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Giorgia Meloni, la storia politica e le radici a destra: ritratto della leader di FdI che è a un passo dal governo

Oggi come all'inizio della militanza, al suo fianco c'è sempre lo stesso gruppo di uomini e donne. Troppo semplice rubricare il tutto alla voce "cerchio magico". È una galleria di personaggi uniti dalla fede politica e da uno spirito di comunità, ciascuno ha il suo "nome di battaglia"
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Il concetto di famiglia, uscito intatto da un'infanzia senza padre, è alla base della formazione politica di Giorgia Meloni. La traiettoria della vincitrice delle elezioni ha un aspetto facilmente riconoscibile: oggi come ai tempi dell'inizio della sua militanza nella Destra romana, la leader ha al fianco lo stesso gruppo di uomini e donne. Troppo semplice rubricare il tutto alla voce "cerchio magico". È una galleria di personaggi uniti dalla fede politica e da uno spirito di comunità che porta ancora oggi Meloni a chiamare ciascuno dei protagonisti con un nickname, un nomignolo. Un nome di battaglia.

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Le radici a destra di Meloni

A partire dal "Lungo", al secolo Marco Marsilio, il primo oratore in cui si imbatte quando arriva alla sezione della Garbatella, ad appena 15 anni, per iscrive…

Il concetto di famiglia, uscito intatto da un'infanzia senza padre, è alla base della formazione politica di Giorgia Meloni. La traiettoria della vincitrice delle elezioni ha un aspetto facilmente riconoscibile: oggi come ai tempi dell'inizio della sua militanza nella Destra romana, la leader ha al fianco lo stesso gruppo di uomini e donne. Troppo semplice rubricare il tutto alla voce "cerchio magico". È una galleria di personaggi uniti dalla fede politica e da uno spirito di comunità che porta ancora oggi Meloni a chiamare ciascuno dei protagonisti con un nickname, un nomignolo. Un nome di battaglia.

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Le radici a destra di Meloni

A partire dal "Lungo", al secolo Marco Marsilio, il primo oratore in cui si imbatte quando arriva alla sezione della Garbatella, ad appena 15 anni, per iscriversi al Fronte della Gioventù. Oggi Marsilio è il governatore dell'Abruzzo ed è uno dei tanti dirigenti di FdI che vengono da quella storia di militanza. A curare i dettagli burocratici dell'iscrizione, quel giorno, è Andrea De Priamo, detto "Peo", poi diventato consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d'Italia in Campidoglio.

Da quell'incontro, di cui De Priamo racconterà il dettaglio di una giovanissima avventrice in tuta rosa (ma il particolare è sempre stato smentito dall'interessata), inizia un cammino politico che Meloni racconta con i toni della missione, lunghi dibattiti e volantinaggio, fino all'approdo alla sezione di Colle Oppio e l'impatto con il responsabile di quella storica enclave della Destra romana, ovvero Fabio Rampelli, il vero primo mentore dell'attuale candidata alla presidenza del Consiglio. È Rampelli, carismatico capo dei "gabbiani", a sostenere l'ascesa di Giorgia Meloni, prima candidandola a soli 21 anni al consiglio provinciale, e poi appoggiandola nelle successive fulminee tappe della scalata. La più importante, certamente, la nomination al congresso di Azione Giovani,  a Viterbo nel 2004. È lo scalino che porterà la pasionaria della Garbatella su una ribalta nazionale: Meloni sconfigge Carlo Fidanza e diventa responsabile del movimento giovanile, ma soprattutto amplia e consolida una squadra che comprenderà amici e nemici di quell'avventura.

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Chi è Fidanza, l'uomo dell'inchiesta

Fidanza, per esempio, oggi è un eurodeputato di FdI, immortalato l'anno scorso mentre faceva il saluto romano durante un appuntamento elettorale e finito nell'inchiesta sulla lobby nera che lo vede indagato con altri per finanziamento illecito al partito e riciclaggio. "Carlo? Uno dei pochi capaci di studiare quanto me", disse Meloni di Fidanza prima dell'inchiesta che si abbatté su Fdi alla vigilia delle Comunali del 2021. Legami politici e affettivi si consolidano in quel periodo: Francesco Lollobrigida, detto "Lollo", oggi capogruppo alla Camera di Fdi, si sposerà con Arianna Meloni, la sorella di Giorgia che fra i suoi diversi incarichi ne avrà anche uno nella segreteria di Rampelli. Mentre la leader, in quel periodo, avrà già fatto conoscenza con Marco Scurria, detto "il noto", uno dei capi del movimento Fare fronte, cognato dello stesso Rampelli e futuro eurodeputato cui il partito affiderà la guida della Foundation pour l'Europe des Nations, uno dei ponti europei di FdI, costruito (anche) con lo scopo di  accedere ai finanziamenti di Bruxelles. 

La banda Meloni e lo spirito di Atreju

La banda Meloni attraversa il mare dei fortunati anni '90. Sempre con lo stesso spirito, che è poi quello di Atreju, presenze a largo raggio, goliardate che mettono in imbarazzo i big (a D'Alema fu fatta firmare una petizione per intitolare un parco all'unica, inesistente, vittima del Muro di Berlino) ma anche inviti, diciamo così, più impegnativi: da Steve Bannon, l'ideologo trumpiano ospitato nel 2018 e poi arrestato per frode e per reticenze nei confronti dell'assalto a Capitol Hill, a Viktor Orbán, uno dei riferimenti della Destra sovranista che nel 2019 fu osannato dalla platea che gli dedicò le strofe di "Avanti ragazzi di Buda".

È in quel clima che Giorgia e i suoi accoliti si fanno avanti. All'ombra della crescita di An e delle lotte di potere che già infuriavano attorno a Gianfranco Fini. Emblematica la conversazione in un bar di Roma, datata 15 luglio 2005, in cui tre colonnelli finiani, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli, si lasciano andare in giudizi poco lusinghieri nei confronti dell'allora presidente del partito: "È malato, non vedete come è dimagrito, gli tremano le mani, non possiamo fargli fare la trattativa sul partito unico". Fini minaccerà provvedimenti durissimi, i tre dirigenti scriveranno una lettera di scuse. In quella Alleanza Nazionale c'è una triade di parlamentari che fa il bello e il cattivo tempo a Roma: Gianni Alemanno, Fabio Rampelli, Andrea Augello. Fra pressioni e veti incrociati, Fini nel 2006 decide di premiare Meloni, proprio per spegnere la contesa dei maggiorenti del partito. Le propone la vicepresidenza della Camera. E due anni dopo, quando il centrodestra tornerà al governo con Berlusconi, ecco la nuova chiamata del leader e il primo incarico ministeriale. Delega alle politiche giovanili, denominazione cambiata in "Gioventù", che a detta di alcuni osservatori maliziosi, rimandava direttamente al linguaggio del Ventennio.

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Il cerchio magico di Meloni al ministero

Ma tant'è: è l'occasione per promuovere nei palazzi delle istituzioni altri ex virgulti della Destra della Garbatella e di Colle Oppio. Per rinforzare ancora la "banda". Con Meloni, al ministero, ci sono Giovanbattista Fazzolari detto  "Fazzo" nel ruolo di capo della segreteria e Nicola Procaccini con i compiti di portavoce. Di quest'ultimo la presidente di FdI ha grande stima: "È la persona più abile che conosca a dare alla cose un senso profondo". Stima che non viene meno quando Procaccini, più volte sindaco di Terracina, si trova invischiato in un'inchiesta dai contorni inquietanti: è indagato nell'ambito della maxi-inchiesta sulle concessioni demaniali e posto sotto accusa da testimonianze che descrivono pressioni su funzionari per favorire ditte "amiche", in un contesto che vedrebbe sullo sfondo la malavita organizzata. E che vive anche di racconti contenuti in denunce agli atti dell'inchiesta, decisamente poco edificanti, come quella di un avvertimento in stile mafioso fatto da uomini armati che avrebbero bloccato l'auto di un consigliere sulla Pontina per costringerlo a non votare la sfiducia a Procaccini.

Da 'Calimera' a donna delle istituzioni

Negli anni del ministero, in realtà, Giorgia Meloni si distingue per vivacità e capacità di spendere fondi pubblici, e da "Calimera" (eccolo, il suo nickname), si trasforma in donna delle istituzioni molto determinata. Fin troppo. Con Fini, ad esempio, l'idillio  finisce presto. Il tempo che il presidente di An decida prima di appoggiare la nascita del Pdl. "Non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel partito di Berlusconi", aveva detto Fini nel racconto che fa Meloni nel suo libero. "Due mesi dopo eravamo nel Pdl", annota l'attuale capa della Destra. Che poi romperà del tutto dopo la scelta di Fini di salutare Berlusconi e fondare Futuro e libertà. "Ancora oggi non so spiegarmi le scelte di Gianfranco Fini. Non mi capacito di come l'uomo che aveva dedicato una vita a far crescere la destra in Italia, che l'aveva tirata fuori dai margini dell'arco costituzionale per farne una forza di governo, abbia fatto tutto ciò che poteva per distruggere quel patrimonio". Chi ha vissuto l'esperienza di Futuro e libertà, in realtà, ne dà oggi una lettura diversa: "È facile adesso prendersela sempre con Fini - dice l'ex parlamentare Fabio Granata -  additarlo in ogni occasione come traditore. Io ricordo quando andammo nel Pdl e vi assicuro che la stragrande maggioranza dei dirigenti di An era favorevole, con l'eccezione di Roberto Menia e Mirko Tremaglia. Detto ciò, io credo che oggi Meloni abbia l'occasione di fermare la diaspora dei finiani e di altri pezzi della tradizione di Destra, di riprendere il dialogo anche con l'ex presidente della Camera che si tiene fuori da tutto, con molto rispetto, finché non si definirà la sua vicenda giudiziaria".

Nasce FdI, Meloni col 'gigante' Crosetto

L'ultimo governo Berlusconi è anche quello del terremoto a destra, degli ex An rimasti senza casa, del tentativo di ripartire da zero. Meloni è l'unica, per energia e capacità di costruire consenso (e di mettere la faccia anche sopra le contraddizioni del passato), a poterlo guidare, con al fianco due parlamentari più esperti, seppur di estrazione diversa, come Ignazio La Russa e Guido Crosetto. Le foto della presentazione di Fratelli d'Italia alla Galleria Sordi - con Meloni nelle braccia del gigante Crosetto - sembrano incorniciare solo l'ennesima frammentazione di una Destra inquieta. Il resto, invece, è la storia di una scalata lenta ma costante: dall'1,96 per cento al debutto nelle Politiche 2013 al 4,35 di cinque anni dopo, con la brusca accelerazione recente figlia dell'opposizione solitaria al governo Draghi. Oggi FdI sbanca. 

Giorgia "donna, madre e cristiana"

Gli anni del consolidamento elettorale in nome di alcune keyword care alla Destra riassunte in uno slogan diventato jingle - "sono una donna, sono una madre, sono cristiana" -   e di una struttura decisionale imperniata sempre più sull'asse fra Meloni e Lollobrigida, a scapito anche del vecchio maestro Rampelli, cui l'anno scorso è stata negata la candidatura a sindaco di Roma. I malumori, in un partito con una forte disciplina interna, sono rimasti sopiti. Quindi una ricollocazione internazionale in nome di un atlantismo che nel vocabolario meloniano ha preso sempre più il posto dell'idea di un'Europa dei popoli. E una tenace lotta contro le accuse di nostalgie neofasciste, figlie anche di contestate alleanze continentali come quella con la destra spagnola di Vox.

Meloni e l'abiura di una tradizione opaca

Fino all'ultima svolta, l'abiura di una tradizione opaca affidata a un video per la stampa estera: "La destra italiana ha consegnato  il fascismo alla storia da decenni, ormai, condannando senza ambiguità l'aggressione alla democrazia e le infami leggi contro gli ebrei". Ora l'ultima scommessa è sulla qualità di questa classe dirigente immutata che proviene direttamente dalla vita di sezione: "Da un lato - spiega Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura della giunta Alemanno ed esponente storico della Destra capitolina - Meloni ha costruito una squadra compatta che ha rappresentato un valore aggiunto per il suo partito. Dall'altro lato, la leader ha una grande opportunità: FdI è l'unico partito che, invece di dimezzare i suoi parlamentari, li triplicherà nella prossima legislatura. Se riuscirà ad aprire le liste all'esterno, anche ad energie nuove, non potrà che ricavarne beneficio".