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Se prometti, poi mantieni: i programmi dei partiti parlano di donne. E poi se le dimenticano

Giorgia Meloni (Foto Reuters) (reuters)
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Donne, è arrivato l’arrotino. E vi promette parità salariale, asili nido, uguali possibilità di carriera rispetto ai vostri colleghi, politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, soldi a pioggia per non farvi abortire – perché lo fate solo non potendo permettervi un figlio, sia mai ci siano altri motivi – e perché no? La fine delle violenze sessuali e domestiche. Dovete solo votare, e votare il partito giusto.

Tra una settimana a quest’ora non avremo ancora un governo ma avremo i vincitori. La vincitrice, se i sondaggi non sbagliano, sarà Giorgia Meloni, che – incredibile ma vero – sembra quasi la più moderata pompiera per le uscite ormai scomposte di politici e politiche del suo partito e di quelli alleati sull’aborto (Simone Pillon, Lega: “Se una donna vuole abortire le offriamo somme ingentissime per non farlo, e se lo vuole ancora glielo impediamo”), ma si può perm…

Donne, è arrivato l’arrotino. E vi promette parità salariale, asili nido, uguali possibilità di carriera rispetto ai vostri colleghi, politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia, soldi a pioggia per non farvi abortire – perché lo fate solo non potendo permettervi un figlio, sia mai ci siano altri motivi – e perché no? La fine delle violenze sessuali e domestiche. Dovete solo votare, e votare il partito giusto.

Tra una settimana a quest’ora non avremo ancora un governo ma avremo i vincitori. La vincitrice, se i sondaggi non sbagliano, sarà Giorgia Meloni, che – incredibile ma vero – sembra quasi la più moderata pompiera per le uscite ormai scomposte di politici e politiche del suo partito e di quelli alleati sull’aborto (Simone Pillon, Lega: “Se una donna vuole abortire le offriamo somme ingentissime per non farlo, e se lo vuole ancora glielo impediamo”), ma si può permettere di ricordare a ogni passo che alla fine la prima donna presidente del Consiglio in Italia potrebbe essere lei, donna di destra, e a sinistra se ne dovranno fare una ragione. “Ho sempre pensato che una donna non dovesse avere regali, ma dovesse sapersi imporre. Credo che il fatto di avere una donna premier possa rompere il tetto di cristallo di questo paese”, ha detto ieri Meloni, e quel “sapersi imporre” ha tanto il sapore di qualcosa che bisogna guadagnarsi più degli uomini. Perché alla fine siamo sempre lì: a dover dimostrare qualcosa.

Ma le elezioni, adesso, sono una straordinaria prateria per farci credere che no, i nostri diritti sono al centro delle agende dei partiti. Non dei dibattiti politici, lì basta gettare ogni tanto una parola sulle donne, come le briciole di pollicino. Per le promesse ci sono le slide, i programmi elaborati dai gruppi per la parità di ogni partito, insomma tutto quello che è destinato a fare volume. Pane, rose e parità, avremo tutto. Ma avremo chi?

Period, think tank femminista, ha lanciato nel marzo 2021 la campagna #datipercontare, per chiedere alle istituzioni locali un impegno concreto a rendere aperti e pubblici i dati necessari a misurare il gap di genere, anche in vista dell’arrivo dei fondi del Pnrr. A pochi giorni dalle elezioni l’associazione rimette in fila i dati del Report Annuale Istat di luglio sulle disuguaglianze di genere. Eccoli: le famiglie monogenitoriali sono stimate in 1,8 milioni, di cui 210mila (l’11,7%) in stato di povertà assoluta. Del totale delle famiglie monogenitoriali, l’80,9% è fatto da madri sole con figli. Aumentano anche le donne over 65 che vivono sole (il 38,8% del totale contro il 19,5% dei coetanei uomini). Circa 1,5 milioni di persone anziane (sempre inteso come over 65) si deve fare carico di familiari non autonomi: nella maggior parte dei casi è il/la partner, e anche in questo caso le caregiver sono più donne (420mila) che uomini (340mila). Sulla questione del lavoro: il 47, 2% delle lavoratrici tra i 15 e i 34 anni è una lavoratrice non standard (precaria o con part-time spesso involontario) rispetto al 34,4% dei coetanei uomini. “Nonostante questo quadro desolante - denuncia la presidente di Period Giulia Sudano - , proposte concrete per ridurre il gender gap del nostro Paese non hanno finora avuto nessuno spazio nel dibattito elettorale in vista delle elezioni del 25 settembre. Nonostante le donne e i giovani stiano soffrendo maggiormente della crisi sanitaria ed economica della pandemia e della crisi energetica, i dibattiti elettorali si sono incentrati maggiormente sulle candidature invece di dare spazio a un confronto serio su possibili proposte per affrontare le preoccupanti disuguaglianze sociali del nostro paese. Siamo amareggiate della retorica sull’importanza della parità di genere, se poi i partiti che dovrebbe occuparsi di proporre politiche efficaci per ridurre le disparità di genere non aprono nemmeno in campagna elettorale confronti seri sulla lotta alla povertà, sulla redistribuzione del lavoro di cura e sulla garanzia di un lavoro dignitoso ed equo. Le donne di questo Paese, da anni, chiedono alle istituzioni un decisivo e credibile cambio di rotta sulle diseguaglianze di genere che non può più essere rimandato”.


Servono gli asili, non gli sconti Irpef ai nonni: il grafico di The European House - Ambrosetti mostra l'impatto strutturale rappresentato dall'investimento negli asili nido. Maggiori posti = maggior accesso al mercato del lavoro nella popolazione femminile 

Un gruppo di professioniste e professionisti del campo medico e sanitario – 90 i primi firmatari – si sono messi lì a spulciare i programmi elettorali di Fratelli d’Italia e della Lega, e da lì è nato #votaconscienza, un “manifesto medico sanitario in difesa dei diritti civili e contro la disinformazione in campagna elettorale”. Che analizza, con le card del linguaggio social, le proposte dei due partiti su sei argomenti in relazione, appunto, a cosa dice la scienza. Percorsi di affermazione di genere, ruolo genitoriale, libertà di espressione, legge 194, famiglia e società, visione della donna.

Nel programma elettorale della Lega per il primo punto, i percorsi di affermazione di genere, c’è il “contrasto all’ideologia di genere e alla fluidità in più settori: scuola, sport, carcere e documenti pubblici”. (Tutto vero, ne consiglio la lettura, è un testo interessante anche quando parla di “politiche familiari che includano anche l’indispensabile ruolo dei nonni a servizio di figli e nipoti”. A servizio. La proposta collegata è lo sconto Irpef per i nonni che si prendono “attivamente” cura dei nipoti). Sul ruolo della donna, sempre la Lega, propone “l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi per tutte le madri di famiglie numerose che partoriscano e si prendano cura di almeno quattro figli”. Ma anche: un “contributo statale per la nascita di ciascun figlio: per i primi due figli, il contributo sarà erogato sotto forma di sovvenzione per un mutuo, dal terzo figlio il contributo si trasformerà in un aiuto economico per far fronte alle spese del neonato”. Dove le abbiamo già sentite? Quando? Forse qualche Ventennio fa. Comunque, la risposta del Manifesto è “la preoccupazione relativamente alla visione della donna percepita come dotata di un ruolo predefinito, ovvero quello materno. Riteniamo la maternità un dono e la tuteliamo ogni giorno, rifiutiamo tuttavia il ruolo della donna come madre per forza. Sostenere numerose gravidanze deve essere una libera scelta, non certamente compensabile con esenzioni fiscali o pensionamenti anticipati (per esercitare ancora ruoli di cura?)”.

Su famiglia e società, ecco Fratelli d’Italia: “Mantenimento delle unioni civili, ribadendo al contempo il divieto di adozioni omogenitoriali e la lotta ad ogni forma di maternità surrogata”. Risposta: “Diverse ricerche scientifiche dimostrano che l’orientamento sessuale di un genitore non danneggia lo sviluppo de* figli* e non ne ostacola una crescita sana. Gli studi sulle famiglie con genitori omosessuali dimostrano che all’interno di una educazione senza imposizioni di genere i bambini e le bambine non vivono con confusione la loro identità e il loro comportamento sessuale. Inoltre, l’orientamento sessuale non “si trasmette” con la semplice osservazione (altrimenti non potremmo spiegare i  figli omosessuali nati da genitori etero)".

Torniamo alle proposte. Ma invertendo chi le fa e chi le riceve. Aidda, l’Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti di Azienda, ne ha fatte alcune ai partiti per sostenere le aziende femminili in una fase di instabilità. Individuando alcune aree di intervento necessarie per aumentare la presenza femminile nel mondo del lavoro: sviluppo di infrastrutture sociali, a partire dagli asili, politiche di sviluppo della imprenditoria femminile e di promozione dell’avvio di iniziative professionali al femminile che, oltre a creare posti di lavoro, aiutano a rendere le donne autonome economicamente crea realtà normalmente sostenibili e crea prosperità nelle aree territoriali dove si insediano. Interventi sul mercato del lavoro, agendo sullo scostamento fra valore delle retribuzioni nette e costo del lavoro per le imprese, considerato uno dei fattori che più allontanano le donne, soprattutto se abbinato a politiche di sussidio che – nei fatti e con buona pace dei padri del Reddito di cittadinanza – in molti casi creano il mercato nero parallelo, quello dei lavori sommersi, senza tasse certo, ma anche senza tutele.

Si chiedono, anche, interventi diretti per l’accesso al mercato finanziario per le imprese femminili: finanziamenti agevolati ed a fondo perduto. “Il rischio di una sensibile riduzione di aziende femminili comporta un ulteriore peggioramento della presenza femminile nel lavoro e pregiudicherebbe ulteriormente l’autonomia di molte donne oltre alla perdita di ulteriori posti di lavoro”, è la previsione nera di Aidda.

La tabella di Youtrend che ci fa vedere le quote nelle candidature 


Un’ultima considerazione. Come le imprese femminili creano – è un dato di fatto – un circolo virtuoso per l’occupazione femminile, si potrebbe pensare e sperare che anche un aumento della rappresentanza femminile nelle nostre istituzioni possa portare a un maggior impegno – concreto, che non abbiam bisogno di parole, come cantava quello – per le donne.

Il 4 marzo 2018 furono elette alla camera 210 donne su un totale di 630 deputati (33%) e al Senato 107 su 315 (34%). Lavoce.info ricorda che a luglio scorso questi numeri, tra addii e arrivi, erano un po’ migliorati: alla Camera il 37%, al Senato il 35%. Erano state le prime elezioni con le quote di genere del Rosatellum, e non certo con un risultato incoraggiante, perché c’è sempre modo di aggirare questo fastidioso intralcio delle quote di genere.

Su con la vita: tutti i partiti che si presentano alle elezioni di domenica hanno fatto lo stretto compitino del Rosatellum sulla rappresentanza di genere, per cui non si possono avere più del 60% di candidati di un genere. Le analisi di YouTrend mostrano come nei collegi uninominali di Camera e Senato le donne candidate sono il 44,2% e gli uomini il 55,8%, con una maggior rappresentanza nelle liste al Senato. Il più vicino al risultato è Unione Popolare con il 45,1%, a pari merito come fondo classifica i partiti del centrodestra (FdI, Lega, FI e Noi moderati) con il 40,8. Ma ancora più indicativa è la presenza delle candidate come capilista al plurinominale, che ricordiamo non vuol dire elezione sicura, data la possibilità si multicandidature che, in caso di vittoria, fanno scattare automaticamente il seggio al secondo in lista, che è uomo. Alla Camera il 43% sono donne e il 57% uomini, al Senato le donne sono il 36%, e qui non vuol dire essere contro la legge del 60%, visto che i collegi plurinominali al Senato sono su base regionale. Spiega Youtrend: “Come fa la Lega a essere al 27 per cento, se in ogni regione ogni genere deve avere almeno il 40% di capolista? Il motivo risiede nel fatto che in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Toscana e Umbria c’è solo un collegio plurinominale per regione e in tutti questi il partito di Matteo Salvini ha messo un uomo come capolista. Nell’unica regione con tre plurinominali, la Lombardia, la Lega ha messo due uomini come capolista”. 


Me lo segno

Nasibe Samsaei, una donna iraniana che vive in Turchia, si taglia i capelli davanti al consolato iraniano durante le proteste per la morte di Masha Amini (Photo by Yasin AKGUL / AFP) 

Masha Amini aveva 22 anni, pochi giorni fa era con la famiglia in vacanza a Teheran, erano partiti dal Kurdistan iraniano dove vivevano. La Polizia morale l’ha fermata per “abbigliamento inappropriato”: non portava correttamente il velo sulla testa. Portata al centro di detenzione di Vozara dopo due ore è stata trasferita d'urgenza in ospedale: è entrata in coma ed è morta poche ore dopo. Dall’Iran adesso la protesta sta arrivando ovunque: donne, e con loro in piazza anche uomini, che si tolgono il velo, lo bruciano e tagliano i capelli in segno di solidarietà e protesta, come vuole la tradizione curda quando le donne sono in lutto. Ci vuole coraggio, enorme. Qui Gabriella Colarusso racconta chi era Masha Amini e dove sta andando la protesta.