Quei sospetti degli Usa sul leghista filo-Putin dietro il veto di Meloni
di Paolo Mastrolilli , Serenella Mattera , di Paolo Mastrolilli, Serenella MatteraSa di non poter sbagliare, Giorgia Meloni. Sente addosso gli occhi degli interlocutori internazionali. Sa che ogni suo atto o parola nelle prossime settimane servirà ad accreditarla, in Europa e ai tavoli dei grandi della Terra. Sa che la professione di fede atlantica, declinata con meticolosità nei mesi scorsi e viatico per Palazzo Chigi, sarà subito letta in controluce nella lista di ministri che porterà al Quirinale. Sarà il biglietto da visita nei rapporti con l’amministrazione americana.
Di questo si mostra preoccupata, nei colloqui di queste ore per la formazione del governo. Questo la spinge a immaginare tecnici di provata esperienza nella sua squadra, nei ministeri più importanti ma non solo. Questa sarebbe la ragione profonda delle resistenze ad assegnare a Matteo Salvini deleghe di primo piano, la contrarietà irremovibile a concedergli la poltrona del Viminale.
Gli incidenti della campagna elettorale, le critiche d…
Sa di non poter sbagliare, Giorgia Meloni. Sente addosso gli occhi degli interlocutori internazionali. Sa che ogni suo atto o parola nelle prossime settimane servirà ad accreditarla, in Europa e ai tavoli dei grandi della Terra. Sa che la professione di fede atlantica, declinata con meticolosità nei mesi scorsi e viatico per Palazzo Chigi, sarà subito letta in controluce nella lista di ministri che porterà al Quirinale. Sarà il biglietto da visita nei rapporti con l’amministrazione americana.
Di questo si mostra preoccupata, nei colloqui di queste ore per la formazione del governo. Questo la spinge a immaginare tecnici di provata esperienza nella sua squadra, nei ministeri più importanti ma non solo. Questa sarebbe la ragione profonda delle resistenze ad assegnare a Matteo Salvini deleghe di primo piano, la contrarietà irremovibile a concedergli la poltrona del Viminale.
Gli incidenti della campagna elettorale, le critiche di Salvini alle sanzioni contro la Russia che ora l’Ue vuole irrigidire, sommate alle parole incaute di Silvio Berlusconi in difesa di Vladimir Putin, sono macchie su un percorso che Meloni vorrebbe perfetto. Scivoloni così, d’ora in poi, verrebbero addebitati a lei. Non basta il riconoscimento arrivato martedì dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla linea filo-Kiev sempre tenuta da Fratelli d’Italia. Bisogna disegnare, in politica estera come nella politica economica che con tenacia difende dalle mirabolanti promesse salviniane, una traiettoria limpida.
Le recenti prese di distanze del leader leghista da Putin, che in passato aveva indicato a modello, sono a verbale. Ma l’attenzione che Meloni ha nello scegliere l’incarico da affidargli, tiene conto con ogni probabilità delle riserve internazionali emerse negli ultimi mesi. È dello scorso 13 settembre la notizia che gli Usa hanno un dossier secondo cui la Russia ha speso almeno trecento milioni di dollari, dal 2014 ad oggi, per finanziare partiti politici e candidati in due dozzine di paesi, allo scopo di influenzare i risultati elettorali e dirottare i sistemi democratici degli avversari. Due giorni dopo il segretario di Stato Blinken ha rassicurato il presidente del Consiglio Mario Draghi che «per il momento» l’Italia non è coinvolta. Ma le parole del premier durante una conferenza stampa contro i «pupazzi prezzolati» di Mosca, ha lasciato inevasi i sospetti sulla realtà delle cose.
Il dossier, realizzato dal Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, contiene notizie di intelligence secretate e informazioni pubbliche di “open source”. Tutto il mondo, ad esempio, ha sentito le registrazioni delle conversazioni con interlocutori russi avute all’hotel Metropol di Mosca dal braccio destro di Salvini, Gianluca Savoini, su cui è ancora in corso un’inchiesta della magistratura italiana per chiarirne la natura. Quindi autorevoli fonti che hanno maneggiato il rapporto hanno confermato a Repubblica che in realtà il nostro paese è presente tra le sue pagine, se non altro nella parte descrittiva del fenomeno. Quanto ai nomi, invece, attenti osservatori del mondo dell’intelligence sottolineano che l’amministrazione ha messo l’enfasi sulla frase «so far», per ora. Dunque per ora non vengono rivelati, ma nessuno ha dato la conferma definitiva che non esistono e che magari in futuro non diventeranno pubblici. Perché potrebbero già stare nel rapporto, oppure emergere da indagini ancora in corso.
Tutto quello che per ora è certo a Roma, nella dinamica politica per la nascita del nuovo governo, è che Meloni immagina per Salvini un ruolo diverso da quello che lui reclama, dietro la scrivania del Viminale. Tanto da aver valutato anche la possibilità di offrirgli l’elezione alla presidenza del Senato, la seconda carica dello Stato. Sull’opportunità di una nomina del genere pesa il macigno che sconsiglia anche di indicarlo all’Interno: l’inchiesta su Open Arms ancora a carico del leghista. Ma in ogni caso è assai difficile che Salvini accolga la proposta: vorrebbe dire rinunciare al ruolo di segretario della Lega, che invece lui è determinato a tenere ben saldo. La leader di FdI proverà adesso, anche con la sponda dei governatori leghisti e degli alleati forzisti, a trovare un’altra soluzione. Ma il Viminale no, quello non può concederlo