La falsa partenza del governo in Europa. Sotto esame bilancio e Pnrr
dal nostro corrispondente Claudio Tito , dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES - "Non si può fare la guerra a tutti". Qualche giorno fa, mentre infuriava la crisi diplomatica con la Francia, un ministro dell'attuale governo aveva messo in guardia la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E il riferimento di quella battuta non era solo a Macron. Ma sostanzialmente al rapporto che l'Italia stava iniziando a costruire con l'Unione europea.
Perché, al di là dei toni cortesi e solo formalmente europeisti, questo è stato per la squadra meloniana un mese vissuto davvero pericolosamente nell'Ue. E l'ultima prova di una lunga serie di insidie è stato il Consiglio dei ministri degli Interni che si è svolto ieri. Uno schiaffo. In cui il nostro Paese non ha sostanzialmente ottenuto nulla in merito alla gestione dell'emergenza migranti. Anzi, da accusatrice la delegazione italiana è stata messa sotto accusa. Le esigenze del Viminale sono state superate nel merito dai Paesi …
BRUXELLES - "Non si può fare la guerra a tutti". Qualche giorno fa, mentre infuriava la crisi diplomatica con la Francia, un ministro dell'attuale governo aveva messo in guardia la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E il riferimento di quella battuta non era solo a Macron. Ma sostanzialmente al rapporto che l'Italia stava iniziando a costruire con l'Unione europea.
Perché, al di là dei toni cortesi e solo formalmente europeisti, questo è stato per la squadra meloniana un mese vissuto davvero pericolosamente nell'Ue. E l'ultima prova di una lunga serie di insidie è stato il Consiglio dei ministri degli Interni che si è svolto ieri. Uno schiaffo. In cui il nostro Paese non ha sostanzialmente ottenuto nulla in merito alla gestione dell'emergenza migranti. Anzi, da accusatrice la delegazione italiana è stata messa sotto accusa. Le esigenze del Viminale sono state superate nel merito dai Paesi che ora rischiano un nuovo esodo dall'Ucraina, da quelli che hanno sciorinato i numeri della rotta balcanica più impegnativi di quella mediterranea e da quelli che dovrebbero essere i nostri due principali alleati, Francia e Germania, che ci hanno messo idealmente sotto processo per i cosiddetti movimenti secondari, ossia i migranti che arrivano in Italia e poi si spostano altrove.
Del resto questo è il risultato del primo grande incidente di Palazzo Chigi: la lite con Macron. La linea manifestata dalla Francia ha infatti condizionato la riunione. Non ci sarà alcuna redistribuzione, anche volontaria, se Roma non salva e accoglie gli extracomunitari in mare. Non solo. Il ministro francese ha detto a chiare lettere che il Consiglio di ieri lo hanno chiesto loro e non l'Italia. Ed in effetti dopo un'iniziale reazione impulsiva, a Palazzo Chigi avevano capito che convocare un summit sarebbe stato il modo migliore per subire uno smacco. Hanno fatto marcia indietro ma a quel punto è stata la Francia a insistere. Il chiarimento lo ha imposto Parigi.
E lo ha reclamato proprio nel giorno in cui il nostro Paese subisce un'altra sconfitta: l'accordo bilaterale Parigi-Berlino sull'energia. Un vero patto di mutuo soccorso. Non c'è dubbio che il trattato firmato da questi due Paesi abbia ben poco dello spirito solidale che dovrebbe animare l'Unione europea. Si tratta comunque di un'altra dimostrazione dell'emarginazione che Meloni sta vivendo in questi iniziali 34 giorni del governo di centrodestra. Qualche mese fa la direttrice Roma-Parigi obbligava il Cancelliere Scholz ad aggiungersi. Era nato il cosiddetto "triangolo". In poco tempo, uno dei lati è già stato cancellato.
E forse non è un caso che l'annuncio di questo scambio di gas in cambio di elettricità, sia arrivato 24 ore un altro stop per l'esecutivo: il tetto al prezzo del metano. La proposta della Commissione era effettivamente inaccettabile. Per certi versi persino pericolosa. Resta, però, il fatto che il nostro Paese è rimasto senza nulla in mano. Anche il price cap è stato rinviato a metà dicembre. In un consiglio dei ministri dell'energia straordinario che rischia di rivelarsi un altro fallimento. Anche perché difficilmente una materia così delicata sarà decisa dai titolari dell'energia visto che il giorno dopo si incontreranno i leader.
L'altro ieri, poi, a Strasburgo la maggioranza italiana è stata segnata da un voto sull'Ungheria. Non solo ha perso per difendere Orban, ma si è pure divisa. E la partita su Budapest si riproporrà proprio nei primi giorni di dicembre. La posizione di Fratelli d'Italia e Lega è il miglior pretesto per isolare ancora di più il governo. Una condotta davvero controproducente dal punto di vista diplomatico. E pericolosa.
Nei prossimi giorni, infatti, si apriranno altri due fronti. Il primo riguarda il giudizio sulla Legge di Bilancio. La valutazione finale arriverà il 5 dicembre. Ma la prima lettura ha fatto già insospettire i "tecnici" della Commissione. In particolare sui saldi della Nadef che, in assenza di alcune coperture di spesa, non corrisponderebbero a quelli della Manovra. In sostanza ci sarebbe più deficit. E l'altro è il Pnrr. Su due versanti: il completamento degli obiettivi del semestre in corso che valgono quasi 22 miliardi e su cui è già stato ammesso un ritardo. E le eventuali modifiche future. Che difficilmente potranno essere sostanziali. Ma mettersi contro tutti a Bruxelles non conviene anche per questo. Perché gli esaminatori diventano pignoli.