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La paura di Giorgia Meloni: un governo azzoppato se Silvio Berlusconi perde pezzi

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Il timore che serpeggia nella destra è il ritorno di un “tecnico” a Palazzo Chigi. Il rischio di un doppio giro di consultazioni al Quirinale
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ROMA - Forza Italia è ormai una polveriera. E se esplode, le conseguenze della deflagrazione colpiranno in primo luogo Giorgia Meloni. Il suo governo e la speranza di vararlo in tempi brevi. Facendo rimaterializzare uno spettro che sembrava svanito. E che ora, invece, sta tornando nelle analisi allarmate della destra italiana: l'esecutivo "tecnico" o comunque "non politico".

Ecco la vera posta in palio nello scontro tra la "premier in pectore" e Silvio Berlusconi. Non si tratta solo di una guerra dettata da ragioni personali. Nel piatto, adesso, c'è finito qualcosa di ben più consistente: la possibilità che il nuovo esecutivo nasca nei tempi prestabiliti e con uno orizzonte sufficientemente ampio. Senza la paura che un "novello Draghi" si affacci nel panorama dei partiti.

Il tentativo di incollare nuovamente i cocci della coalizione ha soprattutto questa esigenza. La corsa a organizzare un faccia a facci…

ROMA - Forza Italia è ormai una polveriera. E se esplode, le conseguenze della deflagrazione colpiranno in primo luogo Giorgia Meloni. Il suo governo e la speranza di vararlo in tempi brevi. Facendo rimaterializzare uno spettro che sembrava svanito. E che ora, invece, sta tornando nelle analisi allarmate della destra italiana: l'esecutivo "tecnico" o comunque "non politico".

Ecco la vera posta in palio nello scontro tra la "premier in pectore" e Silvio Berlusconi. Non si tratta solo di una guerra dettata da ragioni personali. Nel piatto, adesso, c'è finito qualcosa di ben più consistente: la possibilità che il nuovo esecutivo nasca nei tempi prestabiliti e con uno orizzonte sufficientemente ampio. Senza la paura che un "novello Draghi" si affacci nel panorama dei partiti.

Il tentativo di incollare nuovamente i cocci della coalizione ha soprattutto questa esigenza. La corsa a organizzare un faccia a faccia diplomatico tra Meloni e Berlusconi, infatti, non è sollecitata solo dalla necessità dei forzisti di rientrare nel gioco. Ma anche dal bisogno fondamentale di Fratelli d'Italia di conservare una maggioranza effettiva. E quindi poter contare su una Forza Italia "integra".

Il nucleo centrale delle preoccupazioni delle ultime 48 ore, dunque, è incastonato proprio nelle due rispettive necessità.

Il partito del Cavaliere, infatti, è davvero a un passo dal collasso. La faida interna tra "ronzulliani" e "antironzulliani" può diventare la miccia in grado di innescare il deposito di rancori, odi e timori per il futuro che accompagna la vita di un partito legato ad un capo di 86 anni. Ognuno pensa al proprio prossimo futuro. Cariche, poltrone, quote di potere. Il brodo più efficace - se gli appetitti non vengono soddisfatti - per cucinare una scissione o un esodo verso altri lidi. L'accusa rivolta a Licia Ronzulli è sostanzialmente questa. Rincarata da tutti i "berlusconiani storici" che sono stati fatti fuori dalle liste.

Il terrore che sta facendo largo in Via della Scrofa (la sede di Fratelli d'Italia e un tempo dell'Msi) è allora che se Forza Italia perdesse una quota di suoi parlamentari, una parte non potrebbe che finire tra le file di Matteo Renzi e Carlo Calenda. Risultato: la maggioranza di Meloni sarebbe come minimo numericamente più debole. Basterebbero cinque senatori per far precipitare le azioni meloniane. E soprattutto si irrobustirebbe il "partito" di chi vorrebbe riportare un "tecnico" a Palazzo Chigi. È questa la prima preoccupazione della presidente di Fratelli d'Italia. Che deve correre ai ripari sapendo che questi rischi non sono eventuali, ma concreti.

Non a caso fino a ieri pomeriggio gli uomini e le donne più vicine al Cavaliere insistevano sull'idea di presentarsi alle consultazioni separatamente. L'esito immaginato di questa mossa non consiste nel bocciare definitivamente Meloni. Ma di metterla sulla graticola nella convinzione che in quel caso il Quirinale sarebbe costretto a compiere un altro di giro di consultazioni prima di assegnarle l'incarico. Sarebbe però un colpo all'immagine efficientista che sta cercando di costruire la presidente di FdI e una smentita allo slogan elettorale "Pronti". Un doppio turno di colloqui sul Colle significherebbe far nascere il nuovo governo con il vizio originale della debolezza. Un'anatra zoppa. Che, peraltro, renderebbe ancora più difficile il tentativo di costruire una squadra governativa come un "dream team". Le scosse tra i tre partiti hanno già archiviato l'idea di nominare nei posti-chiave "esterni" di grandissimo valore come Fabio Panetta, l'attuale membro del board della Bce. Ma una falsa partenza farebbe cadere ogni speranza. Quale "alto profilo" accetterebbe di far parte di una compagine già ammaccata da una catena di produzione inceppata?

Certo anche Berlusconi ha bisogno di uscire dal cul de sac. Ma paradossalmente la sua esigenza è inferiore. A lui serve soprattutto che gli venga restituito il ruolo di "padre nobile" del centrodestra. Ha meno da perdere. Anche in termini aziendali. Anzi, tra gli "amici di sempre" c'è anche chi gli suggerisce di spingere sull'acceleratore. Perché un governo più rispettato all'estero - come è stato quello di Draghi - rappresenta un ombrello protettivo più ampio rispetto a Mediaset. E rispetto alle scalate che Oltralpe vengono preparate contro il Biscione.

Il sentiero della pace è ancora tortuoso. Nessuno, per ora, scommette su una immediata fumata bianca.