo crescere. Ho fatto la lavapiatti, la cameriera. Ha vissuto ad Aurukun, un villaggio aborigeno nel nord del Queensland, per quasi due anni, prima di ottenere il permesso di soggiorno"

Che chance ha?

"È dura farsi eleggere, perché è un feudo storico del Pd, ma ci proverò", ammette con sincerità.

Intanto Veronica ha conosciuto Giuseppe Conte. Ha postato una foto con lui su Facebook: "Finalmente ho avuto la possibilità di incontrare Conte: un leader carismatico, preparato, con idee concrete".

Veronica Olivetto 

"Chi glielo fa fare a fare la spola?", chiediamo a Gianluca Galletto, 52 anni, candidato del Pd a New York.

 "Perché sono pazzo", ride. "Sono malato di politica. E sono molto di sinistra, sono fissato con la lotta al cambiamento climatico"

Galletto ha lavorato a Wall Street. E ora da imprenditore segue due start up nell'ambito della tecnologia green.

È arrivato  in America dalla Puglia a ventisei anni vincendo un borsa di studio Fulbright a Yale.  Non se n'è più andato. Nei giri progressisti che coltivano relazioni con Washington Galletto lo conoscono un po' tutti. Ha lavorato con Obama. E' stato capo del commercio estero di New York con Bill de Blasio, il sindaco progressista. Braccio destro dell'amministratore delegato dell'Istituto delle case popolari della città. "Un ambasciatore ombra del Pd, anche se resto un ragazzo di Grottaglie", così si definisce. Ragion per cui tutti i leader di sinistra che sbarcano negli States bussano alla sua porta. Benché manchi dall'Italia dal 1996 non ha mai reciso i legami. E' stato nella direzione Pd, ha lavorato alla stesura del programma di Prodi, "dell'Italia so tutto", giura. Durante la campagna per l'elezione di De Blasio ha conosciuto sua moglie, americana. Hanno una figlia di dieci anni che non vuole che vada a fare l'onorevole in Italia. "Dice in giro che sono trumpiano con l'intento di danneggiarmi la reputazione", scherza. 

Gianluca Galletto con Obama 

Il suo collegio, Nord America e Centro America, dal Canada a Panama, Caraibi inclusi, ha mezzo milione di aventi diritto al voto. Deve convincerli a votare per lui. Gli altri candidati sono Vera Rosati, una vita nei patronati di Montreal, Michela Di Marco, la giovane presidente dei Comites di Toronto, Christian Di Sanzo, il segretario del Pd Usa, ex Mc Kinsey. In teoria solo uno dei quattro ce la farà. Galletto, dicono, parte favorito.

Ma che campagna fa? "Al telefono, social. C'è poco tempo, ed è ancora estate. Ero già candidato nel 2013, e quella volta girai tutta la ripartizione, ero uno dei più accreditati, invece poi venne eletta Francesca La Marca, che ora si candida al Senato. Penso che l'Italia sia diventata più provinciale, ma allo stesso tempo vorrei che mia figlia facesse un'esperienza in Europa. E c'è in questa mia aspirazione l'eterna contraddizione dell'emigrante. Ma ora la mia ambizione più grande è ribaltare questa narrazione".