Astensione alle urne, per gli indecisi è il giorno della scelta: il non-voto vale il 35%
di Lorenzo De Cicco , di Lorenzo De CiccoROMA - Quasi un elettore su dieci sta decidendo chi e se votare in queste ore, fra ieri e oggi. E il 3% sceglierà dove piazzare la X sulla scheda al fotofinish, mettendo il naso nella cabina elettorale. Ultra-zona Cesarini. Citati in coda alle rilevazioni dei sondaggisti per mesi, per gli "indecisi/astenuti" è il giorno della scelta. Andare al seggio o restare a casa. Ore 7, aprono le urne. E affiora la domanda pronunciata un po' in sordina in questa strana campagna estiva: saranno le elezioni politiche meno partecipate di sempre? Possibile, probabile, rispondono i sondaggisti. I pronostici dei principali esperti fissano l'asticella intorno al 65%. Sarebbe il fondo, che i più credevano di avere toccato nel 2018, quando si mise in coda con la tessera il 72,9% degli aventi diritto. Pensare che dal Dopoguerra fino al 1979 l'affluenza, in tutte le elezioni politiche italiane, scavallava in scioltezza quota 90% e fino al 2008 mai era scivolata sot…
ROMA - Quasi un elettore su dieci sta decidendo chi e se votare in queste ore, fra ieri e oggi. E il 3% sceglierà dove piazzare la X sulla scheda al fotofinish, mettendo il naso nella cabina elettorale. Ultra-zona Cesarini. Citati in coda alle rilevazioni dei sondaggisti per mesi, per gli "indecisi/astenuti" è il giorno della scelta. Andare al seggio o restare a casa. Ore 7, aprono le urne. E affiora la domanda pronunciata un po' in sordina in questa strana campagna estiva: saranno le elezioni politiche meno partecipate di sempre? Possibile, probabile, rispondono i sondaggisti. I pronostici dei principali esperti fissano l'asticella intorno al 65%. Sarebbe il fondo, che i più credevano di avere toccato nel 2018, quando si mise in coda con la tessera il 72,9% degli aventi diritto. Pensare che dal Dopoguerra fino al 1979 l'affluenza, in tutte le elezioni politiche italiane, scavallava in scioltezza quota 90% e fino al 2008 mai era scivolata sotto l'80%. Stavolta rischia di disinteressarsi alle elezioni - e dunque al nuovo governo, alla guida del Paese in un frangente raramente così burrascoso - quasi un terzo del corpo elettorale.
"Sì, potrebbero essere le Politiche con l'affluenza più bassa", profetizza Antonio Noto, direttore di Noto Sondaggi, che oggi sfornerà gli exit poll per la Rai. "In base ai nostri calcoli, il 65% degli elettori ha già deciso di andare a votare". E gli altri? "Il 10% decide nelle ultime 48 ore. Il 3% al momento del voto, dentro la cabina". Se dal blocco degli astensionisti si sganciasse una fetta consistente di votanti, i sondaggi della vigilia (sottaciuti per legge, ma arci-noti agli addetti ai lavori), potrebbero finire in discussione, le carte rimescolate. A patto però che "almeno il 5%, cioè la metà degli indecisi che alla fine andrà a votare, si esprima nella stessa direzione, per lo stesso partito". In passato, a volte, è avvenuto: nel 2018, i late decider indicarono in gran parte il M5S, che arrivò 5 punti sopra rispetto all'ultimo sondaggio pubblicato. Alle Europee del 2014 toccò al Pd di Matteo Renzi, cinque anni dopo alla Lega pre-Papeete di Matteo Salvini.
Siamo già in una fase "post" rispetto all'anti-politica arrembante del 2013 e del 2018, è convinta Sofia Ventura, politologa dell'università di Bologna. "Non si crede più nemmeno alle forze anti-sistema. Lo dimostra l'assenza di passione in questa campagna elettorale. Prevale una sensazione di stanchezza, anche dei populisti". La rabbia motrice di cinque anni fa pare evaporata. Rimpiazzata "dalla rassegnazione. Non c'è più la speranza di dare la "spallata", difronte a un Paese che alla fine rimane uguale". Cosa resta? "Il fatalismo di chi dice: tanto non cambia niente".
Occhio al fattore maltempo, dice Alessandra Ghisleri. "È vero, il trend dell'affluenza è in discesa, perfino rispetto al 2018". Ma nuvole e pioggia, soprattutto al Nord, potrebbero spingere a concentrarsi sul match politico. "Molti non sono andati a fare il weekend fuori. E si vota in un giorno solo". Se l'affluenza fosse bassa, ad avvantaggiarsene sarebbero i partiti tradizionali, che possono contare sul famoso zoccolo duro ("nomi non se ne possono fare"), mentre sarebbero sfavoriti quelli "che vanno a caccia di nuovi "clienti" fra gli indecisi".
Fabrizio Masia, sondaggista e amministratore delegato di Emg, prevede un'astensione "fra il 30 e il 35%". In linea con quanto presagisce Roberto Weber, presidente dell'Istituto Ixè: "Abbiamo dati sconcertanti, ma credo che alla fine si arriverà a un'affluenza fra il 64 e il 65%. Non credo si scenda ulteriormente". Colpa della disaffezione, cresciuta ancora dal 2018 a oggi. Ma anche di partiti sempre più lanciati nella rincorsa social. "E meno radicati, meno strutturati sul territorio rispetto alla Prima Repubblica". Come dire: nonostante gli sforzi dei leader, TikTok non basta.