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Pd, pressing su Letta: "Guidi la fase costituente, identità prima del nome"

(ansa)
Da Orlando a Franceschini un movimento trasversale alle correnti dem punta a prendere tempo e a mantenere i vertici al loro posto fino al termine di un percorso di rifondazione
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ROMA - Precipitarsi a eleggere un nuovo segretario senza prima affrontare una discussione seria su cos'è il Pd e quali mondi vuol rappresentare rischia di impedire quel processo costituente, di vera rifondazione, che tutti a parole dicono di volere. Meglio prendere tutto il tempo che serve per rigenerarsi e ridefinire un'identità che la permanenza al governo negli ultimi dieci anni - con tutti gli alleati e le formule possibili - ha finito per scolorire. È la tesi sostenuta da un piccolo movimento, trasversale alle correnti dem, che sta affilando le armi in vista della direzione nazionale. Con un corollario preciso: i vertici devono restare al loro posto, nel pieno delle funzioni, finché l'intero percorso non verrà completato. Senza fretta, né tentazioni liquidatorie.

Morassut: "Non sia un'operazione di facciata"

A dirlo senza troppe perifrasi è Roberto Morassut, uno dei pochi uscenti a vincere la sfida…

ROMA - Precipitarsi a eleggere un nuovo segretario senza prima affrontare una discussione seria su cos'è il Pd e quali mondi vuol rappresentare rischia di impedire quel processo costituente, di vera rifondazione, che tutti a parole dicono di volere. Meglio prendere tutto il tempo che serve per rigenerarsi e ridefinire un'identità che la permanenza al governo negli ultimi dieci anni - con tutti gli alleati e le formule possibili - ha finito per scolorire. È la tesi sostenuta da un piccolo movimento, trasversale alle correnti dem, che sta affilando le armi in vista della direzione nazionale. Con un corollario preciso: i vertici devono restare al loro posto, nel pieno delle funzioni, finché l'intero percorso non verrà completato. Senza fretta, né tentazioni liquidatorie.

Morassut: "Non sia un'operazione di facciata"

A dirlo senza troppe perifrasi è Roberto Morassut, uno dei pochi uscenti a vincere la sfida di collegio. "Se vogliamo davvero fare una costituente che non sia un'operazione di facciata, credo che Enrico Letta debba rimanere segretario e guidarla insieme alle attuali capigruppo sino a che non via sia un processo reale di costituzione di un soggetto politico nuovo che rimescoli le carte tra interno ed esterno", spiega il deputato romano. "Con le regole vigenti non è possibile perché l'iter congressuale è costruito sulle primarie, cioè su una gara fra candidati per la leadership. Quindi penso che qualche novità procedurale andrà introdotta", incalza. "Bisognerebbe partire da un testo sui valori e i temi fondamentali, affidato a personalità di altissimo profilo, che viaggi non solo nei circoli ma in mille assemblee, nei luoghi di lavoro e di studio, in grado di superare gli steccati e andare oltre il nostro perimetro".

Orlando: "Non si parte dalla coda"

È quel che pure Andrea Orlando ripete da giorni, insieme a buona parte della sinistra dem. "Non si parte dalla coda, da un nome magari concordato tra qualche capobastone", rincara Gianni Cuperlo. "Oggi siamo a un bivio. Smettiamola con il giochino "stiamo con Conte o con Calenda", si deve prima iniziare dalle fondamenta, da noi e da tutti coloro che guardano al Pd, magari anche con critiche fondate". Una frenata che non dispiace neppure a Dario Franceschini.

Tutti fin qui orfani di un candidato in grado di ostacolare la cavalcata di Stefano Bonaccini, sceso in pista con il sostegno di Base riformista, l'area che fa capo a Lorenzo Guerini. La quale non a caso insiste per celebrare le assise "in tempi certi", ribadisce il senatore Alfieri. Con Alessandro De Maria che arriva addirittura ad auspicare un ticket Bonaccini-Schlein "per una nuova stagione di rilancio e rinnovamento del Pd e del centrosinistra". Idea che pare in realtà mirata a sgomberare il campo del governatore emiliano da una temibile avversaria.

Non tutti gli ex renziani spingono però per accelerare la successione a Letta. "Credo che il congresso con le attuali regole finisca per essere funzionale a un accordo tra correnti su un nome. Noi invece abbiamo bisogno di un congresso a tesi su cui scontrarsi", ragiona Lele Fiano. Una guerra tra sinistra e riformisti, è la paura, rischierebbe di sfasciare il Pd. Proprio ciò a cui puntano Calenda e Conte: banchettare sui resti di un partito lacerato. Renzi lo dice testuale: "La fine del Pd è sia con, sia senza Elly Schlein. Il governo avrà due opposizioni, quella riformista, la nostra, e quella populista con Conte e il gruppo dem che ama Conte, cioè Bettini, D'Alema, Provenzano".

 M5S: "Nessuna alleanza col Pd"

Musica simile in casa M5S, dove si dicono certi che "l'alleanza con il Pd non si farà" neppure "alle prossime regionali". Nemmeno nel Lazio, dove già si governa insieme. "Giuseppe non si fida più", trapela dal quartier generale. Chiaro l'obiettivo: replicare quanto accaduto alle politiche, con i grillini pronti a cannibalizzare parte dell'elettorato dem. Ecco perché "non possiamo fare tutta la nostra discussione congressuale sulle alleanze", avverte Enrico Borghi, responsabile Sicurezza del Pd. "Lo dico ai miei colleghi: non facciamo vincere ora chi ci voleva ammazzare e non c'è riuscito".