Enrico Letta, l’ultima vittima del falò dei segretari Pd: “Serve gente nuova”
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniDel Pd si può dire: Partito democratico, la Ditta, partito democristiano, partito della ztl, ammazzasegretari, avanti il prossimo, partito del potere, safety car della politica, amalgama mal riuscito, protezione civile, partito di Bibbiano, partito della banche, partito dei banchieri, partito delle élite. In effetti così è stato detto, da amici o nemici. Nel 2007 il centrosinistra governava con il secondo Romano Prodi, perse male una tornata di elezioni locali, i maggiorenti videro il baratro, non avevano ancora visto quelli dopo, chiamarono Walter Veltroni a fondare il Pd e presiederlo. L'anno dopo Veltroni perse le elezioni politiche. Dieci mesi più tardi era dimissionario: "Basta farsi del male, il Pd non può essere il partito Vinavil che tiene incollato ogni cosa". Ecco, c'era anche questa: partito Vinavil.
Da allora il Pd macina un segretario a ogni tornata elettorale. Nel 2013 cade Pier Luigi Bersani dopo aver man…
Del Pd si può dire: Partito democratico, la Ditta, partito democristiano, partito della ztl, ammazzasegretari, avanti il prossimo, partito del potere, safety car della politica, amalgama mal riuscito, protezione civile, partito di Bibbiano, partito della banche, partito dei banchieri, partito delle élite. In effetti così è stato detto, da amici o nemici. Nel 2007 il centrosinistra governava con il secondo Romano Prodi, perse male una tornata di elezioni locali, i maggiorenti videro il baratro, non avevano ancora visto quelli dopo, chiamarono Walter Veltroni a fondare il Pd e presiederlo. L'anno dopo Veltroni perse le elezioni politiche. Dieci mesi più tardi era dimissionario: "Basta farsi del male, il Pd non può essere il partito Vinavil che tiene incollato ogni cosa". Ecco, c'era anche questa: partito Vinavil.
Da allora il Pd macina un segretario a ogni tornata elettorale. Nel 2013 cade Pier Luigi Bersani dopo aver mancato una vittoria che pareva certa e aver assistito impotente al sacrificio di due padri nobili candidati al Quirinale, Franco Marini e Romano Prodi. Nel 2018 Matteo Renzi porta i dem al minimo storico, si dimette e delega il comando a Maurizio Martina. Nel 2022 sul falò dei segretari sale Enrico Letta, ma solo perché prima di lui si è già dimesso Nicola Zingaretti: "Questo - scrive nel biglietto d'addio - è il partito delle poltrone". Dimenticavamo: Pdp, partito delle poltrone.
Raccontano che anche Letta, come alcuni dei suoi predecessori, sia stato subito consigliato dai capicorrente di pensarci bene. Nella notte dello spoglio c'erano tutti al Nazareno, quartier generale dem, tranne Andrea Orlando. Aspetta, fai un altro giro, arriva al congresso. Letta ha deciso che bastava così. "Serviva un segnale chiaro - ci dice - non potevamo permetterci di dare l'impressione di non fare nulla, ma non volevo neanche scappare e lasciare tutto nel caos". Come in passato, invece, è accaduto più volte. C'è un punto, del discorso di ieri di Letta, che non è uscito a caso: il Pd deve imparare a stare all'opposizione.
Per troppo tempo è stato al governo e senza governare davvero. È entrato in ogni formula possibile, unità nazionale, grande coalizione, larghe intese, mezze intese. Con Berlusconi, con Alfano, con Verdini, con Conte, con Salvini. Dice Letta: "Siamo un partito con un passato pesante. Durante la campagna elettorale, ovunque andassi, c'era qualcuno che recriminava: avete fatto questo, avete fatto quest'altro. Io stesso ho avvertito il peso e il limite di essere stato presidente del Consiglio e di aver fatto parte di quel passato. Per questo servono facce nuove, qualcuno che possa liberare il Pd da questa zavorra". Enrico Borghi, uno dei parlamentari più vicini a Letta, la dice così: "Questo è il nostro peccato, essere un partito nato in nome della democrazia dell'alternanza che però ha governato sempre e comunque, in spregio all'alternanza".
Facce nuove, dunque. E le correnti? E i capibastone? E i ras del meridione? Ci sono passati tutti da queste domande. Anche le parole d'ordine sono sempre le stesse: apriamoci, cambiamo, svoltiamo, fase nuova. Il vicesegretario Peppe Provenzano, che molti vorrebbero in campo al congresso, ma che si schermisce perché "partire dai nomi è la cosa più sbagliata che si può fare", si dice stufo dei corsi e ricorsi: "È una coazione a ripetere, ogni volta si fa fuori un segretario e si finge che basti mettere le persone in coda ai gazebo per risolvere i problemi, ma stavolta non può andare così. Il congresso serve se decidiamo a chi parliamo, se usciamo fuori. O pensiamo che, se chiudiamo in una stanza sempre gli stessi, ne usciamo con un partito e una identità nuovi?".
Provenzano è nell'ala sinistra del partito, allievo di Emanuele Macaluso, che nel Partito comunista italiano era la fazione di destra, i miglioristi, ma nel vortice delle correnti Pd può bastare star fermi per ritrovarsi all'estrema. A sinistra c'è anche la corrente di Gianni Cuperlo (che stima Conte), quella tibetana di Goffredo Bettini (che adora Conte), quella turca di Matteo Orfini (che detesta Conte), quella laburista di Andrea Orlando (che non si capisce bene cosa pensi di Conte ma ha un'ottima opinione dei suoi voti). Poi c'è lei, Elly Schlein, che del Pd non ha neanche la tessera, ma per molti è l'unica che può sparigliare se scende in campo, la possibile prima donna segretaria, quella cui molti hanno pensato appena Letta, nell'annunciare il suo congedo differito, ha detto che ora tocca alle "nuove generazioni".
Le correnti del versante opposto, o presunto tale, non sono meno frastagliate. C'è Base riformista, un tempo divisa tra i seguaci del ministro della Difesa Lorenzo Guerini e quelli di Luca Lotti, la più piccola fazione di Graziano Delrio, la ridotta renziana di Andrea Marcucci e soprattutto Area dem, il regno di Dario Franceschini, per molti anni l'ago della bilancia nel partito, il dirigente capace di incoronare e disarcionare un segretario con un semplice cenno alle sue truppe. Uno pensa: sono quasi tutti ex democristiani della Margherita.
Come Letta, del resto. Ma la faccenda è un po' più complessa, perché Franceschini è stato uno dei massimi teorici dell'abbraccio con il M5S, non meno di Bettini, perché Lotti è uno dei più feroci critici di Letta e Guerini uno che ha collaborato con il segretario e non gli scarica responsabilità: "Draghi era al 70 per cento di popolarità - dice il ministro della Difesa - poi andiamo al voto e i partiti leali con lui sono puniti mentre quelli contro di lui sono premiati, è chiaro che c'è qualcosa che non abbiamo capito". Per i fautori della svolta sinistra è colpa del solito abbaglio centrista, per altri è la forza d'inerzia della pulsione governista.
Sostiene Letta: "Aver appoggiato Draghi non è il bis del governo Monti. Tra il 20 luglio e i primi di agosto i nostri sondaggi hanno subito un'impennata, abbiamo guadagnato quattro punti perché siamo stati visti come il partito della serietà". Aggiungere alla lista delle definizioni. E poi? "Poi sono arrivati gli effetti nefasti della guerra, le bollette, e tutto è cambiato". Ora il segretario tornato dalla Francia ha fretta di fare il congresso: "Non c'è tempo da perdere". Lui, invece, ha tempo da recuperare: "Mi sento un po' liberato, lo confesso, e ho bisogno di scalare marcia".