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Nel Nordest della Lega doppiata da FdI: “La base si è rivoltata per mandare via Salvini”

Il giorno dopo è già il momento della resa dei conti. Padova, Treviso, Belluno, Vicenza, e poi su fino a Trieste e Gorizia. I numeri sono impietosi e i dirigenti locali puntano l'indice contro il leader: "Dopo il Papeete non ne ha azzeccata una"
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TREVISO - Dai Serenissimi ai "patrioti", dalle bandiere con il leone di San Marco al tricolore, e più vai su e più la crepa è larga, profonda, in un certo senso lacerante. "Qui la base si è rivoltata contro Salvini, - tuona l'europarlamentare trevigiano Gianantonio Da Re, leghista di lungo corso - . Attenzione. Non contro la Lega. Contro Salvini. Contro la sua gestione del partito, contro le scelte politiche sciagurate. Sì, il voto leghista è andato a Fratelli d'Italia. Sa perché? Sa qual è il messaggio che è passato nel nostro elettorato? "Tornerò a votare Lega solo quando non ci sarà più Salvini". La disfatta è colpa sua, dal Papeete in poi non ne ha azzeccata una e adesso deve dimettersi. Il suo tempo è finito".

La notizia, in effetti, è di quelle che scuotono: il profondo Nordest ha girato le spalle alla Lega del Capitano e si è con…

TREVISO - Dai Serenissimi ai "patrioti", dalle bandiere con il leone di San Marco al tricolore, e più vai su e più la crepa è larga, profonda, in un certo senso lacerante. "Qui la base si è rivoltata contro Salvini, - tuona l'europarlamentare trevigiano Gianantonio Da Re, leghista di lungo corso - . Attenzione. Non contro la Lega. Contro Salvini. Contro la sua gestione del partito, contro le scelte politiche sciagurate. Sì, il voto leghista è andato a Fratelli d'Italia. Sa perché? Sa qual è il messaggio che è passato nel nostro elettorato? "Tornerò a votare Lega solo quando non ci sarà più Salvini". La disfatta è colpa sua, dal Papeete in poi non ne ha azzeccata una e adesso deve dimettersi. Il suo tempo è finito".

La notizia, in effetti, è di quelle che scuotono: il profondo Nordest ha girato le spalle alla Lega del Capitano e si è consegnato a Giorgia Meloni. A un partito tradizionalmente centro-meridionale, nazionalista, centralista, e che invece fa il pieno proprio in queste terre di partite Iva, di benessere, di identità locali, assetate di autonomia: terre che la Lega governa, sì, e che però - ed è il paradosso - disconoscono e infine impallinano il suo leader. "Ha abbandonato le richieste della gente, dei lavoratori, degli imprenditori - aggiunge Da Re - . Come? Commissariando a tutto spiano. Senza un'assemblea, senza ascoltare nessuno".


Il giorno dopo è già il momento della resa dei conti. Padova, Treviso, Belluno, Vicenza, e poi su fino a Trieste e Gorizia. I numeri sono impietosi. Dicono che la Lega In Veneto è stata doppiata da FdI (16% e 32,7%), e in Friuli Venezia Giulia il divario si è addirittura triplicato (10,9% e 32,3%). Una batosta che si compie nelle roccaforti dove - e in Lombardia era lo stesso, pure di più - ai tempi di Bossi era come se non esistesse nemmeno il beneficio del dubbio. Ora tutto è capovolto. Il rullo dei "patrioti" ha letteralmente travolto quella che sembrava, ma non era, una corazzata. Di buon mattino, dopo la notte passata a aspettare i risultati, sui cellulari dei militanti faceva capolino il tweet dell'assessore regionale veneto allo Sviluppo, Roberto Marcato: "Cronaca di un disastro annunciato". Ragiona a freddo l'autore. "Adesso si impone il momento di una profonda riflessione anche per i vertici. Chiediamo e vogliamo subito un congresso vero in Veneto. Al governo? Andarci solo se ci danno l'autonomia, altrimenti subito a casa".

(agf)

Dirigenti, deputati, sindaci, assessori di osservanza zaiana. Lo stesso in Friuli, nell'elettorato devoto al rito fedrighiano.
Subito, dopo il sorpassone di FdI, insieme alla rabbia che spurga riemergono i temi cruciali della gente leghista, quei voti che hanno permesso e ancora permettono al partito di governare in tre regioni chiave per l'economia italiana (Lombardia, Veneto e Fvg). L'autonomia. Il "nord". I rapporti con l'Europa che per gli imprenditori sono imprescindibili. "Nord": quella parolina magica che Salvini ha sepolto ed è lì, senza dubbio, che ha iniziato a tirarsi addosso le "forti antipatie di questa regione" - definizione di Da Re.


Più di un'idiosincrasia, più di un prurito se è vero, come si dice nei bar di piazza dei Signori, salotto buono di Treviso, che "i leghisti hanno votato Nordio". Carlo Nordio, neoparlamentare e ministro in pectore. Una delle carte più pesanti calate da Meloni. "Una bella vittoria, mitigata dalla forte responsabilità", gongola l'ex magistrato, 75enne. Si gode il pieno di voti che è lo stesso, tracimante, incassato dal suo partito in Friuli Venezia Giulia. Dove FdI vola aumentando di cinque punti il suo risultato nazionale e superando di tre volte la Lega.

Il fatto che il centrodestra qui abbia sfiorato il 50% non ha per nulla aiutato i leghisti a leccarsi le ferite: anzi. Mentre l'ex finiano Roberto Menia, triestino doc, torna in Parlamento dopo nove anni, qualche leghista inizia a sentire i brividi lungo la schiena. Perché la Regione è loro. "Risultato straordinario, ma la ricandidatura di Fedriga non è in discussione", rassicura al momento il coordinatore regionale di FdI, Walter Rizzetto, ex M5S. Poi domani, chissà.


Il tema è che in ballo, e a mettere al tappeto la Lega salviniana, non è stata solo l'eterna "base": sono stati anche gli imprenditori. I signori degli schéi allergici alle crociate filoputiniane, checché ne pensi il Capitano sul viale del tramonto. Laura Dalla Vecchia, Confindustria Vicenza: "Ci sono segretari di partito che parlano la nostra lingua, Meloni e Calenda lo sono, e altri segretari di partito che parlano di cose che non ci interessano". Più chiaro di così. Evidentissimi, adesso, sono dunque gli effetti della "tenaglia". L'attrezzo politico costruito negli ultimi mesi dal mondo dell'impresa e dai governatori leghisti insieme ai colonnelli di Meloni.

Obiettivo: mettere nell'angolo Salvini destinandolo a essere sostituito da Zaia o Fedriga. "Otto su dieci dei nostri dicono: "Mai più con Salvini"", , rincara la dose Da Re. Sotto accusa la triade veneta fedele al Capitano: il "duro" Massimo Bitonci, Andrea Ostellari (l'affondatore della legge Zan) e il giovane coordinatore regionale Alberto Stefani, sindaco di Borgoricco. Che succederà, da domani? La lunga giornata nordestina del terremoto politico e dei coltelli affilati finisce con l'annuncio di una raccolta firme per il congresso veneto della Lega. E con le parole beffarde di Luca De Carlo, responsabile veneto di FdI. "Meloni? È la più veneta dei politici italiani". La "veneta" della Garbatella. C'era una volta il tank in piazza San Marco.