Salvini e il patto con i governatori della Lega: "Vi concedo i congressi ma fermate chi protesta"
di Emanuele Lauria , di Emanuele LauriaROMA - È il giorno della riscossa della vecchia guardia, il giorno in cui i nostalgici della Lega Nord rialzano la voce. I nomi che tornano alla ribalta sono quelli di un'epoca che sembrava cancellata dal salvinismo: Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Castelli, Giuseppe Leoni, Paolo Grimoldi che fu l'ultimo segretario della Lega lombarda: tutti a mettere il segretario nel mirino, mentre il lungo consiglio federale di via Bellerio sanciva l'ennesima tregua.
I borbottii dei militanti si sono trasformati in rabbia, in frustrazione alla notizia dell'esclusione di Umberto Bossi. D'altronde, il crollo dei consensi della Lega - unito agli effetti del "Rosatellum" - ha sbalzato fuori dal Parlamento non solo il padre nobile, cui non era stato concesso il salvacondotto di una pluricandidatura, ma altre figure note della Lega. Fra cui diversi fedelissimi del segretario. Basti pensare ad Armando Siri, il responsabile della scuola di formazione della…
ROMA - È il giorno della riscossa della vecchia guardia, il giorno in cui i nostalgici della Lega Nord rialzano la voce. I nomi che tornano alla ribalta sono quelli di un'epoca che sembrava cancellata dal salvinismo: Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Castelli, Giuseppe Leoni, Paolo Grimoldi che fu l'ultimo segretario della Lega lombarda: tutti a mettere il segretario nel mirino, mentre il lungo consiglio federale di via Bellerio sanciva l'ennesima tregua.
I borbottii dei militanti si sono trasformati in rabbia, in frustrazione alla notizia dell'esclusione di Umberto Bossi. D'altronde, il crollo dei consensi della Lega - unito agli effetti del "Rosatellum" - ha sbalzato fuori dal Parlamento non solo il padre nobile, cui non era stato concesso il salvacondotto di una pluricandidatura, ma altre figure note della Lega. Fra cui diversi fedelissimi del segretario. Basti pensare ad Armando Siri, il responsabile della scuola di formazione della Lega, che solo quattro mesi fa organizzava la kermesse romana del Carroccio, sotto la cupola in vetro della Lanterna di Fuksas. O a Giulio Centemero, che del partito di Salvini è il tesoriere.
Esclusi anche i volti nuovi con cui il senatore milanese voleva rilanciare la Lega: dall'ex pallavolista Luigi Mastrangelo a Mario Barbuto, presidente dell'Unione Italiana Ciechi che Salvini aveva fatto salire sul palco di Pontida. Non tornerà in parlamento neanche il senatore uscente, ultracattolico, Simone Pillon.
Altri segnali della crisi della Lega salviniana, che da lunedì genera, fra Lombardia e Veneto, richieste di dimissioni dei vertici locali e di indizione dei congressi, oltre a un fiume di commenti di militanti e amministratori locali inferociti. La raccolta di firme per la convocazione del congresso della Lega lombarda, avviata dall'ex segretario Paolo Grimoldi, è partita ufficialmente ieri.
I governatori Zaia e Fedriga hanno provato a farsi portavoce di questo malcontento, nel lungo consiglio federale incorniciato da una foto dietro i banchi, come in un'aula scolastica: protagonisti 36 dirigenti, fra cui una sola donna.
Salvini ha aperto i lavori assumendosi le sue responsabilità e dicendo che, a suo modo di vedere, la Lega ha pagato l'ingresso nel governo Draghi. Poi ha dato la parola ai colonnelli. Zaia, Fedriga, ma anche Attilio Fontana, gli hanno chiesto di convocare al più presto i congressi locali, invitandolo a comunicare pubblicamente le date per spegnere i focolai di protesta che si stanno accendendo sul territorio.
Zaia ha chiesto un partito più identitario, ma non la riedizione alla Lega Nord. "Il crollo - raccontano abbia detto il presidente veneto - non può essere addebitato solo alla partecipazione al governo Draghi ma anche a problemi interni al partito".
Il pressing ha portato il segretario a impegnarsi per far svolgere i congressi di sezione, cittadini e provinciali entro fine anno e quelli regionali da gennaio in poi. Successivamente dovrebbe arrivare - ma su questo non c'è certezza - l'assise nazionale in cui Matteo Salvini dovrebbe misurare la tenuta della sua leadership. Una concessione, quella del capo, che si sposa alla promessa di portare il tema dell'autonomia nel primo consiglio dei ministri. Non solo: Salvini ha dato rassicurazioni sul fatto che gli stessi governatori, e l'intero consiglio federale, saranno coinvolti nella partita del governo: la prossima settimana ci sarà un'altra riunione proprio su questo tema.
In cambio, Matteo Salvini ha chiesto ai presidenti di Regione di fermare l'onda del malcontento che sale dalle valli padane: "Dobbiamo restare uniti". Ottenendo alla fine il "bonus" non indifferente della sponsorizzazione, da parte dei vertici del partito, di un ruolo di rilievo nel prossimo governo. Insomma, in un'atmosfera di disagio collettivo, il "parlamentino" della Lega composto in gran parte da fedelissimi del segretario non ne chiede le dimissioni ma anzi lo lancia verso ruoli istituzionali di primo piano. L'ultimo scarto del Carroccio, che corre lungo una ripida discesa di consensi ma vede Salvini sempre a guidarlo. Convinto che la presenza al governo farà vivere agli ex lumbard sbandati nuove giornate di gloria.