MILANO - Allora, son passati trent'anni, era solo un parlamentare di quella Lega bossiana che aveva fatto il botto alle politiche del'92. Ma del cliché in cui stavano golosamente immersi i lombard - in sostanza: secessione contro i "teroni" e niente tasse - Bobo Maroni aveva ben poco. Intanto per i suoi trascorsi politici, in gioventù aveva militato nella nuova sinistra, e adesso stava già lavorando per fare l'assessore nella giunta arcobaleno di Varese, con i postcomunisti nella maggioranza, come avverrà nel '93. Poi la passione per la musica, genere soul, non molto frequentato dai popolani ruspanti che affollavano le adunate del pirotenico Umberto. Musica praticata: tastierista di organo Hammond nella band Distretto 51, messa in piedi con amici varesini. Insomma, abbastanza per incuriosire un allora giovane cronista politico che sulla scia del maestro titolare, Guido Passalacqua, inviato di Repubblica nelle trincee nordiste, comi…
MILANO - Allora, son passati trent'anni, era solo un parlamentare di quella Lega bossiana che aveva fatto il botto alle politiche del'92. Ma del cliché in cui stavano golosamente immersi i lombard - in sostanza: secessione contro i "teroni" e niente tasse - Bobo Maroni aveva ben poco. Intanto per i suoi trascorsi politici, in gioventù aveva militato nella nuova sinistra, e adesso stava già lavorando per fare l'assessore nella giunta arcobaleno di Varese, con i postcomunisti nella maggioranza, come avverrà nel '93. Poi la passione per la musica, genere soul, non molto frequentato dai popolani ruspanti che affollavano le adunate del pirotenico Umberto. Musica praticata: tastierista di organo Hammond nella band Distretto 51, messa in piedi con amici varesini. Insomma, abbastanza per incuriosire un allora giovane cronista politico che sulla scia del maestro titolare, Guido Passalacqua, inviato di Repubblica nelle trincee nordiste, cominciava a dare una mano quando necessario e a occuparsi di Lega.
Fu cosi che quella sera l'allora giovane cronista si aggregò di buon grado a un gruppo di colleghi che avevano deciso di assistere a un concerto del Distretto 51, in programma al milanese Tangram. E fu quella sera che, davanti un gin tonic e a una cocacola (per lui), parlai per la prima volta con il politico che avrei poi seguito da vicino per tantissimi anni. Impatto un po' così: "E così tu scrivi per Repubblica, vabbe'...". Replica: "Se è per questo sono anche interista". Controreplica (ma con sorriso): "Non c'è limite al peggio". Insomma Il ghiaccio era rotto. Poi un collega, suo amico, fece una profezia: "Hai appena parlato con il prossimo ministro degli Interni".
Risate, anche sue. Ma la profezia si avvera. Dopo la vittoria di Berlusconi nell'incredibile primavera del '94, a 39 anni, Bobo va al Viminale. Ma è proprio in quei mesi che comincia a scricchiolare qualcosa nel rapporto con Bossi, qualcosa che si riproporrà parecchi anni dopo. A pochi mesi dalle elezioni il Senatur già medita di far cadere, parole sue, "il mafioso di Arcore", con il concorso di D'Alema e Buttiglione. Maroni è contrario e lo va a dire al congresso della Lega, nel catino del Palatrussardi che ribolle di fischi e inviti ruvidi ("vai a suonare il piffero", il più carino). Il giovane ministro ci resta davvero male, e sarà senza eccessivo entusiasmo, anzi con un po' della proverbiale pigrizia, che assisterà alla formazione di una corrente - i "maronitos" fu l'etichetta sprezzante - che tenterà invano di contestare la leadership bossiana.
Il colpo è duro, ma lui alla politica non vuole rinunciare. E neppure alla Lega. Si consola con le sue passioni, la barca, lo sci, la musica, ma poi nel '96 ritorna alla grande, con la rielezione in Parlamento. In seguito farà ancora il ministro, del Lavoro nel 2001 e di nuovo dell'Interno nel 2008. Soprattutto di una cosa sarà contento, oltre che fiero: l'apprezzamento pressoché unanime per il suo impegno contro la mafia, gli attestati di stima che arrivano anche dalle opposizioni. Ed è dalla postazione del Viminale che comincia la battaglia della vita. Prima per prendersi il partito (poi sarà la volta del Pirellone) anche alla faccia dei pretoriani che nel 2004, quando Bossi si ammala, stendono un cordone sanitario attorno al Capo e isolano ogni possibile pretendente al trono. E lui è il primo della lista.
Ma Bobo non demorde, convinto com'è che il regicidio sia necessario e urgente.
E allora sono interviste, prese di posizione pubbliche, una battaglia interna fino ad allora impensabile nella Lega. Gliela fanno pagare, a un certo punto gli vietano anche di partecipare alle manifestazioni di partito, con tanto di fatwa resa nota in un drammatica riunione dei vertici lombardi. "Mi viene da vomitare", confida Maroni al telefono. Ma intanto prepara la riscossa, con l'aiuto non secondario di Salvini, allora solo vicesegretario lombardo. Il culmine arriverà con la notte bergamasca delle scope, ramazze agitate contro gli scandali interni, diamanti, false laureee, nepotismi intollerabili.
E vince la partita, terminata ad Assago con un congresso dove Bossi in lacrime deve consegnargli lo scettro. Ma non è roba per lui, fare il segretario. Si vede, e anche lo confessa apertamente, nella sua stanza da presidente a Palazzo Lombardia, zeppa di vessilli autonomisti e pure di troppe icone rossonere: "Sono un uomo di partito, ma nelle mie corde c'è l'amministrazione della cosa pubblica". La Lega la consegna a Salvini, con cui i rapporti sono ancora buoni. Perché lui vuole fare il governatore della sua Lombardia, e il miracolo è che nonostante le resistenze del sempiterno Formigoni e l'inconsistenza di una Lega ridotta ai minimi termini, glielo faranno pure fare, con la benedizione un po' forzata di Berlusconi. Ma anche governare il Pirellone, che è "il sogno di ogni federalista", a un certo punto deve venirgli un po' a noia. E con largo anticipo sulla scadenza annuncia che non si ripresenterà per il secondo mandato.
Gli screzi con Salvini, il successore che manda al macero il nordismo e strizza l'occhio alla destra estrema, sono già cominciati, ed è in questa terza vita, libero da cariche e obblighi, che Bobo si prende le sue soddisfazioni. Dice che in Francia voterebbe per Macron e non per madame Le Pen; dalla tribuna del Foglio, dove tiene una rubrica, fa scoccare frecce acuminate contro la deriva nazionalista del suo partito; si prodiga perfino in elogi sperticati alla ministra Lamorgese, che Salvini vede come il fumo negli occhi... "Si, mi diverto molto", si lascia andare al telefono, e qualche volta a pranzo, prima del lookdown. Quando arriva la malattia sembra far finta di niente, dice sempre che sta bene, che si può fare finalmente quel giro in barca sul lago Maggiore... Ma quando rinuncia a correre per fare il sindaco di Varese, ed era già in pista, non è difficile capire che le cose si stanno mettendo male. Niente piu telefonate, però i messaggi arrivano lo stesso: l'ultimo con la locandina del suo thriller politico, "Il Viminale esploderà", scritto a quattro mani con Carlo Brambilla. Un altro dei vecchi cronisti che seguendolo gli è diventato amico.