La politica ci ha ripensato: le Province servono e le rivogliono tutti, da FdI al Pd. "Ci costerebbe solo 223 milioni"
di Matteo Pucciarelli , di Matteo PucciarelliMILANO. Prima sembrava non volerle più nessuno, dipinte con una certa dose di cattiveria come inutili e costose, ora le rivogliono tutti. Riecco le province, con ben quattro diversi disegni di legge (a firma Fi, FdI, Lega, Pd, ma anche 5 Stelle e Iv stanno lavorando a dei disegni ad hoc per rimetterci mano) che nei fatti vogliono fare marcia indietro dopo quasi dieci anni: elezione diretta del presidente e dei consiglieri, più nuove funzioni da ripensare e riportare al vecchio ente intermedio depotenziato dalla riforma Delrio. Quella fu una riforma incompiuta, perché agganciata alle revisione costituzionale voluta da Matteo Renzi e poi bocciata dagli elettori nel 2016. "Se tutto va bene nel 2024 si potrà tornare e votare, della democrazia non si deve mica aver paura", dice il sindaco di Ravenna, presidente della provincia e dell'Upi (Unione province italiane) Michele De Pascale.
Oggi ci sono 76 province delle regioni ordinarie, 14 città…
MILANO. Prima sembrava non volerle più nessuno, dipinte con una certa dose di cattiveria come inutili e costose, ora le rivogliono tutti. Riecco le province, con ben quattro diversi disegni di legge (a firma Fi, FdI, Lega, Pd, ma anche 5 Stelle e Iv stanno lavorando a dei disegni ad hoc per rimetterci mano) che nei fatti vogliono fare marcia indietro dopo quasi dieci anni: elezione diretta del presidente e dei consiglieri, più nuove funzioni da ripensare e riportare al vecchio ente intermedio depotenziato dalla riforma Delrio. Quella fu una riforma incompiuta, perché agganciata alle revisione costituzionale voluta da Matteo Renzi e poi bocciata dagli elettori nel 2016. "Se tutto va bene nel 2024 si potrà tornare e votare, della democrazia non si deve mica aver paura", dice il sindaco di Ravenna, presidente della provincia e dell'Upi (Unione province italiane) Michele De Pascale.
Oggi ci sono 76 province delle regioni ordinarie, 14 città metropolitane, sei liberi consorzi (le ex province della Sicilia non trasformate in città metropolitane), quattro province sarde. Le quattro province del Friuli funzionano solo come ripartizione statistica. In Valle d'Aosta e e Trentino (come in passato) le funzioni provinciali sono svolte dalla regione e dalle due province autonome di Trento e Bolzano. Una bella macedonia, anche perché nel frattempo un pezzo di pianta organica delle province è passata forzatamente alle Regioni, l'elezione del presidente e del consiglio provinciale è diventata indiretta (cioè non sono scelti dai cittadini, ma dagli eletti dei comuni) e finora si è lavorato nell'incertezza del quadro finanziario, oltre alla difficoltà di riordinare le funzioni nel nuovo sistema, operazione mai conclusa davvero.
Chi fa cosa? Con quali soldi? Per anni quindi si è vagato nel buio della burocrazia, a discapito dei servizi. Nei giorni scorsi la sottosegretaria Wanda Ferro (FdI) ha spiegato che il ministero dell'Interno ha fatto i conti: tornare indietro, seppur con delle modifiche sulle competenze, costerebbe 223 milioni di euro. Neanche troppo, insomma. Considerato poi che è stato "lo "svuotamento" della provincia ad aver mostrato l'utilità di enti complessivamente in grado di corrispondere alle funzioni di dimensione "vasta", capaci di costituire un riferimento per l'intero sistema delle autonomie ed in particolare per i comuni, specie quelli di dimensioni minori", era spiegato nella relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali 2019-2020 della Corte dei conti.
Le piccole municipalità difatti sono spesso sprovviste delle competenze adeguate per la gestione di progetti complessi e la partecipazione ai band, come ad esempio quelli previsti dal Pnrr. Anche la Corte costituzionale nel 2021 aveva fatto notare alcuni problemi democratici: se il sindaco del comune capoluogo lo diventava automaticamente anche della città metropolitana, significava che il voto dei cittadini dei comuni più piccoli valeva meno. "È necessario recuperare un rapporto fiduciario tra elettore e rappresentante delle istituzioni", è spiegato nel progetto presentato dalla forzista Licia Ronzulli, con sottoscrizione di Silvio Berlusconi. E allora, passata la sbornia generale e semplificatrice del "meno poltrone" cavalcata dal M5S e poi accarezzata anche dal Pd a trazione renziana, si è capito che dopotutto tra comune e Regione serviva qualcosa in mezzo. Su questo, oggi, nessuno sembra più obiettare.