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Sovranità Ue, cosa prevede davvero il "modello tedesco" evocato da FdI per cambiare la Costituzione

(reuters)
Il capogruppo uscente di Fratelli d'Italia, Francesco Lollobrigida, a Repubblica spiega di volersi ispirare alla Germania per mettere in discussione alcune decisioni dell'Europa. Ma la Corte costituzionale di Karlsruhe non ha mai sentenziato che tra l'ordinamento nazionale e quello di Bruxelles, "prevale quello che tutela di più la popolazione tedesca"
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Una delle sfide più spericolate lanciate da Giorgia Meloni è quella alla sovranità dell’Ue. In un’intervista a Repubblica, il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida ha citato la Germania, dove il principio di sovranità sarebbe “oggetto di dibattito” e la Corte costituzionale avrebbe “affermato che, tra i due sistemi normativi, prevale sempre quello che più tutela la popolazione tedesca”. Peccato sia falso. È vero che la Corte costituzionale di Karlsruhe, sollecitata dai ricorsi di singoli cittadini (in Germania è possibile), ha messo in discussione alcune decisioni della Bce e del Consiglio Ue. Ma lo ha fatto in punta di diritto, non per sfidare apertamente i Trattati. E non ha mai sentenziato che tra i due ordinamenti “prevale quello che tutela di più la popolazione tedesca”.

Oltretutto, volendo aggiungere una valutazione politica, alcune sentenze della Corte hanno mes…

Una delle sfide più spericolate lanciate da Giorgia Meloni è quella alla sovranità dell’Ue. In un’intervista a Repubblica, il capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida ha citato la Germania, dove il principio di sovranità sarebbe “oggetto di dibattito” e la Corte costituzionale avrebbe “affermato che, tra i due sistemi normativi, prevale sempre quello che più tutela la popolazione tedesca”. Peccato sia falso. È vero che la Corte costituzionale di Karlsruhe, sollecitata dai ricorsi di singoli cittadini (in Germania è possibile), ha messo in discussione alcune decisioni della Bce e del Consiglio Ue. Ma lo ha fatto in punta di diritto, non per sfidare apertamente i Trattati. E non ha mai sentenziato che tra i due ordinamenti “prevale quello che tutela di più la popolazione tedesca”.

Oltretutto, volendo aggiungere una valutazione politica, alcune sentenze della Corte hanno messo in enorme difficoltà il governo, dimostrando l’assoluta indipendenza della magistratura e il fatto che né l’ex cancelliera Merkel, né il suo successore Scholz hanno mai avuto intenzione di mettere in discussione la sovranità del diritto europeo. E l’aspetto politico, qui, non è secondario. Perché se Meloni si ispirerà invece alla Polonia, dove il conflitto con le istituzioni europee sulla primazia del diritto è voluto e totale, lo scenario cambierà radicalmente.

Torniamo alla Germania e alla più discussa sentenza della Corte di Karlsruhe. A maggio del 2020, il Tribunale costituzionale ha deciso che il programma di acquisti di titoli di Stato della Bce varato da Mario Draghi nel 2015 ha effetti economici “sproporzionati” rispetto al mandato della Bce, che è quello di controllare l’inflazione. Soprattutto, i togati tedeschi hanno bollato una precedente sentenza della Corte Ue, giudicandola “ultra vires”. Esulava, cioè, dalle sue competenze. Era il verdetto del 2018 con cui i giudici europei avevano risposto a una precedente obiezione di Karlsruhe, escludendo che gli acquisti di bond della Bce siano un finanziamento diretto agli Stati e dunque una violazione del divieto di “monetizzare” i debiti.

Per Karlsruhe la Corte Ue aveva superato le sue prerogative. E la Commissione Ue rispose minacciando una procedura d’infrazione contro Berlino. Ma nella sentenza, i togati tedeschi si rivolsero alle autorità tedesche perché dessero l’ultima parola sulle competenze della Ue e diedero tre mesi alla Bce per dimostrare che le sue mosse non erano “sproporzionate”.  A giugno, l’allora ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz anticipò la chiusura imminente e “indolore” del “dramma”. E il termine “dramma” non era scelto a caso. Quella sentenza rischiava di buttare fuori la Bundesbank dal programma di acquisti e di mettere in crisi l’eurozona. Mentre il governo non aveva alcun dubbio sulla validità dei Trattati.

Diverso è il discorso della Polonia. Dal 2015, quando il partito di destra PIS (compagno di banco di Fratelli d’Italia al Parlamento Ue) è andato al governo con la maggioranza assoluta dei voti, ha cominciato a picconare il sistema giudiziario. Il ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro, è anche Procuratore generale, in barba ai principi elementari della tripartizione dei poteri. E il governo ha occupato con i suoi uomini sia la Corte suprema sia la Corte costituzionale, ha istituito una “Camera disciplinare” che, insieme alle prerogative assegnate al Parlamento di bloccare le nomine dei togati, le consente di rimuovere i giudici scomodi. E nel 2019 ha varato una “legge museruola” che li obbliga alla fedeltà al governo.

La Commissione e la Corte di Giustizia Ue hanno sanzionato Varsavia più volte per garantire il ripristino dello stato di diritto. E Bruxelles sta bloccando a causa di queste gravi violazioni dei principi fondanti dell’Ue i soldi del Recovery Fund assegnati alla Polonia. Ma l’autunno scorso il conflitto è sfociato in un aperto scontro istituzionale, quando la Corte costituzionale – controllata dal PIS – ha decretato che le leggi polacche hanno la supremazia sui Trattati. David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, commentò che quella era “l’anticamera della Polexit”. Ma se fosse l’Italia a sfidare i Trattati, un membro fondante e con un peso economico e politico ben diverso rispetto alla Polonia, è chiaro che metterebbe a rischio la tenuta stessa dell’Unione.