Per un incidente d'auto il primo decreto Meloni finisce alla Consulta: "I giudici dicano se il rinvio della riforma Cartabia è costituzionale"
di Liana Milella , di Liana MilellaROMA - Et voilà. Il primo decreto legge del governo Meloni - quello già contestatissimo per via del pugno duro contro i rave party - finisce alla Corte costituzionale perché dispone pure il rinvio di due mesi dell'entrata in vigore della riforma della giustizia penale di Marta Cartabia. E così un imputato per violenza privata e danneggiamento, reo di aver tamponato un'auto, essere sceso dalla macchina e aver aggredito verbalmente la sua "vittima" con tanto di cazzotto alla vettura, e che poteva veder chiuso il processo proprio per via della legge Cartabia, in quanto la vittima aveva presentato una remissione di querela, invece dovrà aspettare. Perché per quel reato resta la procedibilità d'ufficio, cioè il giudice è obbligato a esercitare l'azione penale.
Il giudice di Siena Simone Spina ha scritto ben 30 pagine in punto di diritto accettando la richiesta di ricorso alla Corte costitu…
ROMA - Et voilà. Il primo decreto legge del governo Meloni - quello già contestatissimo per via del pugno duro contro i rave party - finisce alla Corte costituzionale perché dispone pure il rinvio di due mesi dell'entrata in vigore della riforma della giustizia penale di Marta Cartabia. E così un imputato per violenza privata e danneggiamento, reo di aver tamponato un'auto, essere sceso dalla macchina e aver aggredito verbalmente la sua "vittima" con tanto di cazzotto alla vettura, e che poteva veder chiuso il processo proprio per via della legge Cartabia, in quanto la vittima aveva presentato una remissione di querela, invece dovrà aspettare. Perché per quel reato resta la procedibilità d'ufficio, cioè il giudice è obbligato a esercitare l'azione penale.
Il giudice di Siena Simone Spina ha scritto ben 30 pagine in punto di diritto accettando la richiesta di ricorso alla Corte costituzionale presentata dall'avvocato dell'imputato e l'ha motivata giuridicamente perché "con l'entrata in vigore del decreto non può dispiegarsi la concreta efficacia operativa dei più favorevoli mutamenti nel regime di procedibilità relativo ai reati per cui si procede".
Insomma, accade proprio quello che non solo ha lamentato l'Anm con Giuseppe Santalucia, ma soprattutto il giurista della Statale di Milano Gian Luigi Gatta, già consigliere della stessa Cartabia, che dice: "Questo caso dimostra come la scelta del governo di rinviare l'intera riforma contrasti con gli obiettivi di efficienza che ci chiede l'Europa. Questo è un processo che si sarebbe chiuso con la remissione della querela e che invece resta aperto e sospeso finché la Corte non deciderà sul ricorso". "Un processo - dice ancora Gatta - che non interessa a nessuno celebrare. Non alla persona offesa, che ha rimesso la querela, non all'imputato, che ha accettato la remissione, non al giudice, che avrebbe dichiarato l'estinzione del reato".
Facciamola semplice, e spieghiamo che è successo partendo dal reato. È il 26 luglio del 2019. E si verifica il classico tamponamento. Peccato che il protagonista del tamponamento stesso scenda dalla sua auto e gridi alla vittima: "Cosa pensi di fare con questa macchina di m... che ti ritrovi? Tu non sai chi sono io e che posso farti...ho il cognato maresciallo, e ti ammazzo...". Furibondo, l'uomo dà anche un cazzotto all'auto e la ammacca. Siparietto che figura subito nel ricorso alla Consulta del giudice Spina, i fatti prima delle opinioni insomma.
Anche se la vittima presenta una remissione di querela il 9 novembre del 2019, i reati contestati - il 635 del codice penale, il danneggiamento per via del cazzotto all'auto, e il 610, la violenza privata perché lo ha costretto a fermarsi e a scendere dalla macchina - sono perseguibili d'ufficio, quindi il pm ha l'obbligo di andare avanti.
Stiamo attenti ai fatti, stiamo parlando di un incidente di tre anni fa, che ha comportato il lavoro di poliziotti, cancellieri, del pm e del giudice, e che poi è finito in udienza. Quando si parla di tribunali intasati e lenti, e di giustizia sotto schiaffo per i suoi ritardi, si parla proprio di questi, di mille reati simili al nostro caso che per anni restano sui banchi dei magistrati. La legge Cartabia interviene proprio su questo. Ed elimina la procedibilità d'ufficio perché il danno è stato risarcito e quindi manca l'interesse ad andare avanti, e il processo finisce.
Tecnicamente lo scrive il giudice Spina quando spiega perché ha accolto la richiesta dell'avvocato di rivolgersi alla Corte. Il suo cliente poteva fruire della nuova legge e vedere chiuso il processo, anziché vedersi contestati sei mesi di pena.
Scrive Spina: "La norma censurata non appare neppure in grado di superare il vaglio di ragionevolezza intrinseca imposto dall'articolo 3 della Costituzione non rinvenendosi alcuna sufficiente ragione giustificativa nella necessità di stabilire, peraltro in via d'urgenza, un nuovo termine di vacatio legis relativo all'intera legge che tra i suoi effetti annovera quello di impedire l'applicazione, dal 1 novembre 2022, delle modifiche più favorevoli al reo".
A questo punto la palla passa al Parlamento. Il decreto rave-Cartabia è stato affidato al Senato e alla commissione Giustizia presieduta, da ieri, dall'avvocato Giulia Bongiorno. Potrà, la senatrice, smantellare tutta la parte del decreto che rinvia la legge Cartabia? Proprio lei, un avvocato appunto, di certo attenta alle istanze dei suoi clienti? Obiettivamente, ci vorrebbe molto coraggio nel buttare a mare il decreto. Resta sempre da chiedersi perché mai il Guardasigilli Carlo Nordio, da sempre sostenitore di una giustizia garantista, si sia fatto trascinare in questo assurdo rinvio di tutta la legge Cartabia, mentre se ne poteva rinviare solo la parte sulle nuove regole per le indagini preliminari. Ovviamente è assai probabile che via via al ricorso di Siena se ne possano aggiungere altri.