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Giusto manifestare contro il conflitto ma si rischia di ignorare la resistenza di Kiev

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Benvenuta la discesa in piazza per la pace ma l’aspirazione universale alla vita va calata nelle condizioni belliche. Il movimento pacifista può contribuire a un salto di qualità verso l’apertura dei negoziati ma dirà che l’invio di armi era parte di una strategia di pace?
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Manifestare per la pace è cosa buona e giusta. E non perché - come si ripete con stucchevole pigrizia - "siamo tutti contro la guerra" (non è mica detto), ma perché manifestare in tutte le forme possibili, comprese le più modeste e individuali, è una irrinunciabile prerogativa della cittadinanza democratica. Benvenuta, dunque, la mobilitazione collettiva che si esprimerà nel corteo di oggi a Roma, perché su una questione cruciale - che rimanda alle grandi categorie di vita-morte e libertà-dominio - l'opinione di ciascuno di noi va fatta conoscere e pesare. E, a distanza di oltre otto mesi dall'invasione dell'Ucraina a opera della Russia, il desiderio di una soluzione pacifica del conflitto chiede di farsi ascoltare e di essere rappresentato.

È prevedibile, pertanto, che quella di oggi sarà una grande, grandissima manifestazione: ed è importante che il sentimento della pace come a…

Manifestare per la pace è cosa buona e giusta. E non perché - come si ripete con stucchevole pigrizia - "siamo tutti contro la guerra" (non è mica detto), ma perché manifestare in tutte le forme possibili, comprese le più modeste e individuali, è una irrinunciabile prerogativa della cittadinanza democratica. Benvenuta, dunque, la mobilitazione collettiva che si esprimerà nel corteo di oggi a Roma, perché su una questione cruciale - che rimanda alle grandi categorie di vita-morte e libertà-dominio - l'opinione di ciascuno di noi va fatta conoscere e pesare. E, a distanza di oltre otto mesi dall'invasione dell'Ucraina a opera della Russia, il desiderio di una soluzione pacifica del conflitto chiede di farsi ascoltare e di essere rappresentato.

È prevedibile, pertanto, che quella di oggi sarà una grande, grandissima manifestazione: ed è importante che il sentimento della pace come aspirazione universale e come affermazione primaria di irriducibile umanità possa tradursi nelle parole e negli atti delle donne e degli uomini di buona volontà che scenderanno in piazza. Così come va colto il senso di angoscia che la minaccia atomica suscita in tanti che contavano, fino a ieri, su un mondo dove il ricorso alle armi progressivamente si sarebbe ridotto.

Ma può bastare questa sacrosanta voglia di vita e di pace mentre in tutto il pianeta si contano oltre 59 conflitti armati e mentre in Ucraina la guerra conosce una continua escalation? Nel pacifismo hanno sempre convissuto - spesso integrandosi - due componenti: una di natura profetica, di ispirazione religiosa o laica, e un'altra di natura politico-pragmatica, che si misura con i teatri di guerra, con i rapporti di forza, con le situazioni di ingiustizia e di oppressione, con le responsabilità storiche e con quelle contingenti, con la concretezza dei compromessi, dei negoziati, delle trattative.

Le manifestazioni di queste settimane sono state convocate da questo pacifismo politico-pragmatico (in particolare, dalla Rete Italiana Pace e Disarmo) e, di conseguenza, è giusto rivolgersi a esso chiedendogli di calare quell'aspirazione universale alla pace nella materialità delle condizioni belliche, per come si manifestano oggi in Ucraina. Dunque, la prima domanda da porre, e la pongo esplicitamente ai tanti pacifisti seri e in buona fede, è: cosa sarebbe accaduto in quella regione se non vi fosse stata la resistenza ucraina? E ancora: che cosa sarebbe accaduto se la resistenza ucraina non fosse stata sostenuta a tutti i livelli (compreso quello militare) dai Paesi occidentali?

In realtà, i pacifisti seri e in buona fede (tantissimi) hanno già risposto, riconoscendo che, senza quella mobilitazione, l'Ucraina sarebbe stata semplicemente cancellata dalla carta geografica; e riconoscendo ancora che è proprio la strenua opposizione all'invasione che, preservando l'indipendenza dell'Ucraina, renderà possibile il negoziato. Dunque, nonostante le apparenze, tra una parte del movimento pacifista e coloro che hanno sostenuto la necessità dell'aiuto militare agli ucraini, c'è una base di intesa più ampia di quanto si creda.

Si tratta, ora, di fare un passo avanti e dobbiamo farlo tutti. In altre parole, si devono elaborare strategie capaci di determinare un cessate il fuoco che consenta l'apertura di negoziati. E questo richiede un enorme lavoro, che anche un soggetto extra-istituzionale come il movimento pacifista (quello che, vent'anni fa, il New York Times definì "seconda potenza mondiale") può realizzare, coinvolgendo le opinioni pubbliche, interloquendo con i governi, dialogando con le istituzioni internazionali.

Penso, tuttavia, che per arrivare a questo salto di qualità si debba ancora sostenere la resistenza ucraina, anche sul piano militare; i pacifisti ritengono, all'opposto, che ogni ulteriore fornitura di armi serva solo a perpetuare il conflitto e a cronicizzarlo. È un punto controverso, tutto da approfondire, evitando che un rallentamento dell'azione militare dell'Ucraina possa metterla in una posizione di svantaggio rispetto alla Russia, consentendo a quest'ultima di riprendere l'offensiva, di imporre condizioni vessatorie e di acquisire il predominio nella fase che precede il negoziato.
Sono consapevoli i pacifisti di questo rischio? Qui si trova un altro punto di possibile dissenso: di chi è la responsabilità maggiore della escalation in atto? E chi è che si oppone nei fatti, tra azioni criminali e minacce atomiche, a ogni ipotesi di trattativa? La mia risposta è semplice: fatte salve le corresponsabilità di tutti i soggetti (Stati Uniti, Nato, Unione Europea...), penso che a sabotare una soluzione pacifica sia in primo luogo la Federazione Russa.

Vorranno dirlo i pacifisti? E vorranno rispondere, in maniera altrettanto franca, ad alcune domande? Queste: c'è accordo sul fatto che se "la Russia è l'aggressore", come si ripete un po' malmostosamente, resistere all'invasione, anche con le armi, è stato il primo contributo a una strategia di pace? Se ora non sono più differibili il cessate il fuoco e l'apertura di un negoziato, come evitare che l'Ucraina si sieda al tavolo della trattativa in una posizione di debolezza e di subalternità? E come impedire che la Russia volga a proprio vantaggio la futura trattativa?

Sono, come si vede, interrogativi molto concreti, che richiedono risposte della stessa natura fondate sull'analisi degli attuali rapporti di forza, del sistema delle alleanze, del ruolo delle coalizioni e degli attori internazionali. È tutto molto difficile, ma discuterne con accenti di verità può essere un primo passo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA