Neanche quello che Giorgia Meloni desidera può considerarsi al riparo da una trattativa partita male e che, temono anche i suoi fidati compagni di partito, rischia di finire peggio. La leader preferirebbe ad esempio riservare a Fratelli d'Italia la Presidenza di Palazzo Madama, perché sente che lì la maggioranza di 112 senatori è destinata prima o dopo a traballare. Per quel ruolo ha in mente Ignazio La Russa, anche se l'ex missino preferirebbe diventare sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ed è disposta a consegnare la guida di Montecitorio a un alleato. Si è fatto il nome di Antonio Tajani, l'alternativa che inizia a farsi spazio è quella di Giancarlo Giorgetti. Il leghista, proprio ieri, ha ripreso a parlarsi con Matteo Salvini. Il problema è che l'incastro complessivo è talmente complicato - e le rispettive ambizioni dei vincitori così poco compatibili - che la leader potrebbe essere co…
Neanche quello che Giorgia Meloni desidera può considerarsi al riparo da una trattativa partita male e che, temono anche i suoi fidati compagni di partito, rischia di finire peggio. La leader preferirebbe ad esempio riservare a Fratelli d'Italia la Presidenza di Palazzo Madama, perché sente che lì la maggioranza di 112 senatori è destinata prima o dopo a traballare. Per quel ruolo ha in mente Ignazio La Russa, anche se l'ex missino preferirebbe diventare sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ed è disposta a consegnare la guida di Montecitorio a un alleato. Si è fatto il nome di Antonio Tajani, l'alternativa che inizia a farsi spazio è quella di Giancarlo Giorgetti. Il leghista, proprio ieri, ha ripreso a parlarsi con Matteo Salvini. Il problema è che l'incastro complessivo è talmente complicato - e le rispettive ambizioni dei vincitori così poco compatibili - che la leader potrebbe essere costretta a rinunciare alla Presidenza del Senato. Una strada utile, forse, ad ammortizzare i malumori crescenti sul fronte della squadra di governo.
I cinque ministeri chiave
I nodi si addensano soprattutto attorno ai cinque ministeri chiave: Economia, Interni, Esteri, Difesa, Giustizia. Meloni non intende affidarli soltanto a figure tecniche, perché ritiene che la squadra migliore vada arruolata guardando soltanto al profilo di ciascuno. Senza schemi rigidi, senza bilancino. Immagina dunque un mix di politici e tecnici. Di certo, sulla casella del Tesoro sarà il Colle ad avere un peso decisivo. E finirà quasi certamente in mano a un esperto senza casacca di partito. Il nome più probabile, nonostante i suoi mille dubbi, resta quello di Fabio Panetta, attualmente nel board della Bce. Per il resto, tanta confusione.
Salvini insiste per il Viminale
Il dettaglio più interessante delle ultime ore, però, riguarda la sfida per il ministero dell'Interno. Come è noto, Matteo Salvini ha arruolato alla causa i suoi parlamentari e si è reso protagonista di una vera e propria campagna di mobilitazione e sponsorizzazione per un "Viminale bis", vale a dire per riconquistare lo stesso ministero perso sulla spiaggia del Papeete. Il problema è che Meloni non intende concederglielo. E che, soprattutto, ci puntano anche gli alleati. Uno è Antonio Tajani. L'azzurro avrebbe ipotizzato questo scenario durante il colloquio con la leader di due giorni fa. Ieri, però, Meloni sarebbe ritornata a ragionare di questa opzione durante la telefonata con cui ha augurato buon compleanno a Silvio Berlusconi. E il Cavaliere avrebbe rimandato la scelta: "Sulla squadra di governo di FI decido io, ne parliamo faccia a faccia a Roma la prossima settimana".
Il manuale Cencelli di Meloni
Partire dai nomi sembra più complicato del previsto. Per questo, Meloni prova almeno ad abbozzare un Cencelli per gli alleati. Lo schema sarebbe questo: otto ministeri a FdI, quattro ciascuno a Lega e FI. Al suo partito, insomma, spetterebbe la metà del totale dei dicasteri. Fuori dalla conta resterebbero i tecnici. Il resto sono ipotesi, incastri, liste scritte e poi riscritte senza esito. Se Tajani non dovesse spuntarla al Viminale, ad esempio, potrebbe essere dirottato agli Esteri. A quel punto, alla Lega toccherebbe la Giustizia con Giulia Bongiorno, mentre ai meloniani la Difesa con Adolfo Urso. Bozze di accordo scritte sulla sabbia, perché ogni passo in avanti è complicato da un nuovo rilancio.
E allora, è più semplice ripartire da alcune nomi meno divisivi. Ai Rapporti con il Parlamento il profilo più adatto sembra quello di Maurizio Lupi. E ancora, Raffaele Fitto agli Affari europei (anche se esiste ancora uno spiraglio per consegnargli gli Esteri). Anna Maria Bernini è giudicata in pole per un ruolo nell'esecutivo. E anche Fabio Rampelli entrerà in squadra, anche se resta da definire il ministero: le Infrastrutture, la Cultura o il Welfare.