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Gianfranco Fini ritorna in tv da padre nobile di Meloni. E promuove la sua pupilla anche sull'antifascismo: "Ma lasci stare i diritti"

(agf)

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L’ex presidente della Camera in tv: “Non ispiro io Giorgia”. Poi fa mea culpa sul Pdl
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Torna a parlare Gianfranco Fini, scomparso da anni dopo il disastro di Futuro e libertà e gli inciampi immobiliari monegaschi, e pare quasi Alcide De Gasperi, un po' per merito suo e un po' per demerito dei suoi figliocci politici. La voce invecchiata, una giustificata posa da padre nobile della destra di governo, l'ex leader che al congresso di Fiuggi del 1995 tentò di risciacquare il postfascismo del Movimento sociale nel repubblicanesimo di Alleanza nazionale, si fa intervistare da Lucia Annunziata a In mezz'ora e dispensa buoni consigli alla presidente del Consiglio: prudenza e rispetto sui diritti civili, astensione dalle tentazioni di revisionismo sanitario sul Covid ("Le mascherine rimangano obbligatorie negli ospedali"), antifascismo come valore condiviso. Quest'ultimo il punto su cui la pupilla Giorgia, da lui promossa vicepresidente della Camera nel 2006, sembra più lontana dall'apprendere la lezione, anche se Fini finge…

Torna a parlare Gianfranco Fini, scomparso da anni dopo il disastro di Futuro e libertà e gli inciampi immobiliari monegaschi, e pare quasi Alcide De Gasperi, un po' per merito suo e un po' per demerito dei suoi figliocci politici. La voce invecchiata, una giustificata posa da padre nobile della destra di governo, l'ex leader che al congresso di Fiuggi del 1995 tentò di risciacquare il postfascismo del Movimento sociale nel repubblicanesimo di Alleanza nazionale, si fa intervistare da Lucia Annunziata a In mezz'ora e dispensa buoni consigli alla presidente del Consiglio: prudenza e rispetto sui diritti civili, astensione dalle tentazioni di revisionismo sanitario sul Covid ("Le mascherine rimangano obbligatorie negli ospedali"), antifascismo come valore condiviso. Quest'ultimo il punto su cui la pupilla Giorgia, da lui promossa vicepresidente della Camera nel 2006, sembra più lontana dall'apprendere la lezione, anche se Fini finge di no e la difende dagli attacchi del Pd.

L'ex presidente della Camera è visibilmente contento di tornare alla ribalta: "La politica è un virus", dice facendo intendere di non essere guarito, ma nega un ritorno in campo ufficiale. "Si può fare qualcosa anche senza incarichi e tessere", spiega. Il rapporto con Meloni è ricucito già da qualche tempo dopo anni di gelo, nelle fasi migliori, e altri di ostilità, in quelle peggiori, quando nell'album di famiglia della destra Fini era per eccellenza il "traditore", il "rinnegato", "il badogliano" per i più nostalgici e non certo di Badoglio. Un riavvicinamento preceduto da altre riappacificazioni, come quella tra Fini e Francesco Storace suggellata qualche mese fa da una foto sui social, una specie di once were warriors missino, a chiudere tre lustri di insulti e scomuniche.

Fini e Meloni si sono sentiti anche in campagna elettorale e mentre si componeva la lista dei ministri, nello staff della premier è appena entrato Fabrizio Alfano, ex portavoce finiano. C'è qualcosa dell'ex leader pure nella strategia per contenere Berlusconi: "Ne so qualcosa di lui", ironizza Fini in trasmissione, che al Cavaliere dovette soccombere perché i rapporti di forza erano opposti a quelli attuali. "Ma alla fine Berlusconi sarà responsabile", giura Fini, che scommette sulla durata del governo ma non sulla tranquillità del viaggio ("Do per scontato che ci saranno fibrillazioni") e non rinuncia a intestarsi una parte di merito: "Ispiratore io? No, Meloni non ne ha bisogno, ma posso dire che c'è stato chi ha indicato una strada che tocca ai più giovani percorrere".

Poi, però, non manca di riconoscersi il torto di aver creduto alla fondazione del Pdl, ovvero Popolo delle libertà, per chi fosse troppo giovane o ne avesse comprensibilmente rimosso l'esistenza, e di non aver creduto alla fondazione di FdI: "Avevano ragione La Russa e Giorgia", cioè la presidente del Consiglio e Fini usa proprio l'articolo "la": "Sono abituato così, lo feci anche con la presidente Iotti".

La difesa d'ufficio sulla latitanza dell'antifascismo tra i valori di Meoni e sul simbolo del partito che resta la fiamma missina è debole - "è lo stesso simbolo di Alleanza nazionale, non del Movimento sociale, che aveva la scritta Msi in riferimento alla Rsi, la Repubblica sociale", sai che differenza - in compenso la chiusa del ragionamento è meno pelosa: "Quando Meloni e La Russa andranno alle celebrazioni del 25 aprile, la polemica si potrà chiudere".

Molto netto, e in dissonanza con i borbottii della pancia della maggioranza, è invece l'invito a non mettere i diritti civili nel mirino e non spaccare il Paese: "Attenzione a varare alcuni provvedimenti. L'importante è non cambiare la 194. Vediamo cosa farà la ministra Roccella, ma è una delle parlamentari che promise di promuovere un referendum per abrogare le unioni civili. Su queste questioni il governo farebbe molto meglio a dire che è il Parlamento a doversene occupare".

Se una saggia pacatezza è l'effetto della lontananza che smussa e leviga, bisognerebbe obbligare a una pausa forzata molti politici, perché Fini pare lucido e garbato pure quando, infine, spende una parola per la disastrata sinistra: "Le manca un po' di verve, un po' di anima, una bandiera da alzare che non sia la democrazia, che è bandiera di tutti. Torni ad infiammare i cuori".