ROMA - Quando, intorno all'ora di pranzo, Stefano Bonaccini abbandona il Nazareno, il salone intitolato a David Sassoli si riempie di sguardi interdetti: "Ma non doveva parlare in direzione?". Era l'intervento più atteso, il suo, dopo quello di Enrico Letta: in tanti si aspettavano di ascoltare dalla viva voce del candidato dato già per vincitore alle primarie cosa avesse da dire sul Pd. E invece, niente. Al primo volar di stracci, non appena i veleni iniziano a scorrere fino a diventare a fiumi gonfi di livore, il governatore emiliano si dilegua senza neanche salutare. "Impegni istituzionali", farà sapere poi tramite nota scritta. Gianni Cuperlo è uno dei più irritati. Quand'è il suo turno non riesce a trattenersi: "Chi ha immaginato di proporre se stesso, abbia la pazienza di venire qui e prendere la parola davanti alla platea", attacca. "I tempi non rispondono a quelli dei social, della Tv o de…
ROMA - Quando, intorno all'ora di pranzo, Stefano Bonaccini abbandona il Nazareno, il salone intitolato a David Sassoli si riempie di sguardi interdetti: "Ma non doveva parlare in direzione?". Era l'intervento più atteso, il suo, dopo quello di Enrico Letta: in tanti si aspettavano di ascoltare dalla viva voce del candidato dato già per vincitore alle primarie cosa avesse da dire sul Pd. E invece, niente. Al primo volar di stracci, non appena i veleni iniziano a scorrere fino a diventare a fiumi gonfi di livore, il governatore emiliano si dilegua senza neanche salutare. "Impegni istituzionali", farà sapere poi tramite nota scritta. Gianni Cuperlo è uno dei più irritati. Quand'è il suo turno non riesce a trattenersi: "Chi ha immaginato di proporre se stesso, abbia la pazienza di venire qui e prendere la parola davanti alla platea", attacca. "I tempi non rispondono a quelli dei social, della Tv o dei giornali, ma a quelli della ragione politica e dello stare insieme".
Una mancanza di rispetto per i compagni e lo stesso partito che aspira a guidare. Non era infatti difficile prevedere che il primo happening dopo la peggiore sconfitta di sempre sarebbe durato a lungo: dieci ore di discussione per scoperchiare il vaso di Pandora di tutti i mali democratici. Sui quali però non è solo Bonaccini a non volerci mettere la faccia: dei ministri, l'unico a dire la sua è Andrea Orlando; Franceschini e Guerini non pervengono; dell'ex segretario Zingaretti si perdono le tracce quasi subito. Certo non è piacevole essere accusati di aver distrutto il Pd, fatto man bassa di incarichi per sete di potere, aver pensato solo agli interessi propri e di corrente. Un'intera classe dirigente richiesta ora di sloggiare, specie da giovani e donne, i più penalizzati dall'ordalia elettorale. "Serve una rivoluzione", esorta Matteo Lepore.
A sentire l'ottantina di interventi senza neanche intervallo stupisce che il Pd abbia conservato 5,5 milioni di elettori per quanto poco sia stimato dai suoi dirigenti. Maschilista, screditato, respingente, misogino, confuso, ondivago, incoerente: questo il catalogo degli aggettivi utilizzati per raccontare la prima forza d'opposizione. Ridotta in macerie - è opinione diffusa - dall'eccessivo senso di responsabilità dimostrato nel sostenere i governi di larghe intese, da Monti a Draghi, che se da un lato ha salvato l'Italia, dall'altro ha schiacciato il Pd fino a fargli smarrire parole d'ordine e missione. "Quando si rompe un tubo chiami l'idraulico, noi siamo diventati l'idraulico del Paese, ne abbiamo fatto la nostra identità", ragiona Anna Ascani. "In questi anni siamo stati al governo senza aver mai vinto le elezioni. Non ci siamo mai sottratti, giustamente, alle responsabilità. Ma questo atteggiamento ci ha fatto percepire come il partito della conservazione del potere", rincara Andrea Martella.
E "se non hai un'identità riconoscibile, l'identità diventa quella del governo", aggiunge Peppe Provenzano. Il quale, per capire il clima interno, dice pure che "il Pd è stato un insuccesso", spingendosi a denunciare "dossieraggi per far fuori dalle liste un ragazzo di 28 anni", suo protetto. Oltre ai "tanti regali" fatti al M5S, come se lui non fosse stato ministro e ora vicesegretario dem: "Noi non abbiamo rivendicato i risultati ottenuti dal Conte2, soprattutto sul Sud, perché molti di noi non ci credevano". Una frecciata a Bonaccini e alla sua battaglia per l'autonomia differenziata, che specie al Meridione fa paura.
Non è l'unico errore evidenziato da chi pure ne è stato in qualche misura l'artefice. L'altro riguarda le liste, da tanti giudicate "sbagliate". Ma solo ex post: non uno che abbia fiatato prima, quando c'era da aggiudicarsi un seggio sicuro. "Soltanto due under 35 sono stati eletti", lamenta Brando Benifei. Anche se è la questione femminile il vero tasto dolente. "Questo è un partito fortemente maschilista in cui se si vuole contare ci si deve piegare alle logiche delle correnti", si toglie più d'un sassolino Valentina Cuppi, la presidente dem piazzata terza nel listino e rimasta fuori dal Parlamento. Come Alessia Morani che chiede la testa di Cecilia D'Elia, presidente della Conferenza delle donne, per non aver vigilato sui magheggi a favore degli uomini. La risposta, per difendersi, è un attacco ai vertici del partito di cui pure D'Elia fa parte: "La misoginia non è solo fuori, è anche qui". Benvenuti nel Pd da rifondare.