La Verona di Tommasi non crede più ai miracoli, la sfida è dentro la destra
dal nostro inviato Giampaolo Visetti , dal nostro inviato Giampaolo VisettiVERONA - Tre mesi fa la città del primo congresso della Repubblica sociale di Salò, ultima spiaggia di Benito Mussolini, è stata la grande sorpresa del centrosinistra largo di Damiano Tommasi: un'isola di discontinuità nel Veneto ancora dominato dalla Lega del governatore Luca Zaia. Rottamato Mario Draghi, proprio grazie ai voti del centrodestra, i riflettori elettorali del Nordest sono così puntati oggi sul caso-Verona. Domenica qui si può consumare il bis riformista, o la resa dei conti tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni: dopo 77 anni per il partito della destra italiana sarebbe l'inedito ritorno a prima forza cittadina.
"Difficile - dice Raffaele Boscanini, presidente di Assindustria - una conferma dell'effetto Tommasi. In giugno si è scelto il sindaco, una persona precisa per risolvere problemi precisi. In più c'era ancora il governo Draghi: i veronesi farebbero la firma per farlo restare. Ora il punto …
VERONA - Tre mesi fa la città del primo congresso della Repubblica sociale di Salò, ultima spiaggia di Benito Mussolini, è stata la grande sorpresa del centrosinistra largo di Damiano Tommasi: un'isola di discontinuità nel Veneto ancora dominato dalla Lega del governatore Luca Zaia. Rottamato Mario Draghi, proprio grazie ai voti del centrodestra, i riflettori elettorali del Nordest sono così puntati oggi sul caso-Verona. Domenica qui si può consumare il bis riformista, o la resa dei conti tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni: dopo 77 anni per il partito della destra italiana sarebbe l'inedito ritorno a prima forza cittadina.
"Difficile - dice Raffaele Boscanini, presidente di Assindustria - una conferma dell'effetto Tommasi. In giugno si è scelto il sindaco, una persona precisa per risolvere problemi precisi. In più c'era ancora il governo Draghi: i veronesi farebbero la firma per farlo restare. Ora il punto è tenere l'Italia in Europa e dentro l'Occidente".
Alla Gran Guardia non sono più i tempi del Forum Eurasiatico, traslocato in agosto a Baku, con Salvini a dare il benvenuto agli oligarchi di Putin, signori dell'energia russa. Dimenticato anche il Congresso mondiale delle famiglie, finanziato dalla destra radicale Usa e dagli integralisti ortodossi di Mosca, portati in piazza Bra dall'ex ministro leghista Lorenzo Fontana, candidato e uomo forte del segretario. "Verona però - dice Olivia Guaraldo, filosofa della politica e direttrice del centro studi Hannah Arendt - sottotraccia resta quella. Il fenomeno Tommasi è stato possibile solo per il coinvolgimento dei giovani, per uno stile d'ingaggio che non chiedeva il voto, ma offriva di partecipare alle scelte. La contaminazione culturale immediata è una speranza, ma realisticamente domenica assisteremo a una partita diversa".
I numeri delineano uno scontro tutto all'interno della destra. Nel 2018 qui la Lega salì al 32%, con FdI al 4,9 e FI all'11,3. Alle ultime comunali Salvini è crollato al 6,6%, la Meloni ha più che raddoppiato all'11,9 e Berlusconi si è ridotto al 4,3%. Il Pd resta attorno al 15%, nessuno prevede un bis M5S al 22,9%. "Nel voto comunale - dice l'imprenditore Massimo Ferro, ex presidente di Camera di commercio e aeroporto, parlamentare forzista non ricandidato - prevalgono le liste civiche. Per il Parlamento contano i leader nazionali: a Verona la sfida vera è tra Salvini e la Meloni, che si giocano anche il candidato governatore regionale del dopo-Zaia". Decisivo come a giugno il suo ex pupillo Flavio Tosi, ex sindaco ormai primo avversario, emigrato in Fi. Non a caso il Capitano, mollato il Sud, vaga ormai solo tra Pontida e San Giovanni Lupatoto promettendo "l'autonomia subito" a lumbard e venetisti. A tallonarlo Crosetto e La Russa, cofondatori di FdI incaricati di ridimensionarlo con un secco "prima il presidenzialismo".
"Siamo una città moderata, cattolica ed ex Dc- dice Giulio Cavara, leader degli albergatori - dove la sinistra vince se la destra si divide. È successo solo con Zanotto sindaco nel 2002 e con Tommasi vent'anni dopo. La sensazione è che l'autonomia non sia più la priorità della gente, ma l'arma che Salvini usa per condividere la sconfitta con i governatori del Nord e frenare il sorpasso della Meloni. Il voto di destra però questa volta non finirà a sinistra: io sento che ai veronesi l'affermazione di una donna, determinata e coerente, non dispiace".
A condividere il potere reale in città restano finanza e chiesa. La prima, preoccupata dai mercati per una deriva verso Putin e Orban, guarda a Calenda e a Letta, unico leader a essere ricevuto (su sua richiesta) da un Tommasi prudente e defilato. La seconda, dopo le passate indicazioni per Zaia e destra del vescovo Giuseppe Zenti, stavolta non si schiera. "Avremmo già dovuto avere il successore Domenico Pompili - dice il prefetto della biblioteca capitolare, don Bruno Fasani - ma l'insediamento, causa voto, è stato spostato al primo ottobre. A guidare liberamente sono così solo i diritti civili e i valori morali. Non vedo più fedeltà nelle urne: sono però curioso di sapere quanti elettori di Tommasi, neosindaco con oltre il 53%, domenica voteranno per Meloni premier".
I colonnelli leghisti in città temono di scoprire Giorgia poco sotto il 30%, un terremoto capace di archiviare Salvini, stoppare l'autonomia e aprire a FdI le porte della regione, in Veneto e nel resto del Nord. "Anche Tommasi e il suo centrosinistra allargato - dice Alex Vantini, presidente locale di Coldiretti - partirebbero però azzoppati. Per Verona il tandem Tommasi-Draghi era una cosa: il confronto con un premier di destra e un governatore leghista, per la città sarebbe più complicato. Il dramma, non solo per il mondo agricolo, è che per resistere abbiamo bisogno di interventi forti e immediati, ossia di agenda e riforme promosse da Draghi". Ancora tutti aggrappati, attorno all'Arena, al sogno di una replica di Supermario: gli stessi pronti però a scegliere chi gli si è sempre opposto, o chi l'ha fatto cadere.