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Un cessate il fuoco per arrivare a una pace giusta

La visita di Zelensky negli Usa rappresenta una simbolica rottura dell’assedio. Senza la resistenza degli ucraini non sarebbe stato possibile. La mediazione non è cedimento
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Oggi, esattamente dieci mesi fa: il 24 febbraio 2022. Una data che ha cambiato "il corso del mondo". Come è andata finora? A volte basta un evento, un'immagine per riassumere icasticamente lunghi giorni di guerra, di violenza, di morte. Questo è il senso vero, il valore, insieme, evocativo ed emblematico della visita di Zelensky a Washington. A sorpresa ma preparata con una regia accuratissima. Prima la visita a Bakhmut, il fronte più caldo e difficile. La raccolta delle firme originali dei combattenti sulla bandiera ucraina. Da consegnare, poi, al Congresso americano.

Il messaggio è chiaro, inequivocabile. Sono qui in nome del mio popolo che ha resistito e combatte ma, soprattutto, sono qui grazie a quel popolo. Senza quel popolo non ci sarebbe mai stata questa prima visita all'estero dopo dieci lunghi mesi.

Una simbolica rottura dell'assedio. Uno straordinario capovolgimento delle parti inimmaginabile nei giorni immediatamente suc…

Oggi, esattamente dieci mesi fa: il 24 febbraio 2022. Una data che ha cambiato "il corso del mondo". Come è andata finora? A volte basta un evento, un'immagine per riassumere icasticamente lunghi giorni di guerra, di violenza, di morte. Questo è il senso vero, il valore, insieme, evocativo ed emblematico della visita di Zelensky a Washington. A sorpresa ma preparata con una regia accuratissima. Prima la visita a Bakhmut, il fronte più caldo e difficile. La raccolta delle firme originali dei combattenti sulla bandiera ucraina. Da consegnare, poi, al Congresso americano.

Il messaggio è chiaro, inequivocabile. Sono qui in nome del mio popolo che ha resistito e combatte ma, soprattutto, sono qui grazie a quel popolo. Senza quel popolo non ci sarebbe mai stata questa prima visita all'estero dopo dieci lunghi mesi.

Una simbolica rottura dell'assedio. Uno straordinario capovolgimento delle parti inimmaginabile nei giorni immediatamente successivi all'invasione. All'epoca, alcuni, permeati di cinico "realismo pseudopacifista", pensavano sì che Zelenzky potesse raggiungere gli Usa ma come l'esito di un'operazione d'esfiltrazione dei Navy Seals americani da Kiev. Dopo la resa dell'Ucraina, come sacrificio necessario per la pace nel mondo. Non è andata così. Per fortuna!

A Washington c'è stato l'incontro di due "commander in chief". L'uno Zelensky, nella sua singolare uniforme di campagna, imprevisto ed imprevedibile. Che nelle ore più buie, anche letteralmente, sta incarnando e guidando la volontà irriducibile di un popolo di combattere per la propria libertà. L'altro Biden, il Presidente della più grande potenza militare ed economica del mondo. In borghese. Uscito straordinariamente rafforzato da questi mesi "pazzi e disperatissimi". Dopo il drammatico scacco del precipitoso ritiro da Kabul, Biden ha, immediatamente, capito che gli Stati Uniti, le grandi democrazie del mondo non potevano permettersi lo schema della "doppia K". Dopo Kabul, Kiev. Ha ridato all'America quel ruolo storico che pensava di aver smarrito. Con la pazienza e l'equilibrio del tessitore di alleanze. Con la determinazione e l'esperienza di chi sa che si sta giocando una storica partita. Insieme con l'Europa unita e la Nato.

Contemporaneamente, ha risalito la corrente interna di un paese profondamente diviso che poteva essere, nuovamente, affascinato dal mito di "America First". Di un nuovo isolazionismo. La "straordinaria tenuta" alle, sempre complicatissime, elezioni di mid-term è la più evidente conferma di una leadership ritrovata. L'incontro tra i due "commander in chief", la standing ovation del Congresso americano, la conferma di un rinnovato patto tra Stati Uniti e Ucraina inscritto nella forza di due sole parole, democrazia e libertà, fanno da contrappunto alla triste e dimessa visita di Medvedev a Pechino.

Quanto sembrano lontane le immagini quasi trionfanti dell'incontro tra Xi e Putin a margine delle celebrazioni inaugurali delle olimpiadi invernali di Pechino. L'unica cosa rimasta è lo slogan sempre meno luccicante "dell'amicizia senza limiti". Con Xi che, tuttavia, non perde occasione per marcare la sua estraneità alla guerra in corso. In verità, la Cina è sempre più stretta nella tenaglia tra un'esigenza tattica di tenere la Russia inchiodata in un rapporto subalterno e il bisogno strategico di non avere un mondo esposto, dopo la pandemia, ad una nuova e più profonda recessione economica.

La Cina non può permetterselo, pena la messa in crisi del patto fondativo su cui si regge il suo "modello": lo scambio, cioè, tra libertà individuali, collettive e crescita economica che ha consentito, negli anni, importanti risultati nella lotta contro le povertà. Le manifestazioni popolari contro le restrizioni delle politiche Zero Covid e la drammatica incognita di una ripresa impetuosa della pandemia hanno rapidamente offuscato la forza politica del congresso del partito comunista cinese e la investitura per la "lunga leadership" di Xi. Se la visita di Medvedev doveva essere la risposta russa al viaggio di Washington ha clamorosamente fallito. La realtà è più dura di qualsiasi operazione di propaganda.

Una clamorosa debacle, con decine di migliaia di giovani coscritti morti, di quello che veniva considerato uno degli eserciti più forti e moderni del mondo. Quella che doveva essere una fulminea "operazione speciale" si sta sempre più trasformando per la Russia di Putin in quello che è stato l'Afghanistan per l'Unione Sovietica. Anche dal punto di vista dei riflessi interni. Per un'autocrazia non c'è nulla di più pericoloso e destabilizzante che il prendere atto della fragilità del proprio strumento militare. Le prime ammissioni che qualcosa non ha funzionato, la strategia della "terra bruciata" per le infrastrutture energetiche, la promessa di armi sempre più tecnologiche, la possibilità di una nuova mobilitazione generale per 1,5 milioni di persone, l'evocazione, infine, dell'uso dell'arma nucleare non cancellano, non possono cancellare, la sensazione di uno scacco militare.

Per Putin una durissima lezione della storia. E, tuttavia, l'incubo di una guerra lunghissima che si incista nel corpo del mondo riguarda tutti. Con il suo carico quotidiano di dolore e morte non può lasciarci indifferenti. Nessuno può permetterselo. Il rischio, alla fine, è che perda l'umanità. Tutta. Oggi Zelensky, Biden, l'Alleanza delle grandi democrazie occidentali hanno più forza per chiedere una "pace giusta", coinvolgendo, direttamente altri attori internazionali dalla Turchia alla Cina. Sapendo, tuttavia, che un processo di pace è di per sé un dialogo, una negoziazione. Ma tutto questo è difficile che possa avvenire finché non si mettono a tacere le armi. Senza che si interrompa la spirale del dolore e della vendetta.

Ecco perché un cessate il fuoco, una tregua sono, oggi l'indispensabile prerequisito della pace. Proprio nel momento in cui sono più chiare le ragioni e le colpe. I punti di forza e le debolezze, bisogna non dimenticare la nobile arte della mediazione che non è mai sinonimo di cedimento. Nella storia ha, a volte, ottenuto successi insperati. Altre volte, non si sono evitate drammatiche catastrofi. Appunto perché non esercitata.