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Schifani: "La Regione Sicilia non è impermeabile ma Cuffaro e Dell'Utri possono fare politica"

(palazzotto)
Intervista al governatore: "Sarebbe da ipocriti garantire che gli enti locali siano immuni da infiltrazioni mafiose. Intercettare è utile ma bisogna fare attenzione alla diffusione"
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"Il messaggio che passa è che non esistono latitanti a vita", dice Renato Schifani, governatore di una regione che ha conosciuto presidenti mafiosi e antimafiosi ammazzati, che è stata teatro di una politica spesso collusa con il malaffare. E che oggi, all'indomani dell'arresto di Matteo Messina Denaro, punta il dito su una Cosa nostra diversa dal passato, che si infiltra nei flussi finanziari e nelle pubbliche amministrazioni: "Sarebbe da ipocriti garantire che la mia sia impermeabile ma stiamo lavorando per questo", afferma il presidente. Ma quanto è cambiata davvero la Sicilia? Cosa significa ad esempio l'influenza di Cuffaro e Dell'Utri sulle ultime elezioni? "Nulla può impedire di far politica a condannati che hanno espiato la loro pena".

Che peso aveva ancora Matteo Messina Denaro? Storici di fama come Salvatore Lupo ne hanno ridimensionato la figura: "Non era l'erede di Riina".

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"Il messaggio che passa è che non esistono latitanti a vita", dice Renato Schifani, governatore di una regione che ha conosciuto presidenti mafiosi e antimafiosi ammazzati, che è stata teatro di una politica spesso collusa con il malaffare. E che oggi, all'indomani dell'arresto di Matteo Messina Denaro, punta il dito su una Cosa nostra diversa dal passato, che si infiltra nei flussi finanziari e nelle pubbliche amministrazioni: "Sarebbe da ipocriti garantire che la mia sia impermeabile ma stiamo lavorando per questo", afferma il presidente. Ma quanto è cambiata davvero la Sicilia? Cosa significa ad esempio l'influenza di Cuffaro e Dell'Utri sulle ultime elezioni? "Nulla può impedire di far politica a condannati che hanno espiato la loro pena".

Che peso aveva ancora Matteo Messina Denaro? Storici di fama come Salvatore Lupo ne hanno ridimensionato la figura: "Non era l'erede di Riina".

 

"De Lucia l'ha definito l'ultimo stragista: oggi la mafia è mutata, si è trasformata in una organizzazione meno violenta e più pelosa, si infiltra nei flussi finanziari  nella pubblica amministrazione. Fa business, guarda agli affari, attraverso tecnologia e professionalità, più che al riciclaggio e al traffico di droga".

 

Lei può giurare che la sua Regione oggi è impermeabile alle infiltrazioni mafiose?

"Assicurare che qualsiasi sistema di pubblica amministrazione sia impermeabile alla mafia sarebbe un gesto di ipocrisia. Per quanto mi riguarda, un paio di mesi fa ho fatto un atto di indirizzo in cui ho sollecitato la velocizzazione della rotazione dei funzionari per evitare pericolo di incrostazioni. Non ho trovato grandi resistenze, anche i sindacati si sono resi conto della bontà della norma".

Il suo partito, Forza Italia, è stato più volte coinvolto in inchieste di mafia. E il mese scorso uno dei suoi fondatori in Sicilia, Antonio D'Alì, è finito in carcere con l'accusa di aver favorito la latitanza di Messina Denaro.

"La storia di D'Alì mi addolora ma si tratta di responsabilità personali. E non partitiche. Ricordo che Fi ha combattuto la mafia con misure legislative. Nel 2002, da capogruppo al Senato, firmai la proposta di stabilizzazione del carcere duro e nel 2008, quando ero presidente di Palazzo Madama, promossi l'inasprimento dei sequestri  per equivalente contro i patrimoni mafiosi".

Eppure c'è un condannato per mafia, come Cuffaro, che ha appoggiato la sua candidatura alla Regione e un altro, Dell'Utri, che ha sponsorizzato la corsa di Roberto Lagalla, candidato sindaco a Palermo.

"Se ci sono condannati che hanno espiato la loro pena, peraltro ancora interdetti dalla possibilità di essere candidati, nulla può impedire loro di fare politica. Poi, se si dovesse scoprire che questi soggetti continuano tutt'oggi a delinquere, sarebbe cosa diversa. Ma non mi sembra che né Cuffaro né Dell'Utri rientrino in questa categoria".

Ma oggi, a suo parere, quanto è ancora radicato il rapporto fra mafia e politica in Sicilia?

"Il vecchio rapporto fra Cosa nostra con i partiti e le istituzioni non c'è più dai tempi di Salvo Lima. Quello era un legame organico. Ora vedo una politica meno subordinata alla mafia, perché la mafia ha cambiato i suoi metodi, non ha più il controllo diretto dei grandi appalti ma si insinua in modo più soft nelle amministrazioni".

Il fatto che il boss abbia potuto vivere per anni a pochi chilometri da casa pone un problema di connivenze, di silenzi e indifferenza che, nel territorio siciliano, è incredibilmente ancora attuale.

"Sì, ho visto alcune interviste di abitanti di questi luoghi. Certa omertà non si può più tollerare, bisogna dirlo e denunciarlo con nettezza".

I riflettori, intanto, sono puntati sulla clinica "La Maddalena", dove Messina Denaro si curava. Al di là delle indagini dei pm, la Regione che la finanzia avvierà una propria ispezione?

"Il rapporto fra la clinica e la Regione passa dalle Aziende sanitarie provinciali: sono loro che concedono gli accrediti, l'amministrazione centrale poi disciplina la distribuzione dei fondi. Non c'è motivo di fare controlli. E d'altronde nemmeno la casa di cura può avere responsabilità dinanzi a un documento, quello di Messina Denaro, che appariva valido".

Lei, intanto, qualche sera prima della cattura del boss era a cena con il titolare di quella clinica, Guido Filosto. Con il sindaco Lagalla e Cuffaro, tra gli altri.

"Festeggiavamo i 94 anni di Filosto, che è un Cavaliere del lavoro nominato dal capo dello Stato: una figura di rilievo professionale e scientifico conclamato: gran parte di Palermo ha stima di Filosto, l'uomo per intenderci che ha portato la Tac in città. Credo che adesso tema che il buon  nome della clinica possa essere danneggiato. Se Messina Denaro abbia avuto fiancheggiatori dentro la clinica, se qualcuno ha chiuso un occhio, lo dirà la magistratura. Ma mi sento di escludere responsabilità dei vertici della Maddalena".

Torniamo al blitz di lunedì. Cosa rappresenta, secondo lei, l'arresto di Matteo Messina Denaro?

"Dice che non ci sono più le primule rosse. Il messaggio che passa è che non esistono latitanti a vita. I cittadini riacquistano ancora più fiducia nei confronti dello Stato".

Come si è giunti, per le informazioni di cui è in possesso, a questo successo?

"Con un'operazione di intelligence vecchia maniera: non solo intercettazioni ma anche ragionamenti e valutazioni investigative. Un patrimonio, quest'ultimo, che rimane imprescindibile nel contrasto alla mafia"

Sembra ridimensionare il peso delle intercettazioni, che i procuratori Melillo e De Lucia hanno invece riaffermato con forza, anche alla luce delle modifiche previste nella riforma della giustizia firmata da Nordio.

"Le intercettazioni contro la mafia e la criminalità organizzata rimangono irrinunciabili. Nella riforma della giustizia non vengono messe in discussione. Altro aspetto sono le intercettazioni su reati diversi, spesso divulgate arrecando danno alle indagini o all'immagini di persone estranee alle inchieste e schiaffate in prima pagina. Il tema è differenziare l'uso delle intercettazioni in base alle finalità".