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Minniti: “Il sovranismo ci indebolisce in Europa. Il Pd parli di sicurezza”

Intervista all'ex ministro dell'Interno oggi presidente della Fondazione Med-Or: "Oggi le parole cruciali sono cooperazione e competizione. Per i migranti servono quote e corridoi umanitari: la Bossi-Fini va abolita"
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«Quote per i migranti economici. Corridoi umanitari per chi scappa dalle guerre. Corsi, di lingua e professionali, coordinati dalle nostre ambasciate e dai consolati, per chi è in attesa di partire. Patti con le Ong basati su un principio inviolabile: chi è in mare si salva e lo si mette a sicuro nel porto più vicino. Investimenti importanti in Africa, con accordi che prevedano rimpatri immediati per chi arriva illegalmente in Europa. E soprattutto una consapevolezza: l’interesse nazionale si gioca, oggi, al di fuori dei confini nazionali. E fa rima con la parola sicurezza: che è quella sanitaria, ambientale e sociale. Un Governo che non lo comprende ha già perso. Un partito che non ha questo centro del proprio dibattito congressuale sta sprecando un’occasione».

Marco Minniti, ex ministro degli Interni, è nella sua stanza di presidente della fondazione Med-Or, il centro studi di Leonardo che ha l’obiettivo di stu…

«Quote per i migranti economici. Corridoi umanitari per chi scappa dalle guerre. Corsi, di lingua e professionali, coordinati dalle nostre ambasciate e dai consolati, per chi è in attesa di partire. Patti con le Ong basati su un principio inviolabile: chi è in mare si salva e lo si mette a sicuro nel porto più vicino. Investimenti importanti in Africa, con accordi che prevedano rimpatri immediati per chi arriva illegalmente in Europa. E soprattutto una consapevolezza: l’interesse nazionale si gioca, oggi, al di fuori dei confini nazionali. E fa rima con la parola sicurezza: che è quella sanitaria, ambientale e sociale. Un Governo che non lo comprende ha già perso. Un partito che non ha questo centro del proprio dibattito congressuale sta sprecando un’occasione».

Marco Minniti, ex ministro degli Interni, è nella sua stanza di presidente della fondazione Med-Or, il centro studi di Leonardo che ha l’obiettivo di studiare e rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato. «Qui accanto, al lavoro, ci sono una quindicina di ragazze e ragazzi straordinari, parlano almeno due lingue, hanno studiato, sono curiosi, conoscono il mondo. Erano andati tutti via dall’Italia. Siamo andati a chiamarli: abbiamo bisogno di voi, abbiamo detto loro. Era un nostro interesse».

Secondo lei qual è, oggi, il nostro interesse?
«Permettetemi un passo di lato. Oggi abbiamo un governo che si considera il più forte interprete della parola “interesse nazionale”. Il problema è che fanno più attenzione all’aggettivo, che al sostantivo. La pandemia e la guerra nel cuore dell’Occidente, due eventi inattesi e non prevedibili, ci hanno regalato un mondo apolare, governato da un multipolarismo caotico. Ci sono l’Occidente, la Cina, la Russia, l’India, la più importante potenza demografica. Poi c’è e il mondo arabo e musulmano. E infine l’Africa che per energia, risorse naturali e andamento e processi demografici giocherà un ruolo da protagonista del futuro. La cronaca ci sta dimostrando come, davanti a uno scenario del genere, non ci sia oggi lo spazio per un multipolarismo virtuoso: basta guardare nel conflitto ucraino al ruolo dell’Onu, mai così in affanno. Al contrario, le due parole cruciali sono cooperazione e competizione. Oggi per qualsiasi Paese l’interesse nazionale si gioca, al di fuori dei confini, nella capacità di cooperare con gli altri Stati e, nello stesso tempo, di essere competitivi».

L’Italia lo sta facendo?
«Non mi sembra che il governo stia raccogliendo, a oggi, questa sfida. Eppure l’opportunità è grande: è un momento in cui si potrebbe valorizzare il nostro ruolo storico, quello di un paese in grado di essere con i piedi in Occidente ma capace di dialogare con i grandi attori geopolitici che si affacciano nel mediterraneo. Anche perché i fatti hanno dimostrato che l’internazionale sovranista non esiste. Tecnicamente sarebbe una contraddizione in termini. Non è un caso che davanti al primo problema, il fronte delle destre europee si sia sfaldato. Ognuno rinchiuso nel suo “sovranismo”».

Il “problema”, come sempre, riguarda i flussi migratori.
«Partiamo da alcune certezze: non possiamo consegnare le nostre democrazie ai trafficanti di essere umani. Se una persona è in mare, non puoi che salvarla. I movimenti migratori, in questo mondo così complesso, non possono essere cancellati. Vanno governati. Io credo che l’Europa debba capire il prima possibile che il proprio futuro si gioca in Africa, come da tempo sanno Cina e Russia. Serve un piano europeo per l’Africa per garantire sostegno alla prosperità dei paesi centro-settentrionali. I 6 miliardi che in passato abbiamo dato oggi devono essere la cifra dei nostri investimenti in Africa. È poi necessario costruire un sistema di legalità per gestire le migrazioni: quote legali, con numeri importanti. E corridoi umanitari per chi scappa dalle guerre. In una parola si tratta di cambiare la Bossi-Fini».

Aiutiamoli a casa loro?
«È esattamente l’opposto. Investendo in Africa, l’Europa si aiuta a casa sua. Proprio perché l’Africa è un continente cruciale, per la questione energetica. Per i metalli delle terre rare, necessari per le nuove tecnologie. E anche politicamente strategico, per la lotta al terrorismo. Questo è il cuore di un progetto di governo dei flussi migratori. Purtroppo il giro d’Italia dei porti, per le navi delle ONG, non è risolutivo.”Una strategia senza tattica è la via più lunga per arrivare alla vittoria. Una tattica senza strategia è il rumore di fondo di una sconfitta”».

Eppure lei è il ministro della “lotta alle Ong”.
«Vorrei ricordare che noi abbiamo firmato un accordo con le Ong. Costruito insieme in Europa. E sottoscritto da tutte le sigle salvo una, Medici senza frontiere, che poi comunque ha continuato a operare a bordo delle navi di Sos Mediterranee. Un codice, non un decreto legge. Un ragionamento pattizio tra parti che si riconoscono e si rispettano. Con le Organizzazioni umanitarie è difficile intervenire per legge sulla parola umanità. Con noi, nessun porto è stato mai chiuso. Eppure nel 2017 il 45 per cento dei migranti sbarcavano a bordo di navi Ong. Oggi siamo intorno al dieci. Dietro le nostre scelte c’era un disegno. Non servono i gesti simbolici, le bandiere ideologiche, ci vuole una visione. Prima il Governo lo capisce e meglio è per l’Italia, per il suo interesse nazionale. Senza una visione non è possibile vincere questa sfida. L’Italia dovrebbe essere protagonista della politica europea sulle migrazioni. Che oggi ancora oggi non c’è. Nessun paese europeo può affrontare da solo questa sfida. Procedere per decreti legge, con atti unilaterali rischia invece di produrre un auto isolamento del nostro Paese. L’Italia è forte se è forte in Europa».

In realtà anche il suo Pd non sembra avere le idee chiare: di migrazioni parla poco e non sempre con una sola voce.
«La sfida è comprendere che l’interesse nazionale oggi è cambiare la coniugazione della parola sicurezza. Una democrazia non può consentire la contrapposizione tra sicurezza e umanità perché perderebbe se stessa. Oggi la parola sicurezza è ricca di tanti significati. Sanitaria, come purtroppo abbiamo imparato con la pandemia. Ambientale, come ci spiegano i grandi cambiamenti climatici. Sicurezza sociale: perché è interesse nazionale avere un paese più giusto che affronti il tema delle grandi diseguaglianze sociali. La competizione con la destra non è dunque solo sulle radici. Non è più il tempo di Fiuggi. La sfida che il Pd deve affrontare è sul futuro: sui bambini che nasceranno, sul mondo che vogliamo loro regalare. Ed è una sfida cruciale. Perché il destino di un partito che si chiama democratico non riguarda soltanto i suoi iscritti e i suoi elettori. Ma la democrazia di un paese. Il nostro».