Pd, mezzanotte in sezione a Càscina la rossa: "Traditi dai dirigenti, fuori chi non è più credibile"
dal nostro inviato Stefano Cappellini , dal nostro inviato Stefano CappelliniCASCINA (PI) - L'appuntamento è: ore 21.30, San Frediano, frazione di Càscina, Pisa, sala dell'Arci a fianco del circolo Pd in piazza Guido Rossa, l'operaio genovese iscritto al Partito comunista ucciso nel 1979 dalle Brigate rosse perché aveva denunciato un altro operaio dell'Italsider. Quanta sinistra in un indirizzo. I convenuti, una cinquantina di persone dai 25 ai 70 anni, sono gli iscritti ai circoli dem del comune di Càscina, 45 mila abitanti circa, ex roccaforte rossa dove un tempo aveva sede la scuola quadri regionale del Pci, la Frattocchie toscana, espugnata dalla Lega nel 2016 e poi riconquistata. Ordine del giorno, deliziosamente novecentesco: analisi del voto.
L'orgoglio dei militanti di Cascina
Un paio d'ore prima si è conclusa la direzione nazionale del partito. Saltando al finale di una discussione durata fino a mezzanotte e mezzo, sarebbe facile e forse un po' demagogico dire che, se il Pd ha una …
CASCINA (PI) - L'appuntamento è: ore 21.30, San Frediano, frazione di Càscina, Pisa, sala dell'Arci a fianco del circolo Pd in piazza Guido Rossa, l'operaio genovese iscritto al Partito comunista ucciso nel 1979 dalle Brigate rosse perché aveva denunciato un altro operaio dell'Italsider. Quanta sinistra in un indirizzo. I convenuti, una cinquantina di persone dai 25 ai 70 anni, sono gli iscritti ai circoli dem del comune di Càscina, 45 mila abitanti circa, ex roccaforte rossa dove un tempo aveva sede la scuola quadri regionale del Pci, la Frattocchie toscana, espugnata dalla Lega nel 2016 e poi riconquistata. Ordine del giorno, deliziosamente novecentesco: analisi del voto.
L'orgoglio dei militanti di Cascina
Un paio d'ore prima si è conclusa la direzione nazionale del partito. Saltando al finale di una discussione durata fino a mezzanotte e mezzo, sarebbe facile e forse un po' demagogico dire che, se il Pd ha una speranza di rilanciarsi, passa da idee e sentimenti del direttivo di Càscina più che da quelli della direzione nazionale. Siccome è la verità, bisogna talvolta cedere alla tentazione di dire cose facili e un po' demagogiche. Nella sala dell'Arci c'è orgoglio, passione, ma pure interventi lucidi, il senso di una comunità non residuale, quasi metà dei presenti sono nativi dem. A cambiare simbolo e nome non ci pensa nessuno, la questione delle alleanze, così accesa sui media e a Roma, non è nemmeno sfiorata, la sconfitta è analizzata con severità ma senza isteria e soprattutto senza autoassoluzioni. Il senso è: sapevamo che avremmo perso e ce lo siamo meritato, non abbiamo fatto abbastanza perché andasse diversamente. Non negli ultimi due mesi, negli ultimi dieci anni.
Russo: "Via chi non è più credibile"
A Càscina il voto è andato così così: 29 per cento, ben sopra il dato nazionale. Ma il collegio è stato perso sia alla Camera, con il costituzionalista Stefano Ceccanti, che al Senato, con l'ex capogruppo al Senato Andrea Marcucci. Diciamo che tra i militanti c'è più dispiacere per l'insuccesso del primo. L'introduzione al dibattito è del segretario comunale Giovanni Russo, 34 anni, appassionato, pacato, ma pure un po' incazzato: "Forse nelle quaranta pagine del programma si poteva leggere la proposta più a sinistra della nostra storia. Il problema era la non credibilità di chi doveva presentarla agli elettori". Più avanti sarà Massimiliano Pescini, consigliere regionale, a raccontare un aneddoto che chiude per qualche anno la discussione sulle paginate di programma ufficiale: "L'altro giorno un compagno di San Casciano m'ha detto: una volta mica avevo bisogno di leggere il programma per sapere cosa voleva il partito, ora invece non lo capisco neppure dopo che l'ho letto".
Le correnti "si sentono"
Nessuno ce l'ha con Enrico Letta, e in generale non c'è astio o aggressività negli interventi, la rottamazione è concetto per cui più d'uno esprime orrore, ma l'opinione dominante è quella espressa da Oreste Sabatino, ventottenne calabrese trapiantato a Pisa, quasi avvocato che fa il segretario provinciale e che sul rinnovamento dei vertici del partito la mette così: "Ai dirigenti protagonisti di questi anni dobbiamo dire: grazie per il passato, ora tocca ad altri, se volete dare una mano, bene". Ecco. Silvia, sulla quarantina, si avvicina al palchetto della presidenza con un foglietto in mano, è la sintesi dell'attivo del circolo di Navacchio: "Serve un passo indietro della classe dirigente attuale e dire no a un mero rimpasto correntizio". Nella sala le correnti non si vedono proprio, però si sentono eccome. Racconta il segretario comunale: "Prima delle elezioni, da Roma ci hanno chiesto di segnalare persone candidabili espresse dal territorio. Poi li hanno mandati tutti da fuori, una farsa". Un militante spulcia le liste della regione, le posizioni buone, mica quelle per fare numero, e commenta: "Vedi questo? Corrente Orlando. Questi due, invece, uno di Franceschini e uno di Guerini". Tutto deciso a tavolino. Mica solo a Càscina, così ovunque.
La leadership e le idee
Il ritornello che circola tra i dirigenti dem quando si parla di leadership - "non parliamo di persone, ora si deve parlare di idee" - e che supera di parecchio quella soglia fisiologica di ipocrisia che fa girare il mondo, tra i militanti prende una forma diversa. Si direbbe di sincero disinteresse per la scelta di questo o quel nome, e tuttavia sempre di richiesta di discontinuità. Giuseppe, sui 60 anni, fa un'osservazione acuta: "Com'è possibile che qualche mese fa abbiamo lanciato una proposta sulla tassa di successione e poi è sparita nel nulla? Era giusta? Era sbagliata? Non lo so, so che troppo spesso ci manca il coraggio di dare battaglia per le nostre idee. Al congresso voterò solo un candidato che dimostrerà di avere questo coraggio".
"Il reddito di cittadinanza dovevamo farlo noi"
Colpisce come più di un intervento racconti la durezza e la fatica di una campagna tutta in salita: "Al mercato la gente ce lo diceva chiaro: stavolta non vi voto". C'è frustrazione per essersi farsi scippare dal Movimento 5 Stelle la rappresentanza di pezzi di proletariato, oggi si dice "ceti svantaggiati". Tutti, proprio tutti, dicono: "La verità è che il reddito di cittadinanza dovevamo farlo noi". Prende la parola il sindaco di Càscina, Michelangelo Betti: "Mi dà fastidio chi dice che chi è in difficoltà vive sulle spalle della società. Io, con questa gente, alleanze non ne farei mai". C'è paura che il partito non resista alle lusinghe di uno strapuntino nell'ennesimo governo di larghe intese o di unità nazionale. Un giovane militante dice: "Non vorrei che fosse come il giorno della marmotta, cade Meloni e si fa un altro giro tecnico...".
Mezzanotte passata, c'è la sensazione diffusa di aver condiviso un momento doloroso ma necessario. Il concetto è: si riparte. Al trentenne Lorenzo la chiosa migliore: "Mi hanno colpito le conclusioni della direzione nazionale. Ha deciso che ora il nostro ruolo è fare opposizione. Ci voleva una direzione? Io pensavo l'avessero deciso gli elettori".