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Da FdI al Pd, tutti rivogliono le Province: “Utili e costerebbero solo 223 milioni”

Calderoli in Sicilia per illustrare la sua riforma sul federalismo. Ma Schifani frena 
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Prima pareva non volerle più nessuno, dipinte con una certa dose di cattiveria come inutili e costose, ora ci ripensano tutti. Riecco le province, con ben quattro diversi disegni di legge (a firma Fi, FdI, Lega, Pd, ma anche 5 Stelle e Iv stanno lavorando a dei disegni ad hoc per rimetterci mano) che nei fatti vogliono fare marcia indietro dopo quasi dieci anni: elezione diretta del presidente e dei consiglieri, più nuove funzioni da ripensare e riportare al vecchio ente intermedio depotenziato dalla riforma Delrio. Quella fu una riforma incompiuta, perché agganciata alle revisione costituzionale voluta da Matteo Renzi e poi bocciata dagli elettori nel 2016. "Se tutto va bene nel 2024 si potrà tornare e votare, della democrazia non si deve mica aver paura", dice il sindaco di Ravenna, presidente della provincia e dell'Upi (Unione province italiane) Michele De Pascale.

Oggi ci sono 76 province delle regioni ordinarie, 14 città metropoli…

Prima pareva non volerle più nessuno, dipinte con una certa dose di cattiveria come inutili e costose, ora ci ripensano tutti. Riecco le province, con ben quattro diversi disegni di legge (a firma Fi, FdI, Lega, Pd, ma anche 5 Stelle e Iv stanno lavorando a dei disegni ad hoc per rimetterci mano) che nei fatti vogliono fare marcia indietro dopo quasi dieci anni: elezione diretta del presidente e dei consiglieri, più nuove funzioni da ripensare e riportare al vecchio ente intermedio depotenziato dalla riforma Delrio. Quella fu una riforma incompiuta, perché agganciata alle revisione costituzionale voluta da Matteo Renzi e poi bocciata dagli elettori nel 2016. "Se tutto va bene nel 2024 si potrà tornare e votare, della democrazia non si deve mica aver paura", dice il sindaco di Ravenna, presidente della provincia e dell'Upi (Unione province italiane) Michele De Pascale.

Oggi ci sono 76 province delle regioni ordinarie, 14 città metropolitane, sei liberi consorzi (le ex province della Sicilia non trasformate in città metropolitane), quattro province sarde. Una bella macedonia, anche perché nel frattempo un pezzo di pianta organica delle province è passata forzatamente alle Regioni, l'elezione del presidente e del consiglio provinciale è diventata indiretta (cioè non sono scelti dai cittadini, ma dagli eletti dei comuni) e finora si è lavorato nell'incertezza del quadro finanziario, oltre alla difficoltà di riordinare le funzioni nel nuovo sistema, operazione mai conclusa davvero.

Chi fa cosa? Con quali soldi? Per anni quindi si è vagato nel buio della burocrazia, a discapito dei servizi. Nei giorni scorsi la sottosegretaria Wanda Ferro (FdI) ha spiegato che il ministero dell'Interno ha fatto i conti: tornare indietro, seppur con delle modifiche sulle competenze, costerebbe 223 milioni di euro. Neanche troppo, insomma. Considerato poi che è stato "lo 'svuotamento' della provincia ad aver mostrato l'utilità di enti in grado di corrispondere alle funzioni di dimensione 'vasta', capaci di costituire un riferimento in particolare per i comuni, specie quelli di dimensioni minori", era spiegato nella relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali 2019-2020 della Corte dei conti.

Così passata la sbornia generale e semplificatrice del "meno poltrone" cavalcata dal M5S e poi accarezzata anche dal Pd a trazione renziana, si è capito che dopotutto tra comune e Regione serviva qualcosa in mezzo. Su questo, oggi, nessuno sembra più obiettare, neanche Giuseppe Conte che, a parte augurarsi che non si trasformino in un "poltronificio", auspica comunque una "riflessione più complessiva".

Il ministro per le Autonomie locali Roberto Calderoli, in quest'ottica, continua il suo tour tra le Regioni per illustrare il progetto di riforma. Ieri in Sicilia ha discusso con Renato Schifani e la sua giunta della "necessità che presidenti e consigli provinciali tornino ad essere eletti dal cittadino, con proprie funzioni che devono essere svolte da questi enti". Ma la Sicilia frena, soprattutto sull'autonomia differenziata: Schifani prende tempo rispetto alla scadenza di fine anno per valutare opportunità e costi dell'intera operazione. Più complicata la partita per le ex Province: nell'Isola il mancato recepimento della riforma Delrio ha fatto sì che i nove enti intermedi (sei liberi consorzi e tre città metropolitane) subissero il prelievo forzoso sulla riscossione da parte dello Stato, non beneficiando però inizialmente della quota di trasferimenti da Roma. Adesso la regione chiede a Calderoli maggiori risorse, soprattutto dal gettito di rc auto e immatricolazioni.