✕

Lo spettro flop per la Lega: sotto il 12% il leader rischia

(ansa)

Ascolta l'audio

Monta l'insofferenza dei presidenti di Regione del Nord e dell'ala governista per le scelte in solitaria del segretario. Nel mirino, le liste e il ruolo del nuovo "guru" Valditara
2 minuti di lettura

ROMA - In tour al fianco dei governatori "nemici": prima con Luca Zaia a Treviso, poi con Massimiliano Fedriga in provincia di Udine. Matteo Salvini ostenta l'immagine di un partito compatto ma sa bene che è nel Nord-Est, è nelle vecchie roccaforti (soprattutto quella veneta), che potrebbe giocarsi il destino di un partito che ha voluto "nazionale". Ed è proprio da queste aree del Paese, e del partito, che dopo il 25 settembre potrebbe scattare il redde rationem. Zaia non ha mai perso occasione per dire, in diverse interviste, che "una forza politica che muta identità è destinata a perdere consensi".

Ed è un concetto che non ha mai abbandonato il governatore veneto, abbastanza perplesso e defilato in questa campagna elettorale: "Ho saputo dei candidati leghisti dai giornali", ha dichiarato, gettando un masso piombato con un tonfo sordo su via Bellerio. In realtà, il "Doge" - uno…

ROMA - In tour al fianco dei governatori "nemici": prima con Luca Zaia a Treviso, poi con Massimiliano Fedriga in provincia di Udine. Matteo Salvini ostenta l'immagine di un partito compatto ma sa bene che è nel Nord-Est, è nelle vecchie roccaforti (soprattutto quella veneta), che potrebbe giocarsi il destino di un partito che ha voluto "nazionale". Ed è proprio da queste aree del Paese, e del partito, che dopo il 25 settembre potrebbe scattare il redde rationem. Zaia non ha mai perso occasione per dire, in diverse interviste, che "una forza politica che muta identità è destinata a perdere consensi".

Ed è un concetto che non ha mai abbandonato il governatore veneto, abbastanza perplesso e defilato in questa campagna elettorale: "Ho saputo dei candidati leghisti dai giornali", ha dichiarato, gettando un masso piombato con un tonfo sordo su via Bellerio. In realtà, il "Doge" - uno che alle ultime Regionali con la sua lista ha preso il quadruplo dei voti confluiti sul simbolo ufficiale del partito - è più che lieto di non dover rispondere del risultato di Salvini. E sentimento non molto distante è quello di Fedriga, più volte indicato - con la presa di distanze dell'interessato - come possibile successore del senatore milanese.

Se, da un lato, c'è un segretario che si prodiga in ogni angolo della Penisola per vincere la sua scommessa di una Lega in grado di risalire nei sondaggi, dall'altro c'è una fetta del partito ormai scettica sul fatto che ciò possa realmente accadere. Pronta a rimproverare a Salvini il fatto che, guardando troppo al Sud, ha finito per perdere consensi nel Nord dove il Carroccio un tempo correva. Un fenomeno che si è già manifestato alle ultime amministrative.

C'è una soglia psicologica sotto la quale il leader non può scendere senza rischiare contraccolpi interni: è stata fissata nel 12 per cento. Le ultime rilevazioni, quelle di Quorum/YouTrend per Sky Tg24, danno la Lega al 13,5 per cento, in leggera flessione rispetto alle precedenti. Dato già lontanissimo da quello delle Europee (oltre il 34 per cento), un ridotto patrimonio di consensi che oggi varrebbe addirittura la metà di quello di Fratelli d'Italia. Ma la percentuale alla quale guardano con maggiore interesse i big leghisti della vecchia guardia è il 10,4 per cento. Ovvero, il miglior risultato (ottenuto alle Politiche del 1996) dalla Lega di Bossi, che però aveva il suo target elettorale in sole quattro regioni d'Italia. Aver stravolto la mission del partito (e il suo baricentro), per ritornare alle performance del Senatur, sarebbe un peccato che Salvini pagherebbe a caro prezzo. E non solo sul piano interno. Un autorevole esponente di Fdi, nei giorni scorsi, commentava così ì'ipotesi di Salvini al Viminale: "Prima vediamo le percentuali della Lega. Certo, se scende sotto il 10 per cento, mi sembra che non possa avanzare la richiesta degli Interni...".

La campagna del numero uno di via Bellerio prosegue al solito ritmo frenetico, in una scia di eventi rilanciati dai social e seguiti da veleni e sospetti. C'è chi sottolinea che le liste non sarebbero state approvate dal consiglio federale della Lega, come previsto dall'articolo 6 dello statuto, e chi si sofferma sul corto circuito del libro-manifesto del partito, "È l'Italia che vogliamo", che oggi sarà presentato a Venezia. Uno dei due autori, Giuseppe Valditara - docente di diritto ed ex senatore di An - è diventato uno dei consiglieri più ascoltati dal segretario. Ma è anche il coordinatore di Lettera 150, un think tank di accademici che ha visto fra i protagonisti negli ultimi anni anche Andrea Crisanti, il virologo che dopo aver collaborato con Zaia ha "divorziato" in un diluvio di polemiche. E oggi è candidato nel Pd. Di certo, Valditara si è già guadagnato l'etichetta di nuovo ideologo della Lega, nello scetticismo di quanti - dopo il caso del consulente per la politica estera Antonio Capuano - additano il ruolo ingombrante degli "esterni" con cui Salvini definisce la direzione di marcia del partito. Di un partito al bivio.