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'Ndrangheta, il partito di Meloni candida al Csm Valentino, indagato a Reggio Calabria

Ex sottosegretario alla Giustizia, esponente storico di Msi e An, è stato chiamato in aula nel 2021 al maxiprocesso Gotha contro la mafia calabrese
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PALERMO - A Palermo Giorgia Meloni plaude all’arresto di Matteo Messina Denaro e annuncia future giornate dedicate alla lotta mafia. Ma a Roma, la sua FdI punta su Giuseppe Valentino, indagato in un procedimento connesso al maxiprocesso antimafia Gotha, per strappare la vicepresidenza del Csm.

Ex sottosegretario alla Giustizia, nome storico del Msi prima e di An poi, nel 2021 Valentino è stato chiamato in aula dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo a spiegare i suoi rapporti con Paolo Romeo, elemento di vertice della direzione strategica della ‘Ndrangheta. Ma da indagato per reato connesso ha voluto e potuto fare scena muta. E quel fascicolo della procura antimafia di Reggio Calabria è ancora aperto.

Si tratta di un’inchiesta delicata, che chiama in causa non solo i massimi vertici della ‘Ndrangheta calabrese, ma anche quel “sistema pancriminale” che ha permesso ai vertici dei clan di Reggio Calabria di determinare la vita …

PALERMO - A Palermo Giorgia Meloni plaude all’arresto di Matteo Messina Denaro e annuncia future giornate dedicate alla lotta mafia. Ma a Roma, la sua FdI punta su Giuseppe Valentino, indagato in un procedimento connesso al maxiprocesso antimafia Gotha, per strappare la vicepresidenza del Csm.

Ex sottosegretario alla Giustizia, nome storico del Msi prima e di An poi, nel 2021 Valentino è stato chiamato in aula dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo a spiegare i suoi rapporti con Paolo Romeo, elemento di vertice della direzione strategica della ‘Ndrangheta. Ma da indagato per reato connesso ha voluto e potuto fare scena muta. E quel fascicolo della procura antimafia di Reggio Calabria è ancora aperto.

Si tratta di un’inchiesta delicata, che chiama in causa non solo i massimi vertici della ‘Ndrangheta calabrese, ma anche quel “sistema pancriminale” che ha permesso ai vertici dei clan di Reggio Calabria di determinare la vita politica, economica, finanziaria, sociale e forse istituzionale della città – e non solo – quanto meno negli ultimi vent’anni. Di fatto – affermano i giudici che hanno confermato con più di una sentenza l’impostazione della procura antimafia reggina – esisteva un vero e proprio sistema. Al centro, quello che attualmente è il massimo vertice della ‘Ndrangheta conosciuto.

Si chiama Paolo Romeo e dopo una condanna a venticinque anni per associazione mafiosa, a piede libero attende il processo d’appello. Ex deputato del Psdi nonostante una lunga militanza missina, per sua stessa ammissione responsabile della latitanza del terrorista nero Franco Freda, piduista e per i pentiti anche uomo di Gladio, anima e mente di quei “Moti” che hanno preparato il golpe Borghese, nonostante una condanna definitiva per concorso esterno come eminenza grigia del clan De Stefano, Romeo per decenni è rimasto imprescindibile punto di riferimento della "Reggio bene".

Valentino è un suo amico storico, per un certo periodo anche suo legale. Le cimici degli investigatori li ascoltano a chiacchierare dei destini politici di Reggio Calabria fin dagli anni Duemila. Ma è proprio in quel periodo, svela Seby Vecchio, ex assessore comunale oggi diventato pentito di ‘ndrangheta, che l’ex sottosegretario avrebbe svolto un ruolo ancor più importante.

Alla guida della città c’era Giuseppe Scopelliti. A metterlo lì – afferma la sentenza Gotha – la direzione strategica della ‘Ndrangheta, con Paolo Romeo a tirare i fili. Ma quello che doveva essere “cane di mandria” si era rivelato fin troppo autonomo nei rapporti con i clan. “Favoriva troppo i De Stefano”, ha spiegato Vecchio. Risultato, cosche sul piede di guerra, contestazioni pubbliche del sindaco, danneggiamento ai mezzi delle partecipate.

Per mettere a posto le cose, racconta Vecchio,  nel 2004 è stata convocata stata una "doppia riunione", "una negli uffici di An, alla presenza del senatore Valentino" e una seconda di fronte ai massimi esponenti della 'Ndrangheta dell'epoca. Entrambe con un unico argomento: assicurarsi e garantire che Scopelliti avrebbe rispettato i patti e fatto il "cane di mandria", non “il potestà” assolutamente autonomo nel definire gli accordi con i clan.

L'accordo - ha assicurato Vecchio - è stato raggiunto. E la pace è stata suggellata con quella che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha definito in aula “una buffonata”: la finta bomba al Comune di Reggio Calabria che ha catapultato Scopelliti nell’Olimpo degli amministratori italiani. A firmare le informative che hanno permesso di trovare quella bomba senza innesco, che mai sarebbe potuta esplodere e a “leggerla” subito come minaccia diretta al sindaco Scopelliti, l’ex capo della prima divisione del Sismi Marco Mancini.