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Fini-Meloni, dagli attacchi alla riconciliazione: la storia del mentore e della sua pupilla

L'ex leader di An notò qualcosa nella presidente di FdI che catapultò ai vertici di Montecitorio e poi nel ruolo di ministra del governo Berlusconi. Il rapporto si incrina in seguito allo strappo del delfino di Almirante col Cav. Ora la pace ritrovata
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Di acqua sotto i ponti della destra ne è passata da quando Giorgia Meloni respingeva, quasi sdegnata, qualsiasi accostamento a Gianfranco Fini. "Voglio chiarire ancora una volta che non potrà mai esserci nulla tra noi e Fini". Era il 2019 e la premier in pectore, all'epoca capo di un partitino del 3%, smentiva le voci di sostegno dell'ex leader di An alla corsa di FdI per le Europee. "Tutto inventato". E invece oggi i due si parlano. Lui dispensa consigli. Interpreta il ruolo del mentore, defilato ma presente. Si fa garante per lei davanti alla stampa internazionale, incuriosita dall'ascesa di Meloni e ancora sospettosa sui legami internazionali di FdI e sulle radici post-fasciste. "Il suo atlantismo è autentico. E col post-fascismo non c'entra nulla", parola di Fini, ospite ieri della Stampa estera.

Fini, è risaputo, è il politico che l'ha lanciata sulla ribalta nazionale. Notò qualcosa…

Di acqua sotto i ponti della destra ne è passata da quando Giorgia Meloni respingeva, quasi sdegnata, qualsiasi accostamento a Gianfranco Fini. "Voglio chiarire ancora una volta che non potrà mai esserci nulla tra noi e Fini". Era il 2019 e la premier in pectore, all'epoca capo di un partitino del 3%, smentiva le voci di sostegno dell'ex leader di An alla corsa di FdI per le Europee. "Tutto inventato". E invece oggi i due si parlano. Lui dispensa consigli. Interpreta il ruolo del mentore, defilato ma presente. Si fa garante per lei davanti alla stampa internazionale, incuriosita dall'ascesa di Meloni e ancora sospettosa sui legami internazionali di FdI e sulle radici post-fasciste. "Il suo atlantismo è autentico. E col post-fascismo non c'entra nulla", parola di Fini, ospite ieri della Stampa estera.

Fini, è risaputo, è il politico che l'ha lanciata sulla ribalta nazionale. Notò qualcosa in lei - "il talento, la capacità di aggregare il mondo giovanile a destra", ricostruisce oggi l'uomo della svolta di Fiuggi - quando riuscì a spuntarla nel congresso di Azione Giovani, la cantera della classe dirigente di An. Correva l'anno 2004. Due anni dopo, Meloni sbarca in Parlamento. Fini la catapulta ai vertici di Montecitorio: vice-presidente della Camera, sotto Fausto Bertinotti. Due anni dopo, un altro salto carpiato: cade il governo, torna Berlusconi. Meloni indossa le stellette di ministro, delega alle Politiche giovanili. Che diventano "Gioventù".

È in questa fase che il rapporto si incrina. Il delfino di Almirante strappa col Cav, fonda Futuro e Libertà. Meloni non lo segue. I finiani di stretta osservanza rimangono di stucco. "Ma come, lei gli deve tutto!", dicono ai giornali, con un misto di rabbia e indignazione. Lo sganciamento prosegue. Fini, con la débacle elettorale del 2013, chiude con la politica. Per lei è una seconda vita: riparte da 0, anzi dall'1,9% di Fratelli d'Italia, che fonda lo stesso anno e che per un soffio riesce a entrare in Parlamento.

Scorrono gli anni e ogni tanto affiorano i vecchi livori. Meloni punge sull'affaire della casa di Montecarlo. "Sono profondamente sconcertata da quanto emerso riguardo ai milioni di euro trasferiti da società di gioco d'azzardo alla famiglia Tulliani - scrive sul suo sito nel 2016 - La storia della destra non lo merita. Perché la destra, la nostra destra, è distante anni luce da tutto questo". Fini ricambia quando l'ex pupilla si candida a sindaco di Roma sei anni fa: "Meloni non corre per vincere ma per accendere i riflettori su se stessa facendo il gioco di Salvini, che vuole sfilare la leadership a Berlusconi", racconta l'ex capo di An in una delle ultime interviste in tv. Ma ora, a quanto pare, è pace fatta.