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In Iraq la missione italiana più segreta: Jedi dà la caccia agli ultimi jihadisti

(ansa)
Il bimotore Leonardo C-27 dell'Aeronautica parte nella notte dalla base di Erbil per appoggiare dall'alto le squadre di incursori che nell'oscurità vanno a stanare i covi dove l'Isis cerca di rinascere. In Iraq i militari del nostro Paese sono impegnati anche con la guida della missione Nato e con Prima Parthica. Oggi l'incontro con Meloni
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Un aereo che decolla nella notte dalla base di Erbil, con un nome in codice suggestivo: Jedi. Poi sorvola la stessa zona del Kurdistan iracheno compiendo tanti cerchi, in maniera apparentemente priva di senso. Quella che ogni tanto compare sui siti come FlightRadar24 è l'unica traccia della missione italiana più segreta in Iraq, che di fatto continua a dare la caccia sul campo agli ultimi combattenti dello Stato islamico.

Jedi infatti non è un omaggio a Guerre Stellari, ma la sigla tecnica che indica un sofisticato velivolo da guerra elettromagnetica: gli strumenti di bordo servono a disturbare le comunicazioni radio dei miliziani jihadisti. Il bimotore Leonardo C-27 dell'Aeronautica interviene per appoggiare dall'alto le squadre di incursori che nell'oscurità vanno a stanare i covi dove l'Isis cerca di rinascere dalle ceneri della disfatta: una sorta di angelo custode, con un manto protettivo invisibile che riesce ad azzerare anche gli…

Un aereo che decolla nella notte dalla base di Erbil, con un nome in codice suggestivo: Jedi. Poi sorvola la stessa zona del Kurdistan iracheno compiendo tanti cerchi, in maniera apparentemente priva di senso. Quella che ogni tanto compare sui siti come FlightRadar24 è l'unica traccia della missione italiana più segreta in Iraq, che di fatto continua a dare la caccia sul campo agli ultimi combattenti dello Stato islamico.

Jedi infatti non è un omaggio a Guerre Stellari, ma la sigla tecnica che indica un sofisticato velivolo da guerra elettromagnetica: gli strumenti di bordo servono a disturbare le comunicazioni radio dei miliziani jihadisti. Il bimotore Leonardo C-27 dell'Aeronautica interviene per appoggiare dall'alto le squadre di incursori che nell'oscurità vanno a stanare i covi dove l'Isis cerca di rinascere dalle ceneri della disfatta: una sorta di angelo custode, con un manto protettivo invisibile che riesce ad azzerare anche gli impulsi con cui i terroristi innescano il radiocomando delle bombe nascoste sul terreno. Ordigni micidiali, che tre anni fa hanno colpito una pattuglia, ferendo cinque militari italiani.

I raid nell'ombra vengono condotti soprattutto da manipoli del Comsubin e del Col Moschin, l'élite delle nostre forze armate, che si muovono assieme a squadre di commandos iracheni. Ufficialmente l'attività viene definita "mentoring": prevede che dopo avere addestrato le forze speciali locali, i nostri incursori le accompagnino anche in azione. Tutto però è top secret: questi contingenti agiscono sotto la diretta responsabilità di Palazzo Chigi, equiparati ai servizi segreti da una legge voluta dal governo Renzi. La stessa copertura che li ha visti combattere assieme ad americani e britannici nell'assedio di Mosul, la battaglia finale del Califfato.

Tra i militari che oggi Giorgia Meloni incontra nella sua visita in Iraq ci saranno anche gli "operatori" di questa campagna nascosta, spesso poi premiati anni dopo con medaglie che riconoscono i meriti dei loro raid. In prima fila però si metteranno sull'attenti i rappresentanti delle altre due missioni. Una si chiama "Prima Parthica", come le legioni romane che presidiavano la frontiera orientale dell'impero: è il contributo nazionale alla coalizione contro lo Stato Islamico. In tutto 650 militari, divisi tra Erbil, Baghdad e il Kuwait che si dedicano alla formazione dei peshmerga della regione autonoma curda, dei commandos nazionali e della polizia federale irachena, compito affidato ai carabinieri. In Kuwait invece ci sono i caccia Eurofighter e i droni a lungo raggio Reaper che dal cielo si dedicano alla ricognizione sulle zone montuose dove sono segnalati i movimenti jihadisti: hanno sensori hi-tech d'ogni tipo - radar, laser, infrarossi - che permettono un controllo costante del territorio. Nella stessa base c'è pure una batteria di missili terra-aria Samp-T, le modernissime armi contraeree di produzione franco-italiana, che offrono uno scudo all'intero Kuwait: chiaramente, si tratta di uno schieramento che guarda soprattutto alla minaccia iraniana.

L'altro impegno dei militari italiani è la guida della missione Nato. "Un modello di assistenza completamente nuovo per l'Alleanza atlantica", come ha spiegato a Repubblica il generale Giovanni Iannucci, ex numero uno della Folgore: "Gli obiettivi sono molto chiari e coincidono con queli dell'Iraq: mettere le loro forze in condizione di garantire pace e stabilità". L'approccio innovativo è di mantenere una presenza discreta ma qualitativamente rilevante: niente soldati per le strade, ma consiglieri che assistono al massimo livello la ristrutturazione dell'apparato di sicurezza di Baghdad. Un'attività qualitativa, formando gli istruttori iracheni e facendo da consulenti per riorganizzare esercito e polizia, con un disegno strategico: allontare progressivamente dall'Iraq l'influenza iraniana e "anticipare le crisi". Dei 570 uomini e donne sotto bandiera Nato, un decimo sono italiani: dopo l'intesa di ferro tra Teheran e Mosca, concretizzato con le forniture belliche per i bombardamenti sull'Ucraina, si tratta della nuova frontiera dell'Alleanza occidentale nel confronto con i regimi. Ed anche per questo la visita di Giorgia Meloni ha un significato che va oltre gli auguri di Natale alle truppe.