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Resa dei conti nel Pd: tutti contro tutti domani in direzione. Il rebus dei capigruppo

(ansa)

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Zingaretti in pole per la guida dei deputati. Al Senato potrebbe andare una donna. Braccio di ferro sul rapporto con i 5Stelle
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ROMA - Grande è la confusione sotto il cielo del Pd in attesa della direzione nazionale che domani, secondo la road map tracciata nella lettera agli iscritti inviata venerdì scorso dal segretario, darà il via al congresso costituente in quattro fasi da concludersi (salvo diverso accordo) con le primarie per l'elezione del nuovo leader al massimo entro febbraio.

Tutti aspettano la relazione di Enrico Letta - e la successiva discussione in streaming che si prevede accesa - per decidere il da farsi: uno spartiacque dal quale discenderanno i posizionamenti delle varie fazioni in campo. Se è infatti ormai certo che Stefano Bonaccini sarà della partita, sostenuto dal grosso di Base riformista (la corrente ex renziana che fa riferimento a Lorenzo Guerini), non è ancora chiaro chi sarà lo sfidante principale, al netto della ridda di autocandidature avanzate nei giorni scorsi. Si racconta per esempio che il tentativo di rimettere insieme la…

ROMA - Grande è la confusione sotto il cielo del Pd in attesa della direzione nazionale che domani, secondo la road map tracciata nella lettera agli iscritti inviata venerdì scorso dal segretario, darà il via al congresso costituente in quattro fasi da concludersi (salvo diverso accordo) con le primarie per l'elezione del nuovo leader al massimo entro febbraio.

Tutti aspettano la relazione di Enrico Letta - e la successiva discussione in streaming che si prevede accesa - per decidere il da farsi: uno spartiacque dal quale discenderanno i posizionamenti delle varie fazioni in campo. Se è infatti ormai certo che Stefano Bonaccini sarà della partita, sostenuto dal grosso di Base riformista (la corrente ex renziana che fa riferimento a Lorenzo Guerini), non è ancora chiaro chi sarà lo sfidante principale, al netto della ridda di autocandidature avanzate nei giorni scorsi. Si racconta per esempio che il tentativo di rimettere insieme la vecchia maggioranza che, nel marzo del 2019, incoronò a furor di popolo Nicola Zingaretti alla guida del Nazareno sia fallita miseramente. Dario Franceschini, capo di Areadem, aveva pensato di spingere nell'arena Enzo Amendola, sottosegretario uscente agli Affari europei, ma pare che Andrea Orlando (big della sinistra interna) si sia opposto perché vorrebbe essere in realtà lui a misurarsi. Tanto da aver lanciato su Facebook, negli ultimi giorni, una sorta di piattaforma programmatica in cui elenca le priorità del nuovo Pd: lavoro, lotta alla precarietà e alle diseguaglianze, contrasto ai cambiamenti climatici.

Il rebus dei capigruppo

C'è però chi dice che potrebbe trattarsi solo di una mossa per alzare il prezzo in vista dell'assegnazione delle cariche istituzionali. Orlando, forte della carriera da ministro, mirerebbe difatti alla vicepresidenza di Montecitorio; per quella di Palazzo Madama il più accreditato sarebbe invece Franceschini; mentre per il capogruppo alla Camera la pole è di Zingaretti. Sempre i soliti. E tutti uomini. Il che, oltre a creare malumori diffusi, porrebbe il tema della scarsa presenza femminile nei posti di vertice, da compensare piazzando una donna (non ancora individuata) alla testa dei senatori dem. Veleni da congresso o ipotesi reali? Un po' l'uno, un po' l'altro, giura chi segue da vicino le manovre in corso.

In ogni caso a condurre le trattative sarà ancora Letta, in queste ore alle prese con la stesura della relazione con la quale scendere nella fossa dei leoni. "Sarà un processo al segretario" quello che, temono al Nazareno, alcuni dirigenti proveranno a intentare domani. In particolare i parlamentari esclusi dalle liste o non eletti. Un assaggio lo ha servito ieri Luca Lotti, che sui social ha puntato il dito contro "la peggiore sconfitta dal dopoguerra" e "gli enormi errori commessi" a cui sarebbe sbagliato rispondere con "un congresso divisivo sui nomi o sul dilemma Conte sì, Conte no". Persino lui convinto che, a dispetto del "clima di autoassoluzione generale", nel Pd debba aprirsi una fase di profonda riflessione: "Prima di pensare a chi ci guida bisogna chiedersi cosa è successo e cosa siamo". Tutti nodi, sui tempi e le modalità delle prossime assise, che sarà la direzione a dover sciogliere. Insieme al ruolo di Letta, che qualcuno vorrebbe far restare, almeno sino alla fine del processo costituente, e qualcun altro archiviare in fretta.

Il rapporto coi 5 stelle

Su una cosa sono però tutti d'accordo: gli attacchi di chi punta sulla dissoluzione del Pd vanno respinti. "Non bisogna partire né dallo scioglimento né dai nomi", avverte Stefano Vaccari, responsabile Organizzazione. "Dire da qualche salotto al secondo partito del Paese "non siete all'altezza, scioglietevi" è inaccettabile", tuona Francesco Boccia, invitando a valutare bene "le ragioni della sconfitta: nella stragrande maggioranza delle regioni il cosiddetto campo largo ha superato abbondantemente il 50%". Ce l'hanno con chi ora tifa per la fusione coi grillini. Ma anche con Calenda, che su Repubblica ha chiesto ai Dem di scegliere tra i riformisti e i populisti. "Lui ci dice "venite con noi", Renzi ci vuol distruggere", nota Enrico Borghi: "Si mettano d'accordo". E pure "l'anima in pace" perché, spiega il senatore Mirabelli, "non ci saranno saldature con il M5S né migrazioni verso nessuno". Sempre che il Pd sopravviva a se stesso.