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Riforme, le condizioni di Meloni sul presidenzialismo. Frenata sull’Autonomia: è scontro con la Lega

Senza aperture dell’opposizione sulla bicamerale la premier farà da sola. Sul partito unico della destra frizioni con Berlusconi
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ROMA - Fosse per Giorgia Meloni, si potrebbe partire presto con il progetto di una bicamerale sulle riforme. E questo perché la premier è aperta a ogni ipotesi utile a portare a casa il presidenzialismo, compresa appunto quella di una commissione ad hoc con cui provare a cambiare la Costituzione. Ma secondo la leader c'è una precondizione per affrontare questo delicato dossier seguendo la via maestra della bicamerale: deve prima essere evidente la volontà dell'opposizione - o di una cospicua porzione di essa - di procedere assieme alla destra nella direzione di un intervento condiviso sulla Carta. Altrimenti la maggioranza farà da sola, senza commissione e senza mediare con le minoranze.

Detta così, la filosofia scelta dalla fondatrice di Fratelli d'Italia suona impegnativa, per certi versi ruvida. Ma è l'impostazione su cui si fonderanno le sue prossime mosse. Ne ha ragionato a lungo con il presidente del Senato Ig…

ROMA - Fosse per Giorgia Meloni, si potrebbe partire presto con il progetto di una bicamerale sulle riforme. E questo perché la premier è aperta a ogni ipotesi utile a portare a casa il presidenzialismo, compresa appunto quella di una commissione ad hoc con cui provare a cambiare la Costituzione. Ma secondo la leader c'è una precondizione per affrontare questo delicato dossier seguendo la via maestra della bicamerale: deve prima essere evidente la volontà dell'opposizione - o di una cospicua porzione di essa - di procedere assieme alla destra nella direzione di un intervento condiviso sulla Carta. Altrimenti la maggioranza farà da sola, senza commissione e senza mediare con le minoranze.

Detta così, la filosofia scelta dalla fondatrice di Fratelli d'Italia suona impegnativa, per certi versi ruvida. Ma è l'impostazione su cui si fonderanno le sue prossime mosse. Ne ha ragionato a lungo con il presidente del Senato Ignazio La Russa, il vero regista delle riforme. Tutto parte da un assunto politico, che Meloni ha illustrato a sommi capi durante la conferenza stampa di fine anno e che suona così: abbiamo ricevuto un mandato esplicito dagli elettori, lo porteremo avanti. E dunque, bicamerale se possibile. Ma se invece la tattica delle minoranze sarà quella di provare legittimamente a frenare una riforma presidenziale, allora Meloni cercherà di procedere comunque, sfidando l'opposizione parlamentare di M5s e Pd ("Fa tremare i polsi - dichiara il Nazareno - l'idea che questo governo e maggioranza maneggino un tema tanto delicato, fin qui è stato tutto improntato a pressappochismo"). 

Sarà anche la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati a sondare il centrosinistra per verificare i margini di manovra. Con l'obiettivo di entrare nel vivo entro giugno: "Prima dell'estate la proposta del governo dovrebbe essere certamente pronta, ma è difficile oggi dare tempi certi". 

I tempi sono la variabile fondamentale. Perché si incrociano con le ambizioni degli alleati di Meloni, che hanno altre priorità. E il rischio diventa lo stallo. Il più agitato è Silvio Berlusconi. Intervistato da Libero, lancia una generica apertura a un partito unico di centrodestra, che lui tra l'altro chiamerebbe Repubblicano (invece che Conservatore). Ma poi critica la premier per l'atteggiamento poco inclusivo rispetto agli alleati, bollando la manovra con un voto poco lusinghiero: 6 per l'impegno. Tutto questo perché il Cavaliere non sembra disposto a sciogliere Forza Italia in un contenitore gestito da altri, a maggior ragione da una posizione di minoranza dettata dalle attuali percentuali. Semmai, l'opzione sembra assumere i contorni dell'eventuale scialuppa di salvataggio per i forzisti che, un domani, volessero continuare a restare in pista anche dopo il ritiro dalla politica attiva di Berlusconi.

Difficile, insomma, immaginare che l'anziano leader non si metta di traverso anche sulle riforme. A questo problema si somma il fastidio di Matteo Salvini, a sua volta assai irritato con la premier per la gestione dell'altro dossier sensibile, vale a dire l'Autonomia. È il vero scoglio delle prossime settimane ed è anche materia su cui vigila con attenzione il Colle per evitare di penalizzare il Mezzogiorno. In questo senso, si moltiplicano i dubbi di Meloni attorno al progetto leghista. E lo stesso malumore coinvolge diversi governatori di centrodestra del Sud. Il tutto sembra spingere Palazzo Chigi a rallentare la corsa dell'Autonomia, o almeno a legarla anche nei tempi al progetto presidenzialista, in modo da limitarla. E spinge per reazione il partito del Nord a minacciare privatamente ritorsioni proprio contro il sistema presidenziale. 

La reazione della Lega non si fa attendere. È il ministro Roberto Calderoli a lanciare avvertimenti: "Il presidenzialismo è una modifica costituzionale, richiede quattro passaggi parlamentari. È una strada completamente diversa dall'Autonomia. Rincorrere una per l'altra mi sembra privo di senso". Poi, per richiamare gli alleati agli impegni, aggiunge: "Ho avuto un vertice con Meloni e Fitto e detto che entro fine anno avrei fatto una proposta". Attesa in un Consiglio dei ministri per questa settimana, potrebbe slittare alla prossima. "Spero venga approvata a gennaio", è l'ultimatum del leghista.