Pd, cambio del nome? Quelli che dicono no
di Stefano Baldolini , di Stefano BaldoliniBuon ultimo è arrivato Piero De Luca: "Dopo la corsa al totonomi ecco partire un dibattito surreale e fuorviante sul nome del partito". Ma prima del deputato campano sono molti gli esponenti dem che si sono espressi contro il cambio di nome, e simbolo, del Partito democratico. L'ipotesi, a cui ha aperto Enrico Letta lanciando il congresso rifondatore, non convince nemmeno i sondaggisti e gli esperti di marketing politico.
Così, per Luigi Zanda, "cambiare nome e simbolo sono fatti di marketing, anche la politica fa marketing, certo". Tuttavia, per il politico di lungo corso che ha deciso di non ricandidarsi a questa tornata elettorale, "ora il Pd deve riflettere sulla sua natura e sul suo orizzonte, non affidarsi a un grafico per un nuovo simbolo".
Buon ultimo è arrivato Piero De Luca: "Dopo la corsa al totonomi ecco partire un dibattito surreale e fuorviante sul nome del partito". Ma prima del deputato campano sono molti gli esponenti dem che si sono espressi contro il cambio di nome, e simbolo, del Partito democratico. L'ipotesi, a cui ha aperto Enrico Letta lanciando il congresso rifondatore, non convince nemmeno i sondaggisti e gli esperti di marketing politico.
Così, per Luigi Zanda, "cambiare nome e simbolo sono fatti di marketing, anche la politica fa marketing, certo". Tuttavia, per il politico di lungo corso che ha deciso di non ricandidarsi a questa tornata elettorale, "ora il Pd deve riflettere sulla sua natura e sul suo orizzonte, non affidarsi a un grafico per un nuovo simbolo".
Sulla stessa lunghezza d'onda uno dei candidati alla segreteria, Stefano Bonaccini, secondo il quale "il problema del Pd non sta nel nome o nel simbolo, ma nella capacità di rappresentare le persone e costruire un progetto coerente e credibile per gli obiettivi per cui è nato". "C'è un problema di credibilità, non di immagine; di sostanza, non di forma; di progetti, non di slogan; di classe dirigente, non di album delle figurine", rincara la dose il governatore dell'Emilia Romagna.
Altrettanto tranchant è l'attuale responsabile sicurezza del Pd, Enrico Borghi, che ricorda come Psoe, Spd e Labour Party, fondati tutti nella seconda metà dell'800, "quando hanno perso le elezioni, non hanno cambiato nome, ma politica". Il nome democratico "mi sembra attualissimo e fortissimo. Indica la scelta di essere un grande partito popolare che vive della partecipazione e del contributo di tutti. Nel simbolo c'è il tricolore e questo dovrebbe bastare a tenerselo stretto". Così Graziano Delrio, ex ministro ed ex capogruppo del Pd, del quale è uno dei fondatori.
Anche Lia Quartapelle dice no a "un comodo 'cambiamo il nome perché nulla cambi', a partire da chi dovrebbe guidare questa transizione". Mentre per l'eurodeputata del Pd Alessandra Moretti, "il simbolo del Partito Democratico non può essere messo in soffitta: semplicemente perché non appartiene a nessuno ma è bene comune".
Uno che conosce bene la materia, avendo vissuto sulla propria pelle la lacerazione causata da un reale cambio di stagione, come Achille Occhetto, non ha dubbi. Per l'ex segretario del Pci e del Pds, il Pd prima di pensare a cambiare nome "dovrebbe capire cosa vuole fare, chi intende rappresentare. Qual è la sua identità? Non lo sa più".
Ma anche sondaggisti ed esperti di marketing politici hanno le loro perplessità. Antonio Noto considera "difficile dire sì o no. Ci sono ragioni per entrambe le risposte, entrambe valide. No, perché il nome di un partito è un capitale ed una attrazione elettorale. Sì, se sarà un nuovo soggetto politico nell'anima e nel dna". Fabrizio Masia (Emg Different) la vede come "una operazione di maquillage, di forma, non di sostanza". "Non ha senso - aggiunge - lavorare sulla etichetta invece che sul contenuto della bevanda. Partiamo dal prodotto, l'etichetta viene dopo. Se resta tutto uguale, il cambio di etichetta è operazione di maquillage". Più o meno quello che pensa Renato Mannheimer: "Un cambio di nome sarebbe essenziale se accompagnato da un chiaro progetto politico. Se il Pd deciderà cosa fare da grande, il cambio di nome va benissimo, altrimenti non serve a niente".
Insomma, prima il contenuto del contenitore. Non così la pensa chi vede nel cambio del nome un'opportunità per resettare tutto. Come il sindaco di Firenze Dario Nardella, un altro dei papabili alla segreteria, o il neo eletto Roberto Morassut secondo il quale la questione diventerà "inevitabile. Deve restare l'aggettivo 'democratici', che esprime la sintesi tra diritti collettivi e diritti individuali che nel '900 erano spesso in conflitto e cadere il sostantivo 'partito' perché esso evoca modalità di funzionamento separate e chiuse". O il ministro uscente della Salute, Roberto Speranza, leader di Articolo Uno, che l'operazione lettiana dovrebbe riportare dentro il Pd: "Congresso costituente? Io dico sì, se è un percorso profondo, che rimetta in discussione l'identità, fino al nome e al simbolo".