Se è vero che sono quei momenti in cui ti passa la vita davanti, nell'entrare a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio Giorgia Meloni deve essersi ricordata la prima volta in cui ragazzina mise piede nella sezione del Movimento sociale italiano di via Guendalina Borghese, alla Garbatella, o l'ingresso nella comunità del Fronte della gioventù di Colle Oppio, dentro un vecchio rudere di epoca romana, ora che la sua missione è evitare che di ruderi ne restino altri nel Paese - pardon, la Nazione - e stavolta tutti contemporanei.
È la prima presidente del Consiglio, anche gli avversari hanno dovuto rendergliene atto e merito, persino chi al contempo non ha rinunciato a contestarle la bassa presenza di donne nel Consiglio dei ministri, e ciascun lettore può valutare se il messaggio di emancipazione sia più forte ora o nei governi dove la quota femminile era garantita dai leader maschi con il bilancino, nemmeno sempre. Ma &e…
Se è vero che sono quei momenti in cui ti passa la vita davanti, nell'entrare a Palazzo Chigi da presidente del Consiglio Giorgia Meloni deve essersi ricordata la prima volta in cui ragazzina mise piede nella sezione del Movimento sociale italiano di via Guendalina Borghese, alla Garbatella, o l'ingresso nella comunità del Fronte della gioventù di Colle Oppio, dentro un vecchio rudere di epoca romana, ora che la sua missione è evitare che di ruderi ne restino altri nel Paese - pardon, la Nazione - e stavolta tutti contemporanei.
È la prima presidente del Consiglio, anche gli avversari hanno dovuto rendergliene atto e merito, persino chi al contempo non ha rinunciato a contestarle la bassa presenza di donne nel Consiglio dei ministri, e ciascun lettore può valutare se il messaggio di emancipazione sia più forte ora o nei governi dove la quota femminile era garantita dai leader maschi con il bilancino, nemmeno sempre. Ma è anche la prima postfascista alla guida del governo, la premier più a destra della storia della storia repubblicana, omaggiata dalla meno presentabile compagnia europea, dall'amico ungherese Viktor Orbàn, la relazione più incongruente con gli annunciati propositi euro-atlantici, dalla sodale di fiamma nel simbolo Marine Le Pen, che forse preferiva ci fosse Matteo Salvini al posto suo e tuttavia non ha mancato di esultare.
Il curriculum di Meloni, il suo passato anti-euro, anti-Ue e anti-Nato (ma in quest'ultimo caso parliamo dei tempi di Colle Oppio), è un vestito dismesso, chissà se buttato. Oggi si parla di altri vestiti, il tailleur nero del debutto - argomento di conversazione in società: le donne in politica si mascolinizzano nel look? Segue dibattito senza soluzione, almeno qui - scarpe basse poi sostituite con un piccolo tacco per il rito della campanella. Meloni passa in rassegna le truppe disposte nel cortile di Palazzo Chigi, forse si accorge che nel picchetto d'onore ci sono due lancieri di Montebello donne, o forse no, l'emozione è visibile e comprensibile. In cima allo scalone d'onore, con un piccolo strappo al cerimoniale, Mario Draghi l'aspetta dritto come un fuso e le dice: "Benvenuta". La premier ringrazia e confessa: "È stato un po' impattante emotivamente". Pure la frase, un po' involuta per una leader che si è fatta largo con l'essenzialità di slogan ruspanti e con il grido di battaglia "io sono Giorgia", tradisce l'agitazione.
Quello con Draghi è l'incontro fisico tra due mondi distanti, visioni inconciliabili, percorsi lontanissimi, tecnica contro politica, da una parte il liberalismo come bandiera e dall'altra il liberalismo come minaccia alla tradizione, cosmopolitismo versus nazionalismo. Ma almeno nella forma non pare l'incontro tra due avversari. Draghi e Meloni si chiudono a colloquio per un'ora ed è chiaro che, a differenza di altri passaggi di consegna, non è un incontro di convenevoli e chiacchiere per riempire l'occasione. Meloni ha bisogno di capire quali sono le urgenze, i dossier in sospeso, i rischi di inciampo immediato, magari è in cerca anche di consigli. Draghi le spiega l'enormità delle sfide che l'attendono, problemi da risolvere con soluzioni concrete, non più con facili proclami dall'opposizione.
Contemporaneamente, in un'altra stanza si chiudono a quattr'occhi il capo di gabinetto uscente, il tecnico Roberto Garofoli, e l'entrante, Alfredo Mantovano, già in Alleanza nazionale e soprattutto in Alleanza cattolica, l'associazione ultraconfessionale, anti aborto, anti unioni civili che celebra ogni anno il 7 ottobre, data in cui nel 1571 le flotte cattoliche sconfissero quelle islamiche nel mare di Lepanto. Anche qui, due figure parecchio diverse. Poi Garofoli e Mantovano raggiungono Draghi e Meloni per una parte di confronto comune. Con loro c'è anche Roberto Chieppa, segretario generale di Palazzo Chigi, lo era già con Giuseppe Conte tanto che fu Chieppa a consegnare la campanella quando il leader del M5S successe a sé stesso passando in un giorno da premier gialloverde a premier giallorosso.
Nella Sala delle Galere la campanella passa dalle mani di Draghi a quelle di Meloni in un clima cordiale, l'atteggiamento dell'ex governatore della Bce verso la neo premier si direbbe quasi paterno, l'anagrafe non lo escluderebbe, un fermo immagine del volto di lei pare catturare un'espressione di gratitudine. In apparenza, sembra esserci qualcosa in più che un galateo rispettato, ma sarebbe sbagliato immaginare padrinati o benedizioni. Quel che Draghi poteva fare con il suo governo, l'ha fatto. Le parole che speso a porte chiuse con Meloni sono le ultime di cui la leader di Fratelli d'Italia potrà disporre. Le distanze sui temi restano molte, talvolta enormi, i punti di continuità pochi, se si eccettua la linea sul conflitto in Ucraina.
Draghi voleva chiudere con il giusto clima e con "la buona coscienza della cose fatte", come gli piace dire. Dopo la cerimonia, la mattina volge al termine, per lei è tempo del primo Consiglio dei ministri, per lui è tempo di lasciare. Nel cortile di Palazzo Chigi Draghi riceve l'applauso dei dipendenti, un tributo concesso a quasi tutti gli ex che la comunicazione di Conte aveva presentato come un finale eccezionale, tipo gli studenti che salgono sui banchi a salutare il prof dell'Attimo fuggente. A fuggire è solo Draghi. Quello a Palazzo Chigi non sembra proprio un arrivederci. Se ci saranno altri Palazzi nel suo futuro, si vedrà. Ora tocca a Meloni, se le riesce, rinviare alla data più lontana possibile il suo applauso di congedo.