La bimba ivoriana di un anno e mezzo morta la mattina dell’Epifania nell’ultimo naufragio a poche decine di miglia da Lampedusa viaggiava con la sua mamma su uno di questi gusci di metallo: 4-5 metri, un piccolo motore fuoribordo, pronto a ribaltarsi alla prima onda o al primo movimento scomposto delle (almeno 30) persone stipate sù. Di bagnarole come queste, ormai da settimane, ogni notte dalla coste tunisine di Sfax o di Zarzis sono pronte a partirne decine per affrontare il tratto di mare più breve per attraversare il Mediterraneo, quello che punta dritto a Lampedusa. La maggior parte riesce ad arrivare, alcune si ribaltano, molte vengono intercettate dalla guardia costiera tunisina.
Le rotte dall'Africa centrale
La novità è che a bordo non vi sono quasi mai tunisini (giovani o famiglie che sia come sempre è stato) ma migranti dell’Africa subsahariana che, pagando un prezzo fortemente ridotto rispetto alle partenze dalla Li…
La bimba ivoriana di un anno e mezzo morta la mattina dell’Epifania nell’ultimo naufragio a poche decine di miglia da Lampedusa viaggiava con la sua mamma su uno di questi gusci di metallo: 4-5 metri, un piccolo motore fuoribordo, pronto a ribaltarsi alla prima onda o al primo movimento scomposto delle (almeno 30) persone stipate sù. Di bagnarole come queste, ormai da settimane, ogni notte dalla coste tunisine di Sfax o di Zarzis sono pronte a partirne decine per affrontare il tratto di mare più breve per attraversare il Mediterraneo, quello che punta dritto a Lampedusa. La maggior parte riesce ad arrivare, alcune si ribaltano, molte vengono intercettate dalla guardia costiera tunisina.
Le rotte dall'Africa centrale
La novità è che a bordo non vi sono quasi mai tunisini (giovani o famiglie che sia come sempre è stato) ma migranti dell’Africa subsahariana che, pagando un prezzo fortemente ridotto rispetto alle partenze dalla Libia (intorno ai 1000 euro), accettano di salire su queste pericolosissime barchette di alluminio affrontando la lotteria della vita, visto che la stragrande maggioranza di loro non sa nuotare. A Lampedusa, in questi primi nove giorni dell’anno, ne sono arrivati 2.100, due terzi degli oltre 3.600 migranti già sbarcati in Italia, dieci volte di più dello stesso periodo dello scorso anno, un trend in grande crescita (soprattutto per il periodo invernale anche se caratterizzato da condizioni meteo favorevoli) che preoccupa non poco il Viminale. Anche perché i report degli investigatori della poliziache lavorano sulla rotta tunisina ipotizzano che, con la trasformazione dei pescatori in veri e propri trafficanti di uomini, donne e bambini provenienti direttamente dall’Africa centrale o “ceduti” dalle organizzazioni criminali libiche, i cosiddetti sbarchi autonomi dalla Tunisia, già molto numerosi, potrebbero ancora aumentare.
«Gli arrivi sono senza soluzione di continuità. Abbiamo numeri stratosferici anche in pieno inverno con una media di 3-400 al giorno, l’hotspot sta scoppiando con 1300 persone a fronte di una capienza di 400, occorre una nave fissa che faccia la spola con la terraferma per consentire spostamenti rapidi», il disperato appello del sindaco di Lampedusa Filippo Mannino che negli ultimi due mesi ha dovuto recuperare anche otto bare bianche per comporre le salme di piccoli migranti morti durante la traversata.
La trasferta siciliana del ministro Piantedosi
Da qui la trasferta in Sicilia (ad Agrigento ma non a Lampedusa), del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi accompagnato dal capo della Polizia Lamberto Giannini, e la sua promessa: «Spero di tornare presto con fatti concreti, Lampedusa è la prima frontiera d’Europa, la Sicilia e la Calabria non possono essere il campo profughi d’Europa. Le navi ong dirottate nei porti delle città a guida Pd? Io — ha risposto il ministro — ho il massimo rispetto per tutte le critiche, soprattutto quelle dell’opposizione, ma non la condivido. L’esigenza è quella di garantire un’equa distribuzione e in ogni caso la città dove avviene lo sbarco non si fa carico dell’assistenza perché i migranti vengono poi smistati sempre in altre regioni». «Quindi — ha assicurato il ministro — toccherà in maniera equa ai porti di varie regioni, quelli che non sono stati oggetto di indicazione lo saranno a breve». Genova, La Spezia, Civitavecchia, e chissà forse persino Venezia e Trieste, sono avvertite.
La rotta tunisina, ma anche quella dalla Turchia (che ha già visto sbarcare dall’inizio dell’anno circa 500 persone nei porti calabresi di Roccella Jonica e Crotone) sono in cima all’agenda di Piantedosi che ha già in programma incontri con i suoi omologhi di Tunisi e di Ankara. Ma il vero nodo resta la Libia (senza interlocutori affidabili) da dove continuano a partire pescherecci con 5-700 persone alla volta. «Abbiamo già ripreso un dialogo a livello tecnico operativo, ma il tema va oltre e c’è un diretto impegno del presidente del Consiglio dei ministri e del ministro degli Esteri», annuncia Piantedosi. Il tentativo è quello di porre un freno alle partenze dalla Cirenaica, da dove — ormai da mesi — i trafficanti mettono in acqua i grandi barconi che quasi sempre riescono a oltrepassare Malta e ad entrare in zona di ricerca e soccorso italiana. Una volta lì è fatta, basta aspettare l’arrivo delle motovedette e della navi della Guardia costiera e della Guardia di finanza: l’ultimo il 3 gennaio aveva ben 700 persone, tutte portate a terra in gran silenzio nei porti di Siracusa, Catania e Roccella Jonica, proprio quelli di solito più gravati dagli sbarchi.
"L'equa distrubuzione dei migranti"
Ma evidentemente «l’equa distribuzione» di Piantedosi in tutti i porti italiani vale solo per le poche decine di migranti soccorse dalle Ong. Gli ultimi, quelli salvati da Ocean Viking e Geo Barents, arriveranno ad Ancona tra questa sera e domani dopo aver affrontato un viaggio di quattro giorni con onde alte due metri. Piantedosi minimizza: «Sono navi di stazza importante in passato si sono trattenute in mare anche per 2-3 settimane consecutive, in condizioni meteo simili a queste. Non sono proibitive, non c’è nulla di eccezionale».