Claudio Fava: "Io non brindo, ora i nomi di chi ha aiutato Messina Denaro dentro le istituzioni"
dal nostro inviato Antonio Fraschilla , dal nostro inviato Antonio FraschillaPALERMO - "Adesso vogliamo la verità. Le istituzioni devono raccontarci la seconda parte della storia, la più interessante: i nomi di chi ha aiutato Messina Denaro dentro le istituzioni, di chi ha depistato le indagini sulle Stragi e perché". Claudio Fava, ex presidente della commissione regionale antimafia, politico, scrittore e figlio del giornalista Pippo Fava ucciso dalla mafia, non ha molta voglia di festeggiare l'arresto del superlatitante, anzi si dice contento ma non vuole certo "brindare" come hanno fatto alcuni politici in Sicilia all'Assemblea regionale.
Fava, cosa ha provato lunedì mattina appena saputo dell'arresto di Matteo Messina Denaro, l'ultimo grande latitante di mafia e della Cosa nostra stragista?
"Non ho provato di certo stupore: dopo trent'anni di latitanza ormai si sapeva che aveva difficolta a gestire la sua vita nascosta ed emergeva un lavoro investigativo sempre più forte: &egra…
PALERMO - "Adesso vogliamo la verità. Le istituzioni devono raccontarci la seconda parte della storia, la più interessante: i nomi di chi ha aiutato Messina Denaro dentro le istituzioni, di chi ha depistato le indagini sulle Stragi e perché". Claudio Fava, ex presidente della commissione regionale antimafia, politico, scrittore e figlio del giornalista Pippo Fava ucciso dalla mafia, non ha molta voglia di festeggiare l'arresto del superlatitante, anzi si dice contento ma non vuole certo "brindare" come hanno fatto alcuni politici in Sicilia all'Assemblea regionale.
Fava, cosa ha provato lunedì mattina appena saputo dell'arresto di Matteo Messina Denaro, l'ultimo grande latitante di mafia e della Cosa nostra stragista?
"Non ho provato di certo stupore: dopo trent'anni di latitanza ormai si sapeva che aveva difficolta a gestire la sua vita nascosta ed emergeva un lavoro investigativo sempre più forte: è chiaro che sarebbe caduto. Prima o poi lo Stato lo avrebbe preso, certo vorremmo capire perché dopo tutti questi anni e solo lunedì scorso".
È rimasto sorpreso però dal luogo della cattura, una grande clinica nel cuore di Palermo che lui frequentava da quasi due anni indisturbato?
"Non ho mai pensato che sarebbe stato lontano dal suo territorio, questi uomini hanno una legittimità se stanno nel loro regno, tra la 'loro' gente, quella gente che non applaude alla sua cattura ma che lo ha protetto amorevolmente anche abbassando gli occhi e non vedendo quello che accadeva attorno".
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Anche il covo degli ultimi sei mesi, una casetta in centro a Campobello di Mazara, un paese di pochi abitanti dove si conoscono tutti. Secondo lei di che tipo di protezione ha goduto il boss in questi anni?
"Ha goduto di una protezione non mediata e diretta dai propri uomini, ma una protezione più traversale e più palpabile che è quella della reciproca convenienza: c'è un mondo delle professioni, della borghesia chiamiamola anche mafiosa, che ha creduto e investito in Messina Denaro e nella sua capacità di produrre ricchezze e fare affari".
Messina Denaro come un finanziere o un banchiere anche per altri, non solo per la mafia?
"Messina Denaro rappresenta una mafia 2.0: mentre Totò Riina investiva nella piscina della sua villa e nell'edilizia, lui investiva nelle rinnovabili. Oppure nel turismo, nei supermercati, anche perché questi comparti danno molto lavoro e creano consenso. Un circuito molto trasversale nella società che ha arricchito anche studi professionali, i loro soci e coloro che attraverso i buoni uffici di Messina Denaro attraevano anche fondi pubblici. Messina Denaro è stato la convenienza, non la mafia della paura: lui garantiva libertà di guadagno e di spesa, garantendo ascese professionali ed economiche impensabili".
Per far questo però occorre avere entrature anche nei palazzi della politica, non certo solo nel mondo economico no?
"Certamente. Quando l'ingegnere di Foza Italia è andato a parlare con l'assessore e il presidente dell'Ars per chiedere velocità di pratiche per un impianto energetico, si faceva accompagnare da quello che per la procura antimafia è uno dei ministri delle finanze di Messina Denaro: un signore che era stato accusato di aver coperto anche la latitanza di Messina Denaro. Siamo ben oltre la dimensione mafiosa tradizionale, quella dell'omertà e della fratellanza".
Secondo lei, come è possibile che lo Stato non si è accorto prima di dove viveva realmente il boss?
"Alcuni pezzi dello Stato forse lo ha sempre saputo. Vorrei ricordare a tutti che c'è un ex sottosegretario all'Interno, Antonio D'Alì, che è stato condannato per la sua vicinanza familiare con quella di Messina Denaro. È esistito in questo Paese un clima istituzionale di protezione nei confronti di Messina Denaro: è perfino accaduto che un prefetto in anni recenti venisse trasferito da Trapani, Fulvio Sodano, perché troppo rigoroso nella tessitura della legalità. Tutto questo non lo poteva fare certo solo un senatore, evidentemente esisteva una cerniera di compiacenze che arrivava fino al cuore dello Stato".
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Alcuni deputati dell'assemblea regionale siciliana hanno brindato, sono stati enfatizzati gli applausi fuori dalla clinica La Maddalena. Lei cosa chiede adesso allo Stato? Si è chiusa questa storia con l'arresto del superlatitante?
"Io non brindo. E chiedo adesso la verità, anzi la pretendo come la pretendono le tante vittime di mafia e gli italiani tutti. Adesso dobbiamo avere le risposte alle domande su chi ha protetto questo boss, chi ha depistato i processi delle stragi e chi abbia protetto Cosa Nostra. Adesso dobbiamo fare in modo che queste domande, che raccontano l'altra metà della storia, forse la più importante, abbiano una risposta profonda, limpida, netta. Occorre un impegno delle istituzioni per scrivere con parole chiare la storia di chi ha accompagnato la forza e l'impunità della mafia in Italia. No, al momento non c'è da festeggiare se non si arriva a questa verità".