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Pd, la corsa al congresso e la fine di un'era: addio capibastone, le correnti implodono. Cosa succede ora

Defezioni e insubordinazioni nella scelta dei candidati da sostenere alle primarie: dentro Base riformista, Dems e Areadem risuona lo "sciogliete le righe"
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La sconfitta del 25 settembre è stata la miccia. La rissa sui tempi e le modalità del congresso il detonatore. Il caos candidature la scintilla. Il Pd per come l'abbiamo conosciuto non esiste più: imploso insieme alle correnti che per un quindicennio hanno indirizzato le sorti del partito nato dalla fusione fra Ds e Margherita.

 

È la fine di un'era, quella dei capibastone, sempre gli stessi, famelici di grisaglie ministeriali e posti per i famigli, pronti a essere sostituiti con una classe dirigente nuova invocata da tutti gli sfidanti in corsa per la leadership. Capaci di condizionare le scelte del Nazareno, chiunque fosse a guidarlo; potenti al punto da fare il bello e il cattivo tempo - di decidere cioè segretari e incarichi mediante accordi trasversali - neppure uno sembra oggi in grado di sopravvivere allo tsunami primarie. Da Areadem a Base riformista passando per Dems, le sedizioni interne hanno ormai sconvolto la geograf…

La sconfitta del 25 settembre è stata la miccia. La rissa sui tempi e le modalità del congresso il detonatore. Il caos candidature la scintilla. Il Pd per come l'abbiamo conosciuto non esiste più: imploso insieme alle correnti che per un quindicennio hanno indirizzato le sorti del partito nato dalla fusione fra Ds e Margherita.

 

È la fine di un'era, quella dei capibastone, sempre gli stessi, famelici di grisaglie ministeriali e posti per i famigli, pronti a essere sostituiti con una classe dirigente nuova invocata da tutti gli sfidanti in corsa per la leadership. Capaci di condizionare le scelte del Nazareno, chiunque fosse a guidarlo; potenti al punto da fare il bello e il cattivo tempo - di decidere cioè segretari e incarichi mediante accordi trasversali - neppure uno sembra oggi in grado di sopravvivere allo tsunami primarie. Da Areadem a Base riformista passando per Dems, le sedizioni interne hanno ormai sconvolto la geografia democratica. Come se la batosta elettorale, unita ai dissapori sulla successione a Enrico Letta, abbia fatto risuonare lo sciogliete le righe. Difficile spiegare altrimenti la defezione di Piero Fassino, che in dissenso con Franceschini s'è messo alla testa di un gruppo di ribelli per sostenere Stefano Bonaccini anziché Elly Schlein. Oppure l'insubordinazione di Chiara Gribaudo che, contro il volere di Matteo Orfini, ha spostato un po' di Giovani turchi sulla pasionaria bolognese. Al cui fianco si è schierato Francesco Boccia, rompendo l'asse con Michele Emiliano.

Un mondo in disfacimento. Marianna Madia e Lia Quartapelle, che all'ultima Assemblea nazionale avevano presentato un ordine del giorno per sciogliere le correnti, lo avevano previsto. E pure il senatore Enrico Borghi: "Tutti dobbiamo metterci in discussione e rompere le catene che sin qui hanno imbrigliato le potenzialità del Pd", ha scritto sui social, auspicando la liquidazione di Base riformista, da cui lui è appena uscito. Detto in altre parole: "Nel tempo le componenti organizzate sono diventate filiere di potere, una volta venuto meno il potere, è inevitabile che si sfaldino". Non ci sono più caselle di governo né strapuntini da garantire, è la tesi: ragion per cui i legami di fedeltà si son fatti più flebili e la presa dei capi meno salda.

Quel che è accaduto in Areadem lo dimostra. Franceschini, spinto dalla moglie Michela Di Biase, ha deciso di sostenere Schlein al congresso senza aprire un vero dibattito interno. Una scelta d'amore che ha fatto storcere il naso ai suoi seguaci, già contrariati per la blindatura della consorte nelle liste per la Camera e per la volontà di imporre sé stesso alla presidenza di una delle poche commissioni di garanzia appannaggio delle opposizioni, la Giunta per le immunità del Senato. Fatto sta che Fassino si è ammutinato, ha fondato una sua area - Iniziativa democratica - e s'è portato via mezza corrente: non solo Pina Picierno correrà in tandem con Bonaccini, ma anche l'eurodeputata Patrizia Toia, gli ex sottosegretari Antonello Giacomelli, Caterina Bini e Francesca Puglisi si sono sganciati. E lo stesso starebbe meditando Roberta Pinotti, l'ex ministra della Difesa piuttosto perplessa per le posizioni di Schlein sulla guerra. Come il gruppo degli ex popolari riuniti giorni fa allo Sturzo, assai critici sulla deriva sinistrorsa imboccata dal più democristiano degli ex segretari dem.

Non va meglio dentro Base riformista, il gruppo di ex renziani uscito parecchio ridimensionato dalle Politiche. Luca Lotti, co-leader dell'area, è stato fatto fuori dalle liste, mentre Lorenzo Guerini si è rifugiato nella ridotta del Copasir, tentato di rinunciare al ruolo di capocorrente. La quale, sebbene tutta schierata sul governatore emiliano, versa ormai in stato avanzato di decomposizione. Rischio che invece Andrea Orlando ha scongiurato per un soffio: lui ha provato in ogni modo a evitare di convergere su Schlein, cercando spazi di manovra per una sua candidatura o di qualcuno affine come Enzo Amendola. Quando però ha capito che il grosso dei Dems, a partire da Peppe Provenzano, l'avrebbe abbandonato, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Di fatto arrendendosi alla giovane esponente della sinistra radicale. Con il solo Gianni Cuperlo rimasto a resistere, in nome della gloriosa tradizione ex Pci: troppo orgoglioso per cedere le armi, ma troppo debole per combattere alla pari. Se a questo si aggiunge che i lettiani hanno ballato una stagione sola, davvero poco per farsi forza organizzata, finendo perciò inglobati nella mozione Bonaccini, ecco che la Guernica democratica è completa. Il quadro di una disfatta. Che impone l'avvio di una nuova rottamazione: tabù che nessuno nomina ma tutti, sotto sotto, vogliono.