Calenda lancia il suo “manifesto” e ripropone il partito della nazione
di Matteo Pucciarelli , di Matteo PucciarelliROMA - Rieccolo qui, il "Partito della nazione". Stavolta a riproporne il nome, a ripensarne un'identità e un posizionamento politico (né di destra né di sinistra ma quindi in fondo un po' di destra e un po' di sinistra) è Carlo Calenda, con un manifesto che verrà resa pubblico nei prossimi giorni. Nel quale si immagina un partito che interpreti le elezioni "non come uno show dove si vota per simpatia, moda o appartenenza, ma come un colloquio di lavoro", si legge alla fine del documento. Una visione "manageriale" dove gli elettori giudicano i politici e in base alle loro eventuali competenze poi li votano (o meno). L'idea del Partito della nazione non è nuova: dopo il 40 per cento delle Europee del 2014 con Matteo Renzi segretario doveva diventarlo il Pd, visto che lo si immaginava architrave moderata a medio e lungo termine della politica italiana. Dopo quasi dieci anni, un tale soggetto rivisita…
ROMA - Rieccolo qui, il "Partito della nazione". Stavolta a riproporne il nome, a ripensarne un'identità e un posizionamento politico (né di destra né di sinistra ma quindi in fondo un po' di destra e un po' di sinistra) è Carlo Calenda, con un manifesto che verrà resa pubblico nei prossimi giorni. Nel quale si immagina un partito che interpreti le elezioni "non come uno show dove si vota per simpatia, moda o appartenenza, ma come un colloquio di lavoro", si legge alla fine del documento. Una visione "manageriale" dove gli elettori giudicano i politici e in base alle loro eventuali competenze poi li votano (o meno). L'idea del Partito della nazione non è nuova: dopo il 40 per cento delle Europee del 2014 con Matteo Renzi segretario doveva diventarlo il Pd, visto che lo si immaginava architrave moderata a medio e lungo termine della politica italiana. Dopo quasi dieci anni, un tale soggetto rivisitato dovrebbe "far proprio lo spirito repubblicano del governo Draghi", attingendo "dalla classe dirigente capace di gestire e amministrare a prescindere dalla storia politica delle singole personalità".
Il manifesto si compone di undici sintetici punti: fisco, immigrazione, politica di bilancio e rapporti con l'Unione europea, ruolo dello Stato nell'economia, concorrenza, welfare, infrastrutture ed energia, federalismo e Mezzogiorno, istituzioni e leggi elettorali, pubblica amministrazione e giustizia, diritti civili. Il preambolo di ogni punto è che negli anni "destra e sinistra" al di là di proclami e polemiche, all'atto pratico, hanno fatto politiche molto simili. "Si può ancora scorgere una differenza tra destra e sinistra nell'azione dei diversi governi che si sono succeduti nella seconda Repubblica? La nostra convinzione è che non esistano più da tempo differenze rilevanti. Al contrario destra e sinistra mostrano gli stessi limiti e le stesse incapacità", è spiegato. A corredo della premessa vengono fatti diversi esempi: "Sia la destra che la sinistra hanno fatto condoni di tutti i tipi. La flat tax sulle partite Iva è stata introdotta dalla sinistra e estesa dalla destra"; "tutti gli schieramenti politici hanno chiesto, quando erano all'opposizione, la nazionalizzazione di aziende decotte. Tutte le forze politiche hanno cercato, una volta al governo, di cedere le aziende decotte"; oppure, "scuola e sanità sono state indebolite da tutti i governi con l'eccezione del periodo pandemico. Allo stesso modo tutti gli schieramenti politici hanno cercato di smantellare o procrastinare la riforma Fornero".
Continua il manifesto: "La verità è che destra e sinistra sono state ugualmente incapaci di modernizzare il Paese e tenerlo al passo con le grandi nazioni europee. Per nascondere questa inconsistenza hanno usato una "politica del rumore" fatta di dichiarazioni tanto vuote quanto assertive. In questo teatrino hanno vinto i partiti - che non hanno dovuto misurarsi con la realtà - e ha perso il Paese". Cosa occorre, quindi? "Se vogliamo tornare a crescere bisogna mettere mano a processi complessi e avere chiaro che occorre incidere sui problemi profondi dell'Italia. Il Paese va rimontato a partire dalla scuola, dalla cultura, dalla formazione e dalla sanità. E queste riforme non sono di destra o di sinistra, sono solo necessarie". Va detto che al di là della vaghezza il "né di destra né di sinistra" non è uno slogan originale e, anzi, è diventato una specie di parola d'ordine trasversale tra gli schieramenti e soprattutto una fetta di elettorato. La scommessa di Calenda, impegnato nella costruzione di un nuovo partito centrista - o riformista, come si suol dire - con Azione e Italia Viva, è di emergere come futuro e nuovo soggetto con ambizioni maggioritarie quando e se il centrodestra dovesse sgonfiarsi. Con le Europee del 2024 come primo orizzonte possibile per cominciare a insidiare seriamente Giorgia Meloni. Ma anche Pd e 5 Stelle. Da qui la suggestione del Partito della nazione 2.0.