ROMA - Rendere pienamente contendibili 24 collegi uninominali finora considerati persi. Blindare la vittoria in altri quindici. E conquistare 23 scranni in più nel proporzionale. È questa la speranza contenuta nello studio riservato approdato al Nazareno. Quello che Enrico Letta ha in mente quando chiede al Pd di lottare per conquistare il 4% in più, erodendo due punti al Movimento e un altro paio al Terzo Polo. Il segretario chiede agli elettori di abbandonare l’approccio proporzionale e focalizzarsi su un approccio maggioritario, scegliendo la filosofia del voto utile. Permetterebbe di contenere al minimo la vittoria della destra. Nella migliore delle ipotesi, dice la simulazione che ha in mano, addirittura la paralizzerebbe, impedendo la nascita di un esecutivo sovranista guidato da Giorgia Meloni. Obiettivi che hanno spinto ieri il leader a pronunciare parole controverse. Un azzardo, perché certificano uno svantaggio netto oggi, in nome di una spe…
ROMA - Rendere pienamente contendibili 24 collegi uninominali finora considerati persi. Blindare la vittoria in altri quindici. E conquistare 23 scranni in più nel proporzionale. È questa la speranza contenuta nello studio riservato approdato al Nazareno. Quello che Enrico Letta ha in mente quando chiede al Pd di lottare per conquistare il 4% in più, erodendo due punti al Movimento e un altro paio al Terzo Polo. Il segretario chiede agli elettori di abbandonare l’approccio proporzionale e focalizzarsi su un approccio maggioritario, scegliendo la filosofia del voto utile. Permetterebbe di contenere al minimo la vittoria della destra. Nella migliore delle ipotesi, dice la simulazione che ha in mano, addirittura la paralizzerebbe, impedendo la nascita di un esecutivo sovranista guidato da Giorgia Meloni. Obiettivi che hanno spinto ieri il leader a pronunciare parole controverse. Un azzardo, perché certificano uno svantaggio netto oggi, in nome di una speranza - tutta da costruire - domani. Ma un azzardo che Letta ritiene vitale per riaprire la partita, risollevare un partito poco reattivo, salvare l’Italia dalla destra.
Ci sono i numeri e c’è la politica, ovviamente. La vera benzina della svolta arriva dopo settimane complesse. Con un segretario consapevole che non tutti i dirigenti stanno dando il massimo o si è addirittura disimpegnato, con un gruppo di comando in cui non manca chi ritiene che il leader abbia sbagliato l’impostazione della campagna elettorale. Letta decide di reagire. Anticipa la svolta ai big. Poi la comunica ai candidati. Imponendosi tre obiettivi, non necessariamente in quest’ordine di priorità: fare del Pd il primo partito, salvare la segreteria, evitare un governo tutto a destra e Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Uno scenario da evitare anche perché produrrebbe un Parlamento controllato da una maggioranza capace di modificare da sola la Costituzione, ma anche di eleggere i giudici costituzionali e i membri laici del Csm senza ascoltare l’opposizione. Un incubo, per il Pd. L’idea, allora, diventa quella di riattivare il meccanismo del voto utile nei collegi, sfidando la crescita nei sondaggi di grillini e terzopolisti.
Per Letta, non serve poi troppo per invertire la tendenza: quattro punti percentuali. Tagliare questo traguardo, dice lo studio riservato, potrebbe addirittura portare la destra a doversi accontentare di una vittoria risicatissima sia al Senato che alla Camera (potrebbe, perché in realtà un recupero del 4% nazionale è improbabile che sia spalmato in modo uniforme nei singoli collegi, e dunque potrebbe annullare i vantaggi previsti o renderli addirittura superiori alle attese). In ogni caso, l’alleanza sovranista – secondo la simulazione - potrebbe passare dagli attuali 125 senatori accreditati nei sondaggi a 105. E alla Camera dai potenziali 245 deputati a 203 deputati. Nel dettaglio, il Pd blinderebbe dieci uninominali a Montecitorio e cinque a Palazzo Madama. Riporterebbe in gioco diciassette posti da deputato e sette da senatore. E conquisterebbe ventiquattro parlamentari in più nel proporzionale (quindici deputati, otto senatori).
La rimonta dovrebbe concentrarsi soprattutto in alcune aree del Paese. Innanzitutto, servirebbe una netta vittoria in Emilia Romagna e Toscana. Poi una convincente affermazione nelle grandi città governate dal Pd: Milano, Torino, Firenze, Bologna, Roma e Napoli. Infine, i dem dovrebbero prevalere in città amministrate dal centrosinistra o in regioni in bilico: Trento, Ancona, Bari e la Sardegna. Le incognite sono moltissime, come detto. Resta l’obiettivo politico di contenere la vittoria di Giorgia Meloni. O addirittura di sbarrarle la strada di Palazzo Chigi, mettendola di fronte a una scelta complessa: partecipare a un esecutivo euroatlantista e o stringere un patto esclusivo con Salvini, guidando però un governo con numeri risicatissimi. Quattro punti in più regalerebbero al Pd anche una speranza che ad oggi sembra affievolita: ritagliarsi il ruolo di primo partito. Difficilissimo, certo. Ma se accadesse, renderebbe meno scontate le consultazioni che si apriranno a urne chiuse. E consegnerebbe a Letta la garanzia di mantenere il pieno controllo della segreteria.