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I nomadi dell'urna

Il voto si è reso liquido. I risultati di domenica confermano il trend delle ultime consultazioni. Ben 10 milioni di elettori, un quarto, ha votato per un partito diverso rispetto al 2018. Quelli del centrodestra fluttuano da un leader all'altro
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"Conosco comunisti storici che hanno votato per Giorgia Meloni", giura Umberto Croppi, il direttore di Federculture con un passato a destra. "E ai tempi di Matteo Renzi conoscevo fascisti incalliti che avevano preso la tessera del Pd pur di votarlo alle primarie". Per Croppi questi due esempi sono la conferma della rottura dell'ultima illusione italiana: quella per cui esiste una tradizione a cui rifarsi nel segreto dell'urna.

Dio è morto, Marx pure e anche l'elettore non si sente molto bene. Il voto si è fatto liquido. Le vecchie certezze si sono incrinate. Croppi, che nel suo peregrinare inquieto, è stato anche tra i fondatori della Rete di Leoluca Orlando, racconta che l'ex sindaco di Palermo già trent'anni fa paragonava il vecchio sistema politico ai cubetti di ghiaccio che si erano sciolti. E da allora tutto si è fatto più imprevedibile, come un pendolo che si muove da un'estremità all&#…

"Conosco comunisti storici che hanno votato per Giorgia Meloni", giura Umberto Croppi, il direttore di Federculture con un passato a destra. "E ai tempi di Matteo Renzi conoscevo fascisti incalliti che avevano preso la tessera del Pd pur di votarlo alle primarie". Per Croppi questi due esempi sono la conferma della rottura dell'ultima illusione italiana: quella per cui esiste una tradizione a cui rifarsi nel segreto dell'urna.

Dio è morto, Marx pure e anche l'elettore non si sente molto bene. Il voto si è fatto liquido. Le vecchie certezze si sono incrinate. Croppi, che nel suo peregrinare inquieto, è stato anche tra i fondatori della Rete di Leoluca Orlando, racconta che l'ex sindaco di Palermo già trent'anni fa paragonava il vecchio sistema politico ai cubetti di ghiaccio che si erano sciolti. E da allora tutto si è fatto più imprevedibile, come un pendolo che si muove da un'estremità all'altra.

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Giorgia Meloni è passata dal 4 per cento del 2018 al 25 di domenica scorsa. Un balzo di ventuno punti: Fratelli d'Italia è il primo partito in Parlamento. Come si spiega una crescita così vertiginosa? Il fenomeno non è affatto nuovo. Silvio Berlusconi nel 1994 fondò il suo partito, Forza Italia, a gennaio e a marzo stravinse le elezioni. Un exploit analogo riuscì a Matteo Renzi, neosegretario del Pd, alle Europee del 2014: quelle del 40 per cento.

Sembrava allora che il giovane leader dovesse dominare la scena per i successivi vent'anni. Invece due anni e mezzo dopo perse i referendum sull'onda di una campagna contro la sua persona e fu costretto alle dimissioni da premier. La sua stella tramontò. I Cinquestelle alla loro prima partecipazione alle politiche del 2013 si rivelarono il primo partito, col 25 per cento.

Cinque anni dopo balzarono a un clamoroso 33 per cento. Ma già l'anno successivo - alle Europee del 2019 - metà elettorato gli voltò le spalle e il Movimento si ritrovò al 17 per cento. Ed erano passati appena quattordici mesi. Matteo Salvini nel dicembre 2013 aveva ereditato la Lega al 4 per cento. Alle politiche del 2018 l'ha condotta al 17 per cento. E l'anno dopo, alle Europee, addirittura al 34 per cento. Un'affermazione potente, ottenuta in buona parte grazie a un travaso di voti dal serbatoio grillino.

Anche Salvini sembrava avviato a un dominio incontrastato. Tre anni dopo la Lega è precipitata all'otto per cento e Giorgia Meloni non vuole Salvini al Viminale. Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, Meloni. Cinque innamoramenti repentini dell'elettorato italiano. C'è una fetta variabile che ogni volta determina la vittoria di un partito. Un pezzo di Paese volubile, attratto irresistibilmente dalle sirene del nuovo. Che emigra e cambia i destini.

 

Ma quanto è grande?

"Non è facile rispondere", spiega Salvatore Vassallo, il direttore dell'Istituto Cattaneo, "perché l'equilibrio finale non dipende solo dalla quota di elettori che si spostano da un partito all'altro, ma anche dalla quota di elettori di ciascun partito che decidono di andare a votare oppure di astenersi.

Inoltre una grande quantità di flussi avvengono tra formazioni della stessa area politica. Infatti Giorgia Meloni ha vinto grazie a sei milioni di voti nuovi rispetto al 2018, arrivati da ex elettori di Forza Italia e Lega".

Ma una porzione di questi consensi sono arrivati anche dal serbatoio grillino. "Si stima che non meno di tre milioni - quindi un terzo degli elettori M5S del 2018 - ha votato per il centrodestra. Lo avevano già fatto nel 2019, quando si rivolsero a Salvini, e stavolta si sono ripetuti. Per paradosso quindi queste elezioni Meloni le ha vinte anche grazie al Salvini", fa notare Vassallo. E quindi è di tre milioni il flusso di voti che ha determinato il risultato in favore del centrodestra, facendo la differenza. Ma c'è un altro dato da tenere in conto. Almeno dieci milioni di elettori hanno votato per un partito diverso rispetto al 2018, hanno calcolato al Cattaneo. "È un dato che colpisce, perché rappresenta quasi un quarto del corpo elettorale", spiega Vassallo.

La volatilità in realtà non è solo un fenomeno italiano. Si manifesta da tempo in tutti i paesi europei. "Ha cause strutturali che vengono da lontano", spiega Vassallo. "A cambiare il corso delle cose è stata la diversa composizione della società, con la progressiva scomparsa dell'operaio massa, la diminuzione della platea dei pubblici dipendenti, l'irrompere di nuove figure professionali e mestieri. E la conseguente crisi dei partiti tradizionali. Nella Prima Repubblica il voto era una conferma della propria identità, ma la volatilità era già cresciuta negli anni Ottanta. La rottura irreversibile avviene nel 1992 con Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica. Da allora l'elettore si sente più libero, svincolato dal vincolo dell'appartenenza. Contano molto di più i leader".

Nel centrodestra i voti rimangono dentro il blocco indirizzandosi di volta in volta al leader ritenuto più credibile. Prima Berlusconi, poi Salvini, ora Meloni. "Per gli elettori le differenze ideologiche pesano poco", osserva Vassallo. "Fratelli d'Italia ha ottenuto un grande consenso al Nord, probabilmente per effetto della loro linea produttivista e contraria al reddito di cittadinanza". L'elettorato del Pd è il più stabile, inchiodato da diversi anni. È un voto in larga parte di anziani, con una promettente ripresa tra i ventenni segnati da una maggiore sensibilità per l'ambiente e i diritti civili. Ma i giovani sono pochi e tendono a votare meno degli anziani".

Anche Roberto D'Alimonte, politologo, docente alla Luiss, conferma che gli spostamenti avvengono all'interno della stessa area di riferimento. "Gli spostamenti dal centrosinistra al centrodestra, o viceversa, sono pochi. Gli unici che sono riusciti veramente a scardinare questo schema sono stati i Cinquestelle nel 2013, attraendo tanti voti dai due poli, e pescando a piene mani dall'astensionismo. Senza i grillini il crollo dell'affluenza ci sarebbe stato già nel 2013 e nel 2018".

D'Alimonte sostiene che senza il successo dei Cinquestelle al Sud l'affermazione di Fratelli d'Italia sarebbe stata ben più ampia, sfondando il muro del 30 per cento. In questa area tanti potenziali elettori della Meloni spaventati dalle sue dichiarazioni sulla cancellazione-revisione del reddito di cittadinanza si sono mobilitati a favore del M5s. Esiste una correlazione quasi perfetta tra il numero di percettori del reddito e i voti al partito di Conte. Più sono i percettori più sono i voti. Allo stesso tempo Fratelli d'Italia ha tolto una marea di voti alla Lega al Nord diventando il primo partito anche in Lombardia e in Veneto. E in questo lo ha aiutato proprio l'opposizione al reddito che è visto malissimo dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi del Nord. In pratica tra Nord e Sud la Meloni ha scelto il Nord. E infatti il Sud è l'unica area del paese dove non è il primo partito".

Ci sono state quindi delle eccezioni alla volatilità dentro i blocchi. Anche il Pd di Renzi nel 2014 riuscì ad attrarre sia dal centrodestra che dal centrosinistra. "Non ci sono più fedeltà partitiche", analizza D'Alimonte. "Restano legami di area, non di partito. Gli elettori dell'area di centrodestra prima hanno votato Berlusconi, poi Salvini e ora delusi dai primi due provano la terza. A favore di Fratelli d'Italia poi ha giocato soprattutto il fatto che negli ultimi trent'anni fare opposizione ha sempre pagato. Tutti i partiti al governo hanno perso le elezioni successive non riuscendo a soddisfare le aspettative di elettori sempre più arrabbiati. Il Pd, che è stato al potere in dieci degli ultimi undici anni, non poteva che subire la stessa sorte, aggravando la cosa con le scelte delle alleanze che fatto in vista di queste elezioni".

"La politica si è spettacolarizzata, è diventata fiction, entertainment", dice la politologa Sofia Ventura. "Le leadership sono volatili. Si costruiscono fortune che poi si sgretolano in fretta. Il leader è un prodotto di consumo, che può diventare obsoleto. Ma è un problema che riguarda tutte le democrazie occidentali, a cominciare dalla Francia, dove Marine Le Pen è andata due volte al ballottaggio e il Partito socialista è quasi scomparso".

Meloni scadrà, come tutti gli altri? "No, penso che lei durerà, perché ha un partito dietro. La sua vittoria è stata anche un voto anti establishment, e in fondo un voto anti Pd, che in buona parte è visto come un partito di puro potere". Una sorta di nuova Dc? "La Dc in cambio dava qualcosa, il Pd no. E viene in mente Nanni Moretti: "Con questi dirigenti non vinceremo mai".