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Castelli ricorda Maroni: "È un trauma, un pezzo di storia che finisce davvero"

Lo storico dirigente leghista: "Non ha mai abdicato alla causa del Carroccio"
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MILANO - Roberto Castelli ha la voce affranta. "È un trauma, un pezzo di storia che finisce davvero", dice. Arrivò in Parlamento con la prima vera pattuglia lumbard (1992) assieme a Roberto Maroni, poi furono colleghi ministri nel secondo governo Berlusconi (2001).

Partiamo dal principio: ricorda come vi conosceste?
"Inizio anni '90. Lui era una figura evocata spesso da Umberto Bossi, non andò dal notaio a fondare la Lega Nord ma fu uno dei primissimi ad aiutarlo a tirarla su. All'epoca faceva l'avvocato per la Avon, che aveva uno stabilimento tra Como e Varese. "C'è questo ragazzo capacissimo, ci darà una bella mano, vedrete...", ci diceva Bossi".

C'è qualche aneddoto che ricorda in merito?
"Lui e Bossi che prendono la macchina della madre di Maroni per andare a fare le famose scritte leghiste sotto i cavalcavia di notte e riconsegnano l'auto tutta sporca di vernice e colla...…

MILANO - Roberto Castelli ha la voce affranta. "È un trauma, un pezzo di storia che finisce davvero", dice. Arrivò in Parlamento con la prima vera pattuglia lumbard (1992) assieme a Roberto Maroni, poi furono colleghi ministri nel secondo governo Berlusconi (2001).

Partiamo dal principio: ricorda come vi conosceste?
"Inizio anni '90. Lui era una figura evocata spesso da Umberto Bossi, non andò dal notaio a fondare la Lega Nord ma fu uno dei primissimi ad aiutarlo a tirarla su. All'epoca faceva l'avvocato per la Avon, che aveva uno stabilimento tra Como e Varese. "C'è questo ragazzo capacissimo, ci darà una bella mano, vedrete...", ci diceva Bossi".

C'è qualche aneddoto che ricorda in merito?
"Lui e Bossi che prendono la macchina della madre di Maroni per andare a fare le famose scritte leghiste sotto i cavalcavia di notte e riconsegnano l'auto tutta sporca di vernice e colla...".

Prima della Lega Maroni aveva avuto un'infatuazione per Democrazia proletaria. Questa sua radice di sinistra in un qualche modo la si intuiva?
"Sì, nel senso che sull'analisi e sul procedere della politica aveva una raffinatezza che spesso a noi mancava. La nostra è stata un'avventura un po' da matti, su un giornale locale del nord il direttore scrisse un fondo per dire che noi leghisti facevamo la politica in cantina. Beh, era vero, ci trovavamo nei bar, discutevamo fino a notte fonda finché non chiudevano...".

Bossi comunque si fidava ciecamente di lui.
"Per capire quanto lo stimasse basta ricordare che dopo due soli anni di esperienza di parlamentare lo fece fare ministro degli Interni. Durò pochissimo perché cadde il governo ma se la cavò. Nella Lega c'era il capo carismatico e poi noialtri, i colonnelli; tra questi lui era il più autorevole".

Un discreto mediatore, poi.
"Beh, ricordo la prima trattativa con Silvio Berlusconi quando gli strapparono un numero spropositato di parlamentari rispetto alla nostra forza elettorale. Lui e Bossi si dividevano i ruoli, poliziotto buono poliziotto cattivo, tutto fatto in maniera scientifica".

Non erano approcci diversi?
"Ma no, qualcuno le giudicava giravolte e ripensamenti e invece era tutto studiato".

Poi ci fu la rottura, le ramazze, Bossi spodestato da Maroni. Che ricordi ha?
"In quelle giornate mi ritrovai nel bel mezzo della partita, la vivetti dall'interno, ci sono stati episodi che non vorrei tirar fuori, quella volta la rottura non fu finta ma reale. Erano momenti drammatici, c'era la Guardia di Finanza in via Bellerio, il pm Woodcock che fece il suo arrivo spettacolare in elicottero. Insomma, non parliamone ora".

Lei comunque non si convertì e rimase bossiano.
"Basta vedere i filmati del congresso subito dopo quei fatti. Bossi isolato, platea quasi ostile. Sul palco lo accompagnava una persona, ero io".

Comunque per lei Maroni è rimasto fino all'ultimo fedele alla vostra causa?
"In modi diversi da me, ma sì, non ha abdicato".

Al funerale ci sarà tutta la Lega di ieri e di oggi?
"La politica è senza memoria ma credo proprio di sì".