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Soumahoro: pasticcio o imbroglio? Aboubakar e la politica come talent show

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Chi è veramente l'ex sindacalista dei braccianti? Luci e ombre sul deputato che ha costruito la sua carriera grazie alla tv e ai social
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Chi è Aboubakar Soumahoro? La domanda comincia ad avere un fascino letterario: un idealista ingenuo e un po' naïf? Un volgare imbroglione? La sua è la storia di un accidentale e inconsapevole inciampo o è la truffa politica del decennio? Il fascino sta ovviamente anche nella possibilità che una pista non escluda del tutto le altre, come sa chi ha amato L'impostore di Javier Cercas, libro che racconta la vicenda umana e politica di Enric Marco, militante antifranchista, capo del sindacato anarchico negli anni Settanta e presidente dell'Associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di sterminio, dove in realtà - a dispetto dei suoi racconti inventati - Marco non aveva trascorso un solo giorno della sua vita.  

Nasce una stella

Abou, come lo chiamano gli amici, diventa un personaggio pubblico nel 2009, quando interviene da oratore a una manifestazione antirazzista e colpisce molti per il suo italiano pulito e forbito, lui arri…

Chi è Aboubakar Soumahoro? La domanda comincia ad avere un fascino letterario: un idealista ingenuo e un po' naïf? Un volgare imbroglione? La sua è la storia di un accidentale e inconsapevole inciampo o è la truffa politica del decennio? Il fascino sta ovviamente anche nella possibilità che una pista non escluda del tutto le altre, come sa chi ha amato L'impostore di Javier Cercas, libro che racconta la vicenda umana e politica di Enric Marco, militante antifranchista, capo del sindacato anarchico negli anni Settanta e presidente dell'Associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di sterminio, dove in realtà - a dispetto dei suoi racconti inventati - Marco non aveva trascorso un solo giorno della sua vita.  

Nasce una stella

Abou, come lo chiamano gli amici, diventa un personaggio pubblico nel 2009, quando interviene da oratore a una manifestazione antirazzista e colpisce molti per il suo italiano pulito e forbito, lui arrivato a 19 anni dalla Costa d'avorio e laureato in sociologia alla Federico II di Napoli, e per la nettezza della denuncia sullo sfruttamento degli immigrati nei campi e non solo. Si arruola nell'Usb, una storica e piccola (ma agguerrita) sigla del sindacalismo di base, occupandosi di braccianti e caporalato. I media si accorgono presto di lui. Propaganda Live, tempio della sinistra catodica, lo elegge punto di riferimento per la ricostruzione del campo di valori e programmi del disastrato progressismo nazionale. Una copertina dell'Espresso lo mette a fianco di Matteo Salvini, allora ministro dell'Interno, sopra il titolo Uomini e no. Intellettuali, artisti, influencer lo aiutano, finanziano, pubblicizzano. Quindi Abou lascia l'Usb, già accompagnato dalle accuse dei suoi compagni su scarsa trasparenza e affarismo, e fonda la Lega dei Braccianti, mezzo sindacato e mezzo associazione per i diritti, che aveva sede proprio alla Karibu, la coop di suocera e moglie, dove sotto i suoi occhi - inconsapevoli secondo la versione familiare, omertosi o complici secondo la logica - accadeva molto di ciò che Abou dichiara di combattere da sempre: immigrati sfruttati, stipendi non pagati o in nero, uso opaco di fondi pubblici, maltrattamenti e condizioni indegne di un'accoglienza umana e solidale. Se ne occupa e denuncia tutto, però, un altro sindacato. Dalla sua scrivania a pochi metri dai fatti, Soumahoro pare non essersi accorto di nulla. La moglie, socia del cda di Karibu ma presentata dal marito come "disoccupata" (e attaccata su alcuni media per lo sfoggio di marchi di lusso sui social, qui sì con malcelato classismo e razzismo), dice di non avergliene parlato per non dargli preoccupazioni. Bisogna crederci? Ci si può credere? 

Le ombre

Come una slavina che aspettava solo un varco per precipitare a valle, ai aggiungono denunce su episodi poco chiari della biografia politica di Abou. Improvvisamente pare tutti sapessero che qualcosa non tornava e la sagoma pubblica di Abou, da paladino degli ultimi, si sovrappone a quella del DiCaprio di Prova a prendermi, uno che magari gli aerei di linea li sa anche pilotare, ma che il brevetto di volo non l'ha mai avuto, anzi l'ha falsificato. Cominciano ad affastellarsi episodi oscuri, alcuni già pubblici e altri no: bonifici della coop di famiglia verso il Ruanda, dove il cognato di Abou ha aperto un ristorante italiano, una sottoscrizione per portare cibo nei ghetti in pandemia - oltre 250 mila euro raccolti - che non si capisce bene se e come sia stata spesa. C'è la storia di Abou vestito da Babbo Natale e accompagnato dalle telecamere che porta doni alla bidonville pugliese di Borgo Mezzanone, suo feudo politico, anche qui dopo un'altra raccolta fondi pubblica, mentre i suoi detrattori spiegano che i bambini nel campo si contano sulle dita di una mano e che, spente le telecamere, non un regalo è finito tra le mani di un bimbo. Caritas e Cgil locale raccontano di come nel 2020 squadracce agli ordini di Abou abbiano impedito con la violenza l'avvio di un programma di lezioni di italiano agli immigrati di Borgo Mezzanone, che in lacrime chiedevano il perché non potessero frequentarle.

Gli avvisi inascoltati

Un prete della Caritas, don Pupilla, spiega di aver avvisato Nicola Fratoianni che Abou non era quello che sembrava e che sarebbe stato un "autogol" candidarlo. Fratoianni, che alla fine Abou l'ha portato in Parlamento insieme al leader del Verdi Angelo Bonelli, spiega dispiaciuto di essersi perso il messaggio su Instagram di don Pupilla e di aver chiarito al telefono con lui l'equivoco. Dalla Flai, ramo braccianti della Cgil che, va detto, ha posto seri dubbi sulle reali attività sindacali di Soumahoro ben prima dei fatti di questi giorni, arriva un'accusa addirittura più grave: gli uomini della Lega braccianti a Borgo Mezzanone sono quelli che hanno in mano la gestione del caporalato locale. Accuse da provare, e che potrebbero anche rientrare nella furia dello scontro sindacale. Intanto i giornali della destra banchettano e si sentono come Newton dopo aver provato che la legge di gravità è scienza e non più teoria. La nemesi di Soumahoro è che ora la sua parabola si rovescia nella legittimazione del peggiore repertorio del sovranismo: l'immigrazione come business, il buonismo come copertura di attività lucrose, il progressismo come falsa coscienza. Un bel danno per chi a questo cumulo di tesi continua a dare il nome che meritano: egoismo e xenofobia, quando non peggio. 

Il problema politico

Fratoianni e Bonelli hanno incalzato Abou nel corso di un colloquio avvenuto l'altroieri alla Camera. Gli hanno chiesto: sapevi o non sapevi dei guai combinati dalla coop di tua suocera e tua moglie? Guarda, gli dicono, che si può anche ammettere di aver sbagliato, però non te la puoi cavare con la storia del complotto. Lui ha garantito che ora si difenderà con le carte, dopo aver minacciato querele mentre uscivano i primi pezzi di mera cronaca giudiziaria, tendenza Santanché più che Di Vittorio, il leggendario leader sindacale della Cgil al quale Abou si paragonò mentre fondava la Lega dei braccianti. Fratoianni e Bonelli sono usciti dal confronto frastornati dal dubbio di essere rimasti vittima di un abbaglio collettivo, del quale però sanno di portare una quota di responsabilità. Comunque hanno insistito: devi spiegare nel merito, c'è un problema politico che non riguarda gli eventuali aspetti penali della vicenda.  

Questo è uno dei punti più spinosi, perché molti dei sostenitori a oltranza di Abou si fanno scudo della mancanza di avvisi di garanzia, parlano di "macchina del fango" e invocano il garantismo, senza rendersi conto di praticare una forma ancora più subdola e letale di giustizialismo, quella per la quale si può istruire una valutazione politica dei fatti solo se e quando ci sia una carta giudiziaria a consentirlo. Il dibattito pubblico trasformato in un enorme virtuale ufficio del gip, praticamente. 

Il video di autodifesa

Il famigerato video di autodifesa in cui Abou sovverte anche la logica delle emozioni, parte piangendo e chiude sbraitando e lanciando accuse a imprecisati centri di complotto contro di lui, cerca di portare la sua vicenda sul piano che conosce meglio, la guerra mediatica, che ora però rischia di sfuggirgli di mano, perché anche qui, come sulle minacce di querela, la distonia culturale ha spiazzato tanti: lo show a favore di telecamera faceva più D'Urso che Zoro. Eppure a molti è piaciuto: "Vai avanti", gli scrivono nei commenti in migliaia. Nel frattempo Abou torna in Puglia, si fa fotografare di spalle, ritto come un fuso davanti a un bracciante che raccoglie olive, con gli stessi stivali di gomma che indossava il giorno del suo debutto in Parlamento e che un suo ex socio della Lega braccianti, espulso, sostiene essere i suoi ("Ridammeli, Abou: a te non servono, io ci devo lavorare").  

La politica come talent show

Con una mossa in cui è difficile distinguere tra sprezzo del pericolo e sprezzo del ridicolo, Abou ha fatto capire di essere pronto a fondare un nuovo partito della sinistra, mettendosi in proprio come ha fin qui fatto ogni volta che gli è riuscito di salire uno scalino politico. Quelli che lo hanno sostenuto si dividono tra chi continua a farlo senza se e senza ma e chi ormai si preoccupa solo di separare il suo destino personale da quello delle nobili idee che ha fin qui professato e che rischiano di essere travolte insieme a lui dal danno di reputazione e di credibilità. Soumahoro sembra caduto in terra anche per mostrare alla sinistra il prezzo dei suoi birignao e dei suoi dogmi postmoderni. I rischi, cioè, di quell'antipolitica colta e molto radical anche quando non è chic che pretende le figure spendibili e credibili provenire dalla società civile e non dai partiti. I quali, peraltro, un tempo non avrebbero avuto bisogno di chiedere referenze su un candidato, perché i candidati ce li avevano in casa, erano i loro dirigenti e militanti, e ne sapevano tutto, magagne comprese. Oggi invece arrivano dal talent, percorso individuale, un po' di tv, un po' di social, un po' di giornali, un libro da Feltrinelli, un po' di realtà se avanza tempo e voglia. E non sai più se crederci o accendere un cero per sperarci e i partiti, per capirci qualcosa, devono augurarsi di non bucare un messaggio privato su Instagram. Amazing Abou. Conta più la realtà o l'apparenza? E, soprattutto, che differenza fa ormai?