"Eccomi di nuovo". È il giorno di una personale rivincita. Ma per Silvio Berlusconi ha il retrogusto amaro dei no che deve incassare, dei distinguo che deve ascoltare - anche ieri, di nuovo - da leader e da alleato minore, nel braccio di ferro con Giorgia Meloni. A cui manda a dire, tra serio e faceto: "Gli Esteri? Non potresti mai avere un ministro migliore di me".
Rimettere piede in Senato, quell'ora è arrivata, per il leader di Forza Italia. Ma ci sono voluti 8 anni, 10 mesi e 15 giorni esatti per ricoprire quello scranno, e pazienza se non potrà presiedere, oggi, la prima seduta. La norma dice che tocca al membro più anziano di quella Camera, il caso vuole che sia Liliana Segre, superstite dell'Olocausto, ad accogliere la prima maggioranza di destra delle istituzioni repubblicane.
Mezzogiorno, sole e la faccia stanca di un leader. La berlina accosta più che può, il fondatore di FI scende piano, gli si fa s…
"Eccomi di nuovo". È il giorno di una personale rivincita. Ma per Silvio Berlusconi ha il retrogusto amaro dei no che deve incassare, dei distinguo che deve ascoltare - anche ieri, di nuovo - da leader e da alleato minore, nel braccio di ferro con Giorgia Meloni. A cui manda a dire, tra serio e faceto: "Gli Esteri? Non potresti mai avere un ministro migliore di me".
Rimettere piede in Senato, quell'ora è arrivata, per il leader di Forza Italia. Ma ci sono voluti 8 anni, 10 mesi e 15 giorni esatti per ricoprire quello scranno, e pazienza se non potrà presiedere, oggi, la prima seduta. La norma dice che tocca al membro più anziano di quella Camera, il caso vuole che sia Liliana Segre, superstite dell'Olocausto, ad accogliere la prima maggioranza di destra delle istituzioni repubblicane.
Mezzogiorno, sole e la faccia stanca di un leader. La berlina accosta più che può, il fondatore di FI scende piano, gli si fa subito incontro Anna Maria Bernini, l'umore non è dei migliori, la faccia di lui sorride, ma le dita quasi si aggrappano alle mani dei suoi, fa una decina di doloranti passi verso l'ingresso per la registrazione, la schiena e le gambe ancora precarie, dopo gli esiti della caduta non banale di un mese fa ( "un volo di cinque metri, di spalle, potevo morire", lo raccontò lui stesso, durante il voto).
Mezz'oretta, procedure completate e parte la foto su Twitter. E si scopre che non ha la cravatta (che invece il regolamento prescrive, e che lui ha sempre indossato) e neppure l'anello simil-fede all'anulare sinistro, che portava dal non-matrimonio con Marta Fascina, del 19 marzo. L'immagine dice "vedete sono ancora qua", mentre scrive : "Domani sarò presente alla prima seduta di questa XIX legislatura". Chi l'avrebbe detto, in quel 27 novembre del 2013, quando per tanti il politico si avviava ad uno dei suoi (mendaci) tramonti.
Erano le 17.40 quando, dopo sfibrante votazione, Berlusconi fu dichiarato espulso. Era l'onta seguita alla condanna definitiva per le frodi fiscali Mediaset e la conseguente scure della legge Severino, con l'interdizione dai pubblici uffici (poi accorciata da sei a cinque anni). Grillo sentenziò "È solo la fine della sua storia", e l'allora premier Letta chiese di "arginare il caos", condannando gli insulti degli esponenti Fi contro i senatori a vita. Un incubo che oggi ritorna, quello della Severino - visto che nell'orizzonte della legislatura potrebbe arrivare la definizione del processo Ruby Ter che vede l'ex premier imputato a Milano - mentre non a caso il presidente degli azzurri insiste, con Meloni, nel rivendicare i ministeri della Giustizia e del Mise, per le sue tv. Due intramontabili capisaldi, per Berlusconi. Riaffora il vecchio sé, su quei due terreni da blindare. Ma arrivano i due rifiuti netti, da parte della premier in pectore.
Il ragionamento di Meloni, esplicita uno dei fedelissimi di Giorgia, "non è brutale ma solo pragmatico: tra cinque anni l'ex premier avrà 91 anni, per Forza Italia oltre che per il bene della maggioranza sarebbe più giusto tenere una posizione sganciata da contrapposizioni e polemiche che sanno di passato, ci vuole la proiezione in avanti". Futuro che, a quanto pare, almeno dal punto di vista del nuovo esecutivo, non combacia per nulla col nome di Licia Ronzulli.
Berlusconi torna ad insistere, invece, sul ruolo della senatrice. Pare, invano. Meloni l'ha già cassata come eventuale titolare della Salute, e non la vede come ministra, tout court. Fino a ieri pomeriggio sembrava che la casella del Turismo potesse metterli d'accordo, ma a sera Ronzulli sembra fuori. E a proposito di foglietti ed elenchi. È Alessandro Cattaneo, ormai alter ego di Ronzulli, ad avvertire ieri: "Comunque anche la lista dei sottosegretari la deve firmare Berlusconi, altrimenti arriva modificata, vai a capire".
Si è impuntata su di lei, sottolineano i big azzurri, mentre non è un tabu per gli alleati che Tajani possa andare agli Esteri, versante che Berlusconi non può fare a meno di toccare: senza ricordare quanto gli sia sempre stato "particolarmente congeniale", senza dire che - più banalmente - evoca il potere di ieri e non lo striminzito, faticosissimo ruolo di oggi. "L'unico ministro degli Esteri potrei essere io", gli sentono ridire al tavolo, in queste ore. E giù col suo ruolo a Pratica di mare, con le sue relazioni internazionali. Ricordi potenti, che bruciano. Anche se è ormai tornato senatore.