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Mattarella, la commozione e l’orgoglio per la cattura di Messina Denaro: "È merito di tutto lo Stato"

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella 

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L'inquilino del Quirinale si congratula col ministro Piantedosi e col comandante dei Carabinieri Luzi ricordando il ruolo della magistratura
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ROMA - "È un successo di tutto lo Stato". Sergio Mattarella ha commentato così quando, alle nove del mattino, gli hanno detto che a Palermo avevano catturato Matteo Messina Denaro. Quindi ha preso il telefono e ha chiamato il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi; e subito dopo ha telefonato al comandante dell'Arma dei carabinieri, Teo Luzi. Lo Stato ieri ha mostrato il suo volto migliore e il Capo dello Stato ha voluto congratularsi a nome della Repubblica. In una sobria nota di tre righe ha infine voluto ricordare che tutta l'operazione si è "realizzata in stretto raccordo con la magistratura". Tutto lo Stato, appunto.

La scorsa settimana Mattarella, che ama molto il cinema, aveva assistito alla proiezione della seconda puntata della serie tv Il nostro generale, su Carlo Alberto Dalla Chiesa, che nei primissimi anni Ottanta sconfisse il terrorismo. Quando, nella sala della scuola ufficiali dei carabinieri, si sono riacce…

ROMA - "È un successo di tutto lo Stato". Sergio Mattarella ha commentato così quando, alle nove del mattino, gli hanno detto che a Palermo avevano catturato Matteo Messina Denaro. Quindi ha preso il telefono e ha chiamato il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi; e subito dopo ha telefonato al comandante dell'Arma dei carabinieri, Teo Luzi. Lo Stato ieri ha mostrato il suo volto migliore e il Capo dello Stato ha voluto congratularsi a nome della Repubblica. In una sobria nota di tre righe ha infine voluto ricordare che tutta l'operazione si è "realizzata in stretto raccordo con la magistratura". Tutto lo Stato, appunto.

La scorsa settimana Mattarella, che ama molto il cinema, aveva assistito alla proiezione della seconda puntata della serie tv Il nostro generale, su Carlo Alberto Dalla Chiesa, che nei primissimi anni Ottanta sconfisse il terrorismo. Quando, nella sala della scuola ufficiali dei carabinieri, si sono riaccese le luci si è prodigato in molti complimenti con il regista, Lucio Pellegrini, e a Sergio Castellitto, che interpreta il generale, ha espresso la sua calda ammirazione: "Complimenti davvero, non era facile". La seconda puntata ruota attorno alla cattura dei brigatisti Renato Curcio e Alberto Franceschini nel 1974.

Sensazioni private e pubbliche sono quindi affiorate ieri mattina mentre scorrevano i servizi delle dirette televisive. Mattarella è rimasto colpito dal fatto che Messina Denaro fosse a Palermo. I luoghi che venivano mostrati, a cominciare dalla clinica anti cancro "La Maddalena" sono luoghi che il Capo dello Stato conosce benissimo: Palermo è la sua città. Una città a cui lo legano anche ricordi dolorosissimi: qui il 6 gennaio 1980 la mafia uccise suo fratello, il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Aveva 44 anni ed era una grande speranza del rinnovamento dc. E uno dei primi ad accorrere per tentare di strapparlo alla morte fu proprio Sergio, che allora aveva 38 anni. "Io so bene che non c'è nulla, neanche a distanza di trent'anni, che possa rifondere, in qualche modo, che possa coprire, che possa rimuovere quello che è avvenuto; e il dolore che si è avvertito allora e che si è avvertito nel corso del tempo, e che si protrae nel corso del tempo", aveva detto lo scorso 5 dicembre, ricevendo al Quirinale i familiari delle vittime delle stragi di Capaci e di via D'Amelio.

Per il delitto venne condannato il gotha di Cosa Nostra: Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Nené Geraci. Furono loro i mandanti. Non Matteo Messina Denaro, che aveva 17 anni. Il killer non è mai stato identificato. In seguito è sempre rimasta plausibile la pista che incrocia mafia e terrorismo nero. Per anni le indagini hanno puntato sul terrorista dei Nar Giusva Fioravanti. La cupola lo fece uccidere perché, recita la sentenza della Corte d'assise del 12 aprile 1995, "l'azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare il perverso circuito" tra mafia e pubblica amministrazione che in quegli anni si era venuto formando in Sicilia. Come scrive Giovanni Grasso, oggi portavoce del Presidente, in Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, edizioni San Paolo, "a nessuno sfugge la inquietante analogia che lega il delitto Mattarella a quello di Aldo Moro, avvenuto poco meno di due anni prima. Entrambi lavoravano per favorire l'evoluzione in senso compiutamente democratico del Pci attraverso il dialogo. Mattarella, addiritttura, aveva preceduto il suo maestro nella formazione della sua prima giunta regionale, avvenuta con il voto favorevole dei comunisti siciliani".

Fino a ieri era Messina Denaro il capo dei capi. Dicono che sia stato preso senza l'ausilio di soffiate. Mattarella ha espresso privato apprezzamento per questa acribia investigativa. Contro la criminalità organizzata è intervenuto numerose volte. "O si sta contro la mafia o si è complici, non ci sono alternative", aveva detto nel 2021, ricordando la strage di Capaci. Dopodiché la Sicilia resta il regno della contraddizione più acuta. Da un lato ci si chiede come sia possibile che il numero uno della mafia, ricercato dai migliori investigatori d'Italia, abbia agito indisturbato per un trentennio nel proprio territorio; dall'altro i palermitani per le strade hanno applaudito commossi i carabinieri e a Castelvetrano, la città del boss, i giovani sono scesi in piazza festeggiando l'arresto con l'inno di Mameli.

Sono cose che danno speranza. Mattarella l'ha sempre incoraggiata. "Dignità - aveva detto nel suo discorso di insediamento del secondo mandato - è un Paese libero dalle mafie, dal ricatto della criminalità, libero anche dalla complicità di chi fa finta di non vedere".