Fronda interna e alleati fragili: la campagna in solitaria di Letta
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniROMA - Sabato scorso Enrico Letta ha scritto una lettera ai 12 mila circoli del Pd. Oggi raduna virtualmente i circa 600 candidati dem per fare loro un discorso che più o meno suonerà così: guai a mollare, la partita è ancora aperta, bisogna giocarla voto per voto, collegio per collegio. Questo ricorso ai canali diretti può essere letto in due modi, uno positivo, l'altro no: da una parte il tentativo di motivare meglio chi sta sul territorio, senza intermediazioni, dall'altra anche la sfiducia in una parte di quelle figure che dovrebbero appunto mediare e che per varie regioni non lo stanno facendo. Non tutti, insomma, nel Pd stanno remando allo stesso modo. Questo è un dato di fatto che al segretario non è certo sfuggito. L'altro giorno un candidato ha chiamato Roma per lamentarsi: "Sono solo qui fare campagna". E alla stupita domanda dell'interlocutore - "come sarebbe a dire che sei solo?" - la risp…
ROMA - Sabato scorso Enrico Letta ha scritto una lettera ai 12 mila circoli del Pd. Oggi raduna virtualmente i circa 600 candidati dem per fare loro un discorso che più o meno suonerà così: guai a mollare, la partita è ancora aperta, bisogna giocarla voto per voto, collegio per collegio. Questo ricorso ai canali diretti può essere letto in due modi, uno positivo, l'altro no: da una parte il tentativo di motivare meglio chi sta sul territorio, senza intermediazioni, dall'altra anche la sfiducia in una parte di quelle figure che dovrebbero appunto mediare e che per varie regioni non lo stanno facendo. Non tutti, insomma, nel Pd stanno remando allo stesso modo. Questo è un dato di fatto che al segretario non è certo sfuggito. L'altro giorno un candidato ha chiamato Roma per lamentarsi: "Sono solo qui fare campagna". E alla stupita domanda dell'interlocutore - "come sarebbe a dire che sei solo?" - la risposta è stata: "L'altra candidata è ancora in vacanza".
Delusi dalla mancata candidatura o dalla posizione in lista, critici delle alleanze e della linea politica, dirigenti che nella stagione lettiana sono stati retrocessi o messi a riposo, capibastone locali in cerca di nuovi padrini nazionali, è vario il fronte dei dem che assistono in seconda fila alla bagarre elettorale . Pesa anche lo scontento di alcuni amministratori penalizzati nella loro rischiesta di rappresentare il territorio con candidati locali. Tra i sospettati di scarso impegno non c'è Stefano Bonaccini, che pure è già virtualmente in campo come candidato segretario in caso di sconfitta il 25 settembre, ma è chiaro che c'è chi dà per acquisito il risultato negativo e pensa già al dopo. "Nel Pd le elezioni politiche sono transeunte, il congresso è permamente", è la battuta di un parlamentare vicino a Letta. E un congresso ci sarà, perché in caso di vittoria della destra lo scenario più probabile è che il segretario lo convochi dopo il voto. Se da candidato leader o meno, questo dipende da molti fattori. Certo è che l'ex premier non ha alcuna voglia di restare stritolato nella guerra di religione tra chi dopo il voto chiederà di guardare a Conte e chi a Calenda.
C'è poi chiaramente un capitolo Cgil. Il sindacato di Maurizio Landini, che già negli ultimi decenni non si è più rivelato quel bacino sicuro di consensi, mai come stavolta pare lontano dal Pd. Non una sorpresa, Landini ha trascorso gli ultimi mesi su posizioni molto critiche nei confronti del governo Draghi e con una sintonia sempre meno dissimulata con Conte. Il leader del Pd è convinto di poter rimontare. Negli ultimi giorni ha alzato il tono della campagna. "Bisogna cominciare a menare", ha scherzato con i suoi. Per questo sono arrivate le bordate a Renzi e Calenda, l'attacco a Conte ("Capo di un partito fondato da Grillo che non fa differenza tra destra e sinistra"). Nel bene e nel male, Letta è solo ad affrontare la fase finale della sfida. Nel senso della coalizione, intanto. C'è fiducia che il Pd possa andare oltre gli attuali sondaggi - il dato migliore lo vede al momento al 24 per cento - e raggiungere un buon risultato di lista. Non c'è lo stesso ottimismo sugli altri partiti della coalizione: il contributo che gli alleati portano in dote rischia di essere magro, sia da un punto di vista numerico che politico.
La lista rossoverde di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni è quella accreditata del miglior risultato, e ciò nonostante non è nemmeno sicura di superare la soglia del 3 per cento. Una previsione aggravata dal fatto che storicamente i sondaggi su questa area tendono un po' a sovrastimare le percentuali, anche se ovviamente Bonelli e Fratoianni si augurano che stavolta vada al contrario. Si e Verdi scontano in parte la concorrenza di altre formazioni di sinistra e in parte lo scontento di un pezzo del loro elettorato per le modalità, non proprio connnotate dall'entusiasmo reciproco e della convinzione, con cui è stata chiusa l'intesa con il Pd che ha lasciato per strada molti scontenti.
Più incerte le rilevazioni sulle altre due forze del centrosinistra, ovvero +Europa e la lista Di Maio. Tuttavia è difficile pensare che possano spostare molto sul pallottoliere. Resta in Letta il rammarico per come sono andate le cose con Calenda e, forse, anche il dubbio, certo indicibile in campagna elettorale, che il Pd avrebbe potuto scegliere di andare al voto da solo, ipotesi che il segretario dem non aveva escluso quando la costruzione della coalizione era nel suo momento più ingarbugliato. Ma, sondaggi alla mano, è soprattutto la frattura con Conte a pesare. Anche in Sicilia, dove Letta era ieri in campagna. L'accordo per l'alleanze alle regionali (sull'isola si vota lo stesso giorno delle Politiche) è saltato a poche ore dalla chiusura delle liste e i sondaggi sono univoci: vittoria possibile in caso di intesa Pd-M5S, sconfitta certa senza. Anche se l'ultimo sondaggio diffuso ieri riapre uno spiraglio. Al Sud il dato M5S può far scattare, a vantaggio della destra, molti collegi nei quali c'era invece una virtuale maggioranza giallorossa. La decisione di non ricucire con Conte, però, è stata e resta uno dei punti fermi della linea di Letta. Rimangono venti giorni per tentare il miracolo. Se la vigilia delle elezioni fosse un manifesto Pd sarebbe: con il pessimismo della coalizione/con l'ottimismo della lista. Non è difficile immaginare lo "scegli" di Letta.