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La "non simpatia" per il fascismo è un'abiura troppo morbida: Meloni deve fare i conti con la Storia

Colpisce che la cornice di un impianto politico del nascente esecutivo possa tenere insieme il profilo di una destra riconoscibile e vincente con quel veloce passaggio sull'antipatia come misura di distanza e differenziazione a un secolo dalla marcia su Roma del 28 ottobre 1922
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Come si fa a declinare il giudizio sul fascismo lungo il crinale della simpatia mancante verso i regimi e il loro cammino? L'assenza di simpatia potrebbe sembrare un rifugio di comodo nella dicotomia con una potenziale antipatia sommersa che non si manifesta. La storicizzazione del fascismo italiano ha avuto tappe e momenti nel lungo dopoguerra che abbiamo alle spalle: uscire da definizioni di principio, da giudizi sospesi e rimozioni di comodo per affrontare il percorso posto dalle domande della storia.

Il giudizio sul fascismo

Altro che impressioni superficiali, manifestazioni soggettive sulle simpatie o le antipatie verso le pagine di un passato che non appare rassicurante. La storiografia ha costruito un perimetro di questioni che sorreggono il giudizio sul fascismo: basti il richiamo ai temi del consenso esteso, della diffusione di pratiche e comportamenti, dei percorsi tortuosi e profondi di costruzione della nazione italiana nella democrazia di massa. Colpisce che l…

Come si fa a declinare il giudizio sul fascismo lungo il crinale della simpatia mancante verso i regimi e il loro cammino? L'assenza di simpatia potrebbe sembrare un rifugio di comodo nella dicotomia con una potenziale antipatia sommersa che non si manifesta. La storicizzazione del fascismo italiano ha avuto tappe e momenti nel lungo dopoguerra che abbiamo alle spalle: uscire da definizioni di principio, da giudizi sospesi e rimozioni di comodo per affrontare il percorso posto dalle domande della storia.

Il giudizio sul fascismo

Altro che impressioni superficiali, manifestazioni soggettive sulle simpatie o le antipatie verso le pagine di un passato che non appare rassicurante. La storiografia ha costruito un perimetro di questioni che sorreggono il giudizio sul fascismo: basti il richiamo ai temi del consenso esteso, della diffusione di pratiche e comportamenti, dei percorsi tortuosi e profondi di costruzione della nazione italiana nella democrazia di massa. Colpisce che la cornice di un impianto politico del nascente esecutivo, rivendicato come cifra qualificante nell'apertura della legislatura possa tenere insieme il profilo di una destra riconoscibile e vincente con quel veloce passaggio sull'antipatia come misura di distanza e differenziazione a un secolo dalla marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Il confronto sul passato

Le ragioni del confronto sul passato sono più profonde e interessanti, non risolvibili sul filo delle dichiarazioni d'intenti o della rivendicazione di stati d'animo. Non si tratta di facili richiami alla permanenza nella simbologia politica della fiamma tricolore. Lo spazio della Repubblica e della Costituzione viene sorretto e rafforzato dalla cornice dell'antifascismo come progetto comune, costruzione di responsabilità individuali e collettive a fronte delle tragedie che il regime aveva prodotto e consolidato. La rimozione della dimensione storica rischia di cancellare le tracce e le eredità dell'antifascismo della Repubblica, il suo inveramento progressivo e contraddittorio nelle stagioni successive alla fine del conflitto mondiale.

Richiamare la carta costituzionale e il suo significato di riferimento comune e condiviso, di stella polare come da più parti si sostiene in queste ore, dovrebbe condurre verso l'apprezzamento della svolta del 1945 e dei lasciti di quella stagione costituente.

Il peso dell'antifascismo

Il legame con le biografie di tante donne, con le eredità plurali del protagonismo femminile è parte di questa storia non di altro. Si crea invece una distanza non comunicante tra i giudizi rivolti al passato e le conseguenze in un tempo indefinito. Come se si potesse sorvolare sul peso che l'antifascismo ha avuto nel qualificare il sistema politico, le forme della partecipazione popolare, l'educazione alla democrazia, in sintesi le forme del processo di nazionalizzazione nel contesto della guerra fredda.

La svolta politica che porta la destra alla guida del Paese mette in tensione terminologie e riferimenti, tra la nostalgia dell'antico e le esultanti rivendicazioni di chi da escluso e discriminato si ritrova a essere protagonista. Anche il paradigma della reclusione nel ghetto merita attenzione e rigore, chiama in causa il carattere della democrazia repubblicana, i confini e i contenuti dell'antifascismo costituente ben oltre la sua componente militante menzionata con disappunto nel discorso di Giorgia Meloni.

La sconfitta del fascismo e il pluralismo

Difficile tenere insieme con coerenza gli slogan di chi ha sbandierato il percorso che da Colle Oppio approda finalmente a palazzo Chigi con i giudizi sulla storia della Repubblica a partire dai contenuti qualificanti della Carta costituzionale. La dialettica democratica ha avuto un perimetro riconosciuto e condiviso che ha segnato il confronto e le sfide per generazioni d'italiani: la sconfitta del fascismo è stata innanzitutto il riconoscimento del pluralismo delle idee, delle libertà individuali e collettive, dei diritti e dei doveri.

Nel 1987 Vittorio Foa in Parlamento incontrò un combattente che aveva militato dal settembre 1943 nella Repubblica sociale. Salutandolo calorosamente gli disse: "Che piacere, Vittorio essere insieme al Senato, dopo aver combattuto, da giovani, su fronti opposti!". Foa rispose: "Certo, fa piacere; ma se questo accade, è perché abbiamo vinto noi; se aveste vinto voi, se Hitler avesse conquistato l'Europa, io di certo non sarei qui".