Sottosegretari: Meloni chiude la squadra. Resa dei conti dentro FI, fuori i fedelissimi di Tajani
ROMA - Nella partita del sottogoverno, Giorgia Meloni si gioca subito tutte le fiches. Riempie 39 caselle su 39. Avrebbe voluto lasciarsi qualche incarico libero, da distribuire in corso d'opera. Ma il pressing degli alleati - e dei suoi - l'ha convinta a chiudere la pratica rapidamente. I numeri sono quelli concordati da una settimana: 11 posti vanno alla Lega (2 sono viceministri), 8 a FI (2 vice), 18 a FdI (4 vice). Due ai Moderati: il totiano Giorgio Silli agli Esteri, più Vittorio Sgarbi. Che entra in quota Sgarbi. Problema: 10 sono senatori, che si sommano ai 9 senatori ministri. Significa che per la maggioranza i numeri a Palazzo Madama sono ballerini: almeno la metà dei senatori con poltrona ministeriale dovrà presenziare ai lavori, altrimenti si va sotto.
È nel partito di Berlusconi che si consuma l'ennesima guerriglia interna fra l'ala Ronzulli e quella che fa capo ad Antonio Tajani. Se il coordinatore azzurro l'aveva spun…
ROMA - Nella partita del sottogoverno, Giorgia Meloni si gioca subito tutte le fiches. Riempie 39 caselle su 39. Avrebbe voluto lasciarsi qualche incarico libero, da distribuire in corso d'opera. Ma il pressing degli alleati - e dei suoi - l'ha convinta a chiudere la pratica rapidamente. I numeri sono quelli concordati da una settimana: 11 posti vanno alla Lega (2 sono viceministri), 8 a FI (2 vice), 18 a FdI (4 vice). Due ai Moderati: il totiano Giorgio Silli agli Esteri, più Vittorio Sgarbi. Che entra in quota Sgarbi. Problema: 10 sono senatori, che si sommano ai 9 senatori ministri. Significa che per la maggioranza i numeri a Palazzo Madama sono ballerini: almeno la metà dei senatori con poltrona ministeriale dovrà presenziare ai lavori, altrimenti si va sotto.
È nel partito di Berlusconi che si consuma l'ennesima guerriglia interna fra l'ala Ronzulli e quella che fa capo ad Antonio Tajani. Se il coordinatore azzurro l'aveva spuntata sull'assegnazione dei ministri, stavolta sono i ronzulliani a fare l'en plein. Devono rinunciare a Giuseppe Mangialavori, deputato calabrese citato, ma non indagato, in un'inchiesta di 'ndrangheta, su cui Meloni ha messo il veto. Ma si accaparrano quasi tutti i posti: fanno saltare la nomina di Paolo Barelli a viceministro dell'Interno, perché condannato dalla Corte dei Conti. E sparisce dall'elenco dei sottosegretari un altro tajaneo, Francesco Battistoni, destinato all'Agricoltura.
Entrano invece tanti ronzulliani doc: Alberto Barachini all'Editoria, Sandra Savino al Mef, Tullio Ferrante, l'avvocato amico di Marta Fascina, alle Infrastrutture, Matteo Perego alla Difesa. Berlusconi ottiene Francesco Paolo Sisto viceministro alla Giustizia e Valentino Valentini vice, non agli Esteri, ma al Mise. I luogotenenti del Sud protestano. Ma Matilde Siracusano, vicina al governatore calabrese Occhiuto, strappa comunque i Rapporti col Parlamento e un'altra calabrese, non rieletta, Maria Tripodi, va agli Esteri. Con questa mano di nomine, Meloni blinda i dicasteri chiave con uomini e donne di fiducia.
Al Viminale, vicino al salviniano Matteo Piantedosi, ci saranno due esponenti di FdI: Wanda Ferro ed Emanuele Prisco. All'Economia, sotto il leghista Giancarlo Giorgetti, ecco due meloniani di provata fede: il viceministro Maurizio Leo e la deputata Lucia Albano. FdI ha dovuto compensare le poche donne indicate da FI e dal Carroccio, per arrivare a quota 13 sottosegretarie su 39 incarichi. Un terzo del totale, il minimo chiesto da Meloni, che ne avrebbe volute la metà. Maria Teresa Bellucci va al Sociale da viceministra, Isabella Rauti alla Difesa, Fausta Bergamotto al Mise, Paola Frassinetti all'Istruzione, Augusta Montaruli all'Università. Giovanbattista Fazzolari, braccio destro della premier, avrà l'ufficio a Chigi da sottosegretario all'Attuazione del programma, mentre Alessio Butti gestirà l'Innovazione digitale. Edmondo Cirielli come da pronostici sarà viceministro agli Esteri, Galeazzo Bignami sarà vice al Mise, Andrea Delmastro sottosegretario alla Giustizia, Claudio Barbaro all'Ambiente, Patrizio La Pietra all'Agricoltura, Giacomo Mazzi alla Cultura, Marcello Gemmato alla Sanità.
Salvini porta il fido Edoardo Rixi alle Infrastrutture, "ministro ombra", dicono gli alleati, che permetterà ampi margini di manovra lontano dal dicastero al vicepremier. Il quale in questa tornata prova a non fare scontenti: cede due posti al Veneto (Massimo Bitonci al Mise e Andrea Ostellari alla Giustizia, ma nessuno è un fedelissimo di Luca Zaia), due alla Lombardia (Nicola Molteni al Viminale e Alessandro Morelli al Cipe), uno al Friuli con la viceministra all'Ambiente Vannia Gava. Al centro-sud, il Lazio spunta due caselle con Claudio Durigon al Lavoro e Federico Freni al Mef e tornano in pista altri due non eletti come Giuseppina Castiello ai Rapporti col Parlamento e Luigi D'Eramo all'Agricoltura. Lucia Borgonzoni torna alla Cultura come nel 2019, quando aveva confessato di non leggere un libro da 3 anni. Con sprezzo della scaramanzia, il giuramento è in programma domani, 2 novembre, giorno dei morti.