Camere e nuovo governo, il grande stallo ma arriva il sì di Salvini a Giorgetti ministro dell'Economia
di Lorenzo De Cicco , di Lorenzo De CiccoROMA - Fra 24 ore aprono le urne di Camera e Senato, si scelgono i presidenti, ma il rischio è una batteria di votazioni a vuoto. Nel giorno in cui pare vedersi una soluzione per la partita del Mef, con in pole il leghista Giancarlo Giorgetti (apprezzato da FdI e stimato, fatto raro, sia da Draghi che da Tremonti), meloniani e salviniani si azzuffano via agenzie stampa sulla seconda carica dello Stato. Alle quattro di pomeriggio Riccardo Molinari, capogruppo del Carroccio a Montecitorio e in teoria papabile presidente della Camera, fa sapere ai cronisti che "stiamo lavorando per Roberto Calderoli al Senato".
La mossa leghista spariglia. Non è di facciata, pura tattica per strappare qualche poltrona in più, assicurano ai piani alti di via Bellerio. Un giro d'orologio e FdI licenzia una nota in cui si rimarca che "il nome forte in campo per la presidenza del Senato resta quello di Ignazio La Russa". Calderoli dal canto suo conferma l'…
ROMA - Fra 24 ore aprono le urne di Camera e Senato, si scelgono i presidenti, ma il rischio è una batteria di votazioni a vuoto. Nel giorno in cui pare vedersi una soluzione per la partita del Mef, con in pole il leghista Giancarlo Giorgetti (apprezzato da FdI e stimato, fatto raro, sia da Draghi che da Tremonti), meloniani e salviniani si azzuffano via agenzie stampa sulla seconda carica dello Stato. Alle quattro di pomeriggio Riccardo Molinari, capogruppo del Carroccio a Montecitorio e in teoria papabile presidente della Camera, fa sapere ai cronisti che "stiamo lavorando per Roberto Calderoli al Senato".
La mossa leghista spariglia. Non è di facciata, pura tattica per strappare qualche poltrona in più, assicurano ai piani alti di via Bellerio. Un giro d'orologio e FdI licenzia una nota in cui si rimarca che "il nome forte in campo per la presidenza del Senato resta quello di Ignazio La Russa". Calderoli dal canto suo conferma l'interesse: "Io presidente del Senato? Sono pronto a fare tutto, ma la scelta spetta ai leader".
Trattative frenetiche
Sono ore di trattative frenetiche. Ieri mattina Giorgetti ha incontrato Salvini, hanno discusso anche dell'ipotesi ventilata da Fratelli d'Italia, cioè di dirottare il titolare dello Sviluppo economico al Ministero dell'Economia, dopo che dai tecnici sin qui sondati sono arrivati soltanto "no". Il segretario, che in prima battuta aveva frenato, alla fine sembra essersi convinto. Il sigillo è in una nota ufficiale in cui si sostiene che "per la Lega sarebbe motivo di grande soddisfazione e orgoglio occuparsi con un ruolo rilevante anche di Economia e finanze". L'alternativa è il ritorno al Mef di Domenico Siniscalco, con Giorgetti che a quel punto dovrebbe accontentarsi - assai difficile - del ruolo di vice.
Sembra escluso invece il ripescaggio della carta Daniele Franco. L'inquilino uscente di via XX Settembre ieri ha incontrato sì Giorgia Meloni e il braccio destro Giovanbattista Fazzolari, ma per discutere dello stato dei conti pubblici. Nel solco della "transizione ordinata" chiesta da Draghi. Non per entrare nel nuovo governo: si è sempre detto non disponibile. Dunque, Giorgetti. Sulla possibilità di traslocare al Mef, si limita a rispondere con una risata. Svicola così da taccuini e telecamere. Certo è che se l'approdo fosse quello, decadrebbe l'ipotesi rilanciata ieri, un po' a sorpresa, da Carlo Calenda, disposto a votarlo sullo scranno più alto di Montecitorio. Per quella postazione, come detto, i leghisti insistono su Molinari, zavorrato però dall'indagine per falso nelle liste elettorali al comune di Moncalieri. L'alternativa, in quota FdI, potrebbe essere Fabio Rampelli, che però Meloni vorrebbe nella squadra dei ministri.
Girandola di incontri
Ieri pomeriggio in via della Scrofa, via vai di delegazioni. Per FI, Licia Ronzulli e Alberto Barachini. Lorenzo Cesa e Maurizio Lupi per la costola centrista. Calderoli in quota Lega. Si attende il faccia a faccia a tre, Berlusconi-Meloni-Salvini, previsto per oggi. Il Cav ieri è arrivato nella Capitale, ma a Villa Grande ha incontrato solo il segretario della Lega. Mezz'ora di chiacchierata, per ribadire i desiderata azzurri sui dicasteri. Della rosa non fa già più parte Paolo Scaroni, che l'ex premier avrebbe voluto in squadra con un ruolo sull'energia - ministro o commissario - perché Fratelli d'Italia ha risposto picche. Meloni continua a ridurre al minimo apparizioni e uscite. "Il nostro sarà il governo più politico di sempre", si è limitata a dire ieri. "I governi sono politici quando hanno un mandato popolare". Frase sibillina, che tiene aperta la possibilità d'ingaggio di tecnici nei ruoli chiave. La presidente di FdI a sera fa sfoggio di ottimismo: "Sulla presidenza delle Camere stiamo lavorando, non vedo tensioni. Avremo un presidente del Senato già giovedì? Ci lavoriamo". Con Berlusconi e Salvini, conferma, "penso che ci vedremo nella giornata di domani". Cioè oggi.
Di tempo per trattare, almeno sulle presidenze delle Camere, ne resta comunque poco. Domani fra le 10 e le 10.30 comincia la conta. A Montecitorio, si sta pensando di procedere con un'infilata di tre votazioni in un giorno, dato che il quorum della maggioranza assoluta scatta solo al quarto scrutinio (all'inizio servono i due terzi dei seggi). In questo modo, venerdì si potrebbe arrivare alla fumata bianca. Al Senato in teoria il presidente può essere eletto già al primo colpo, da regolamento basta la maggioranza assoluta dei componenti. Prima però la destra deve trovare la quadra.