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Musica e fumogeni, quel palco per tre che sembra una gabbia

La sensazione dei "coltelli" dietro la schiena è stata dissimulata 
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Quanto è difficile vincere, ma quanto più difficile se in tre! Se poi questi tre accreditati vincitori, cui occorre aggiungere i leader di altri tre partitini di incerto quoziente, sono quasi tre anni che evitano di mostrarsi in pubblico, e ognuno ha le sue buone ragioni, ecco che il comizio di chiusura del centrodestra, dove per qualche fuggevole istante Berlusconi, Meloni e Salvini sono apparsi tutti insieme, faceva pensare al più grande spettacolo prima del big bang. Perché la vittoria di regola è monogama e sul palco blu di piazza del Popolo, perimetrato da tubolari che lo facevano sembrare una gabbia, c'era comunque qualcuno di troppo. Guai a lasciarsi incantare dalle musiche trionfali, dai fumogeni tricolori, dalle chiacchiere generose, dai sorrisi professionali, dallo sventolio di bandiere delle claques. Ieri sera la coalizione doveva apparire unita e tale è apparsa. Ma poi? Poi, anzi già da ora la competizione di continuo su…

Quanto è difficile vincere, ma quanto più difficile se in tre! Se poi questi tre accreditati vincitori, cui occorre aggiungere i leader di altri tre partitini di incerto quoziente, sono quasi tre anni che evitano di mostrarsi in pubblico, e ognuno ha le sue buone ragioni, ecco che il comizio di chiusura del centrodestra, dove per qualche fuggevole istante Berlusconi, Meloni e Salvini sono apparsi tutti insieme, faceva pensare al più grande spettacolo prima del big bang. Perché la vittoria di regola è monogama e sul palco blu di piazza del Popolo, perimetrato da tubolari che lo facevano sembrare una gabbia, c'era comunque qualcuno di troppo. Guai a lasciarsi incantare dalle musiche trionfali, dai fumogeni tricolori, dalle chiacchiere generose, dai sorrisi professionali, dallo sventolio di bandiere delle claques. Ieri sera la coalizione doveva apparire unita e tale è apparsa. Ma poi? Poi, anzi già da ora la competizione di continuo suggerisce spunti. Per cui Salvini ha parlato troppo e il Cavaliere troppo poco, pur compiacendosi ("Ma questo chi l'ha pagato?") per il presentatore senza volto che con parole alate ha introdotto il suo discorso; Meloni, unica, si è regalata una presentazione d'autore da parte di Pino Insegno, di cui il pubblico non ricordava di aver prestato la propria voce all'illuminazione dell'albero Spelacchio, con tanto di lodi all'allora sindaca Raggi.


Non per richiamare a tutti i costi la potenza tossica della zizzania e l'uccelletto del malaugurio, ma con coreografico scrutinio, proprio in apertura si è potuto notare come, per scaldare la platea, sono entrati sul proscenio giovani alfieri di Forza Italia; ma poi, con passo più vigoroso, li hanno inseguiti altri portabandiera, però meloniani, che gli si sono andati a mettere davanti impallandoli, mentre per i baby salvinisti quasi non c'era più posto in prima fila.

Ma queste sono davvero inezie e malizie. Il punto nudo e crudo è che, esaurita la dovuta euforia, la notte del 25 anche da quelle parti si dovranno fare i conti, per non dire la resa dei conti, come da fulminea opera street art in cui Matteo e Giorgia si abbracciano nascondendo i coltelli dietro la schiena e il vecchione guarda e sorride. Se l'assoluto presente della campagna elettorale ha oscurato il futuro, le percentuali ridesteranno i rancori: Berlusconi prima illuso e poi mollato dai "ragazzotti" sulla strada del Quirinale; Salvini indignato per la "incomprensibile quota di rotture di coglioni" dei patrioti; ma soprattutto il proverbio che Meloni ha fatto suo dallo scorso inverno: "Meglio sola che male accompagnata".


Tutto ieri è stato convenientemente dissimulato. Però aleggiava lo stesso sui notabili (Crosetto, Ronzulli, Calderoli, Lollobrigida) che facevano la passerella prima della manifestazione, sulle poltroncine degli invitati-figuranti e con poetico slancio lo si poteva avvertire intorno ai pini e alle palme che racchiudono le geometrie di Valadier. Visti dal vivo, a forza di TikTok i tre leader facevano un po' l'effetto dei pupazzi o degli avatar elettorali coreani, forse accentuato dalla stanchezza, dalle luci, dai colori. Berlusconi cereo e piuttosto male in arnese, quasi sorretto a braccia, ma con giovanissima quasi moglie, a riprova che nel suo corpo, il corpo del Capo, Eros e Thanatos continuano a combattere; Salvini è parso stanco e tignosetto, per cui non si è negato un accenno all'ipotesi di far lui il premier. Meloni deve aver fatto finta di non sentire; tra le varie maschere che con indubbia abilità teatrale indossa - piccola fiammiferaia, Yo soy Giorgia, prima della classe e così via - ieri sera ha indossato quella da comiziante, con accentuazione strillonesca attenuata da afflati pop, "uh! Vi voglio bene!".

Ognuno ha detto il suo, però l'alleanza è tutto fuorché unitaria. Sono e restano tre identità tribali, quindi irrisolte, confuse, improvvisate. "Oh mondo inconsistente istrione/ Ciò che sta immobile il tempo abbatte/ Ciò che fugge si sottrae al tempo" (Ezra Pound, su Roma).